giovedì 8 giugno 2017

Non rassegnarsi

Non rassegnarsi

 Un tempo la religione venne accusata di spingere alla rassegnazione, alla rinuncia all’impegno sociale per il cambiamento. L’accusa era vera: la religione è stata anche questo. Una fede così non merita di essere mantenuta, giustamente la si è combattuta. Non fa bene alla gente. E’ facilmente strumentalizzabile da oligarchie che riescano a conquistare il dominio della società: quando pochi fanno prepotenza ai più e non accettano di essere messi in questione. Tutto ciò che fa male, abitudini, concezioni, movimenti, partiti, religioni, ma anche modi di consumare, di agire sul mercato, di sfruttare l’ambiente va combattuto per cambiarlo. Non sono convinto che ogni religione faccia bene alla società. Si dice che ne è necessaria l’incessante riforma, se si vuole che orienti al bene. Non basta la buona fede, la convinzione sincera di mirare al bene. Occorre valutarne realisticamente gli effetti. In ciò che fa male va cambiata: nella nostra lo si  è fatto molte volte, niente è più esattamente come era alle origini e ciò ha fatto bene alla nostra religione. Recentemente, intorno all’anno 2000 e in occasione del Grande Giubileo di fine millennio, questo processo ha preso il nome di purificazione della memoria, a cui siamo stati spinti da san Karol Wojtyla, ed è sostanzialmente un processo di riforma: significa valutare criticamente il male che s’è fatto in religione, ma non per condannare coloro che lo fecero e che non ci sono più, ma per non farcene incauti discepoli.
  La storia della nostra fede deve convincerci che la religione può anche non spingere alla rassegnazione. Viviamo una fase storica in cui essa, anzi, ci spinge all’impegno sociale e cerca di convincerci che c’è da fare e che la nostra azione sociale può cambiare il mondo. In passato questa fu la convinzione di una minoranza di gente di fede, ora lo si vorrebbe sentire comune. Insomma, questo non  è il tempo del dopolavoro  religioso, che è quando si va in chiesa terminato tutto ciò di altro in cui si è coinvolti e allora si vuole solo avere un po’ di tregua da tutti gli affanni, stare con gli amici più cari per passare qualche ora lieta immaginando un mondo diverso.
 E’ proprio tutto ciò che facciamo nel mondo, a partire dallo studio e dal lavoro, ma anche come agenti nel mercato, che si vorrebbe fosse coinvolto nel nostro impegno sociale: siamo spinti a non dimenticare il mondo, ma a conoscerlo molto meglio, per fare resistenza al male e creare il bene sociale, quello che nella dottrina, sull’insegnamento di una tradizione molto antica, viene definito bene comune. Si veniva accusati di somministrare droghe sociali a gente in catene, per far dimenticare la loro condizione; si agisce invece proprio nel senso opposto. Si è spinti all’azione solidale, per venire incontro ai sofferenti e sollevarli. E’ l’esempio che ci viene dato dai tanti religiosi impegnati nelle parti più disperate del mondo. Ma è un lavoro di tutti e, in particolare, di noi che viviamo inseriti nella società che (ancora) domina il mondo, l’Occidente che fa ciò che vuole, con le buone o con le cattive. E che ora è spinto emotivamente ad usare le cattive, la forza delle armi, anche in Europa.
  Ma per fare ciò che oggi si vorrebbe da noi, in particolare da noi laici, occorre un impegno molto più intenso e costante di quello della religione  dopolavoro. Come orientarsi in società se non facciamo uno sforzo per capirla realisticamente, a partire dal quartiere in cui viviamo. Non si resiste da soli, occorre organizzare una forza sociale, perché è dalla società che viene il male che ci minaccia.
  La dispersione della nostra ricca biblioteca parrocchiale, avvenuta prima che da noi si iniziasse a cambiare, è il simbolo di come la religione può divenire rapidamente inutile: quando si decide che capire  non è più importante e ci si barrica in una serra religiosa rassegnandosi al male che c’è  fuori e illudendosi, così facendo, di immunizzarsene. Prendere in mano un libro, ad esempio un libro di storia, e provare a rendersi conto  di ciò che sta succedendo, e in particolare dell’origine dei mali sociali e dei risultati dei tentativi che in passato si sono fatti per rimediare,  è molto più impegnativo che rispondere SI’ o NO  a certe offerte commerciali  che talvolta ci vengono da chi oggi comanda in società e ha interesse prevalentemente ad indurci a tracciare un segno sul suo simbolo in una scheda elettorale, proponendoci uno scambio  tra consenso e favori sociali alla categoria. Richiede uno studio,  che per essere efficace deve essere collettivo, per considerare le cose da diversi punti di vista ed averne quindi una visione più affidabile e innanzi tutto realistica, e la disponibilità a mettersi in gioco  partecipando, innanzi tutto riconoscendo che, di fronte ai mali sociali, siamo sempre in debito di partecipazione verso gli altri. Che abbiamo fatto, ad esempio, per  la parrocchia nell’ultimo anno?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte sacro Valli.