Idee per il Consiglio
pastorale parrocchiale
Il Consiglio pastorale parrocchiale non dovrebbe avere più membri di
quanti ne possano entrare nella nostra sala rossa: in questo caso la logistica ci condiziona. Ho contato sei del clero (preti
e diacono), sette di gruppi vari, sei dai servizi
(ad esempio primo catechismo, catechismo per la Cresima ecc.), e fanno diciannove.
Poi ci potremmo mettere due in rappresentanza dei giovani della fascia d’età
16-18, sette eletti dall’assemblea e cinque nominati discrezionalmente dal
parroco, e fanno trentatré in totale. Una riunione plenaria (=con la presenza
di tutti) con una discussione in cui a
ognuno fosse consentito di parlare per cinque minuti durerebbe così circa tre
ore. Ma, in realtà, ci si dovrebbe
arrivare avendo già discusso prima in gruppi ristretti, in commissioni. Sono previste dallo statuto, approvato nel 1994 dal Cardinal Vicario, nel quale in merito si scrive di organizzarle tenendo conto delle “tre funzioni fondamentali della pastorale
ordinaria –evangelizzazione e catechesi, liturgia, carità–, ed i quattro ambiti
privilegiati individuati dal Sinodo diocesano: famiglia, giovani, impegno
sociale, cultura”.
In genere si ha
poca pratica di lavoro assembleare e così si ha la sensazione di concludere poco.
Questo favorisce l’emergere di capetti i quali poi tendono ad allargarsi. Una volta che però si interiorizza il metodo, le cose
procedono speditamente e utilmente. E’ molto importante il lavoro di chi
presiede, che nel caso del Consiglio è il parroco. Deve essere autorevole, ma
non eccessivamente invadente. Altrimenti o si lascia prendere la mano e non si
conclude nulla o si blocca l’iniziativa dell’assemblea e viene scoraggiata la
partecipazione.
Dovrebbe praticarsi il metodo sinodale. Che cos’è? A volte viene
presentato come se consistesse semplicemente nell’ossequio feudale al clero,
come se si dovesse sempre pensarla come i preti. Immagino che nel Consiglio
diocesano, con tutti quei vescovi in mezzo, sia fatale che accada. Ma non è
così che lo si deve intendere. Il Consiglio è un gruppo di consulenti: se si pensa di non averne bisogno, di sapere già prima come vanno le cose e che ci sia da fare, si parte
male. Ascoltiamo questa consulenza e poi ragioniamoci su!
Il metodo sinodale
è il contrario di ciò che succede
nelle assemblee condominiali. Se il Consiglio fosse un organo di
auto-amministrazione, probabilmente degenererebbe su quella china. Ma non lo è.
In un gruppo che opera con metodo sinodale la gente non pensa che l’essenziale sia che la
propria fazione prevalga, ma che si riesca a rimanere insieme con
soddisfazione. La parola sinodo viene dal greco antico, e in particolare da
altre due parole che richiamano l’idea del camminare
insieme. Nel metodo sinodale il conflitto viene più limitato che nel metodo
puramente e semplicemente democratico. Si riconosce che c’è molto che lega e
che questo deve fare da collante per contrastare le forze che dividono. Può
sembrare che in religione venga facile, ma non è così. Fin dalle origini ci si
è azzuffati sulle questioni di fede e anche nei Concili fondamentali del primo
millennio, quelli che hanno impostato il nostro Credo. Del resto se uno pensa di avere un filo diretto con il
Cielo, e gli altri anàtema!
(come si esplodeva spesso nei primi
secoli tra prìncipi e cosiddetti saggi religiosi, sant'uomini veramente piuttosto bellicosi e irascibili), abominio!, è fatale azzuffarsi. Il metodo sinodale comporta una
certa autolimitazione in questo azzuffarsi e di tenere conto che anche quelli
che non la pensano come noi devono sempre essere tenuti con noi. il metodo sinodale è un'esigenza del principio di inclusione, che è il contrario del voler escludere i dissenzienti.
E’ fondamentale, in un Consiglio parrocchiale, tenere ben presente lo scopo del lavoro. Non è che si stia rifacendo il Concilio Vaticano! E’ utile parlare in termini semplici, abbandonando l’ecclesialese, la confusa minestra di teologia male assimilata che spesso viene vomitata sugli altri. In questo bisognerebbe imparare dallo stile dell’esortazione La gioia del Vangelo, che dovrebbe essere uno dei principali riferimenti del Consiglio.
E’ fondamentale, in un Consiglio parrocchiale, tenere ben presente lo scopo del lavoro. Non è che si stia rifacendo il Concilio Vaticano! E’ utile parlare in termini semplici, abbandonando l’ecclesialese, la confusa minestra di teologia male assimilata che spesso viene vomitata sugli altri. In questo bisognerebbe imparare dallo stile dell’esortazione La gioia del Vangelo, che dovrebbe essere uno dei principali riferimenti del Consiglio.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli