Ancora sul Consiglio
pastorale parrocchiale
Abbiamo visto che il Consiglio pastorale
parrocchiale non è un organo di autogoverno né di autoamministrazione.
Nell’autogoverno una collettività decide chi comanda. Nell’autoamministrazione
decide come impiegare denaro e beni per gli scopi comuni. Nella parrocchia
comanda solo il parroco ed è solo lui che amministra. Lo fa senza dover subire
controlli penetranti dall’alto e senza
dove rendere conto verso il basso. Non riceve ordini precisi da chi l’ha
nominato: basta che gli mostri un certo ossequio. E’ legato a lui da un patto
di fedeltà che, in fondo, è caratteristico del sistema di governo feudale, che
appunto funzionava mediante patti di fedeltà tra sovrani di una scala
gerarchica che andava dall’imperatore, in alto, all’ultimo dei prìncipi legati
da quei patti. In un sistema feudale, chi comanda è immune verso il basso, il
suo potere si basa solo sull’autorità superiore. La differenza rispetto ad un’organizzazione
gerarchica di tipo burocratico, di funzionari mandati sul territorio, come è
quella locale dei ministeri degli stati è la molto maggiore autonomia, per cui
chi comanda, purché mostri ossequio verso l’alto, fa ciò che vuole. La nostra
Chiesa, a differenza di quelle dei sistemi ecclesiastici dell’Ortodossia e di
quelle scaturite dal processo della Riforma luterana, è molto legata al sistema
feudale di potere perché è mediante esso che ha acquisito autonomia politica,
più o meno dall’Ottavo secolo.
Questo anche se le norme dei diritto canonico, il codice di leggi della
Chiesa, parlano ora della parrocchia come di una comunità.
Questa idea è un portato della teologia, in particolare di quella scaturita dal
Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Questa teologia non è ancora riuscita ad
esprimersi in un corrispondente ordine giuridico. Negli anni ’70 dello scorso
secolo si avviò una transizione verso qualcosa di simile, ma tutto fu congelato
sotto il ministero di san Karol Wojtyla, il quale governò da imperatore feudale
la piena accettazione della democrazia politica da parte della Chiesa nell’organizzazione
civile. Sotto certi aspetti è un paradosso. In un mondo organizzato su principi
di democrazia politica, la nostra Chiesa sarebbe rimasta in fondo l’unico impero
politico-religioso: questa però, dall'anno Mille, è stata sempre la principale
ambizione del papato.
Gli statuti del consiglio pastorale parrocchiale approvati
nelle varie Diocesi richiamano i principi di organizzazione di quelli
diocesani. In essi è considerata importante la rappresentatività, soprattutto dei laici. Si legge infatti nel
secondo comma del canone (=articolo) 512:
2. I fedeli designati al
consiglio pastorale [diocesano] siano scelti in modo che attraverso di loro
sia veramente rappresentata tutta la
porzione di popolo di Dio che costituisce la diocesi, tenendo presenti le
diverse zone della diocesi stessa, le condizioni sociali, le professioni e
inoltre il ruolo che essi hanno nell'apostolato, sia come singoli, sia in
quanto associati.
I vescovi hanno i problemi
dei signori feudali di sempre: sono circondati da corti ossequiose che tendono
a separarli dal popolo. Per un parroco è diverso: ignora il popolo solo se
vuole così. E’ troppo vicino alle realtà di prossimità. Ma i vescovi spesso
risiedono nei loro antichi palazzi feudali, come accade a Roma, e quelle
architetture fatte proprio per montar loro la testa possono effettivamente
allontanarli dalla gente, e questo anche pensando di far bene, di avere in quel modo l’anima
rivolta al Cielo. Allora si è voluto avvicinar loro la gente, rendendola
presente in un ufficio di consulenti i quali, con molto tatto e sempre
rispettando la regola dell’ossequio, dicano loro come stanno realmente le cose.
In un organo del genere, pieno di laici, anzi soprattutto di laici, come è scritto nel primo comma di
quel canone che ho citato, è fatale che si sviluppino
processi democratici, gli unici a consentire valutazioni collettive affidabili
e condivise. Ma la democrazia non supera la cerchia dei consulenti: anche qui
non è né autogoverno né autoamministrazione.
Questi consigli, a livello diocesano e
parrocchiale, sono stati organizzati per collaborare alla programmazione delle
attività. Studiare, valutare e proporre
conclusioni operative: sono queste le
loro attività che sono sintetizzate nel codice di diritto canonico quanto al
consiglio pastorale diocesano. Nessun vero potere
è stato trasferito a quei consigli, perché sono al di fuori del
sistema feudale ecclesiastico, di quei patti
di fedeltà che coinvolgono solo il
clero e istituti di vita consacrata (frati e suore, monaci e monache).
Sarebbe possibile un’organizzazione realmente
democratica della nostra Chiesa? Senz'altro sì. Ma a me basta che sia democratica
l’organizzazione pubblica in Europa: questo impedisce gli eccessi e gli abusi
che travagliarono fino all'epoca moderna il rapporto tra appartenenza religiosa
e civile. La nostra Azione Cattolica è l’esempio di come collettività di fede
possano essere organizzate democraticamente senza creare alcun problema alla
religione. Ma non vedrò nella mia vita l’abbandono del nostro anacronistico
sistema feudale, quindi non ritengo utile ragionarci sopra più di tanto. L’importante
è essere consapevoli del contesto. Leggendo queste righe lo siete diventati.
L’idea
di stabilire un collegamento tra il potere religioso e le comunità governate ci può
comunque tornare utile. Questo è appunto il nostro problema in parrocchia, la
cui organizzazione, ad un certo punto e molto a lungo, è finita per coincidere
sostanzialmente con quella di uno dei movimenti presenti. E’ potuto succedere
perché lo staff del clero, da un certo punto in poi, proveniva quasi tutto da quel movimento,
compreso il parroco e, in una parrocchia, tutto il potere compete al parroco.
Del resto si trattava di un movimento con forte componente comunitaria: perché non
prenderlo come modello per la rivitalizzazione comunitaria della parrocchia, per fare della parrocchia
una vera comunità? Dico questo per
evidenziare che tutto si è svolto in assoluta buona fede, con le migliori intenzioni,
da parte di persone buone. Il risultato è quello che si è presentato al nuovo
staff di preti che è arrivato nell’ottobre 2015 e non può essere considerato buono. Che cosa non ha funzionato? Diciamo così: una parrocchia muore
se non si consente un certo pluralismo. La comunità preesiste, può essere
educata, certo, ma non rifatta da capo. E’ questa idea di ricostruire la comunità non
ritenendo soddisfacente quella che preesisteva
che, con il senno del poi naturalmente, facendo un bilancio di ciò che è
stato, non ha funzionato.
Si poteva capire che non stava andando bene, che era diventata controproducente? Si poteva. E’ chiaro che qualcosa
in alto non ha funzionato, non si sono suggerite, o disposte, correzioni a
tempo debito. Del resto il sistema feudale funziona così: purché mantenga l’ossequio
al superiore, il potente locale ha molta libertà. Ma, a questo punto, è inutile
tornare sul passato. La situazione è cambiata, ma il lavoro da fare si presenta
molto arduo. Ecco che una rivitalizzazione del Consiglio pastorale parrocchiale
potrebbe servire a creare una struttura di effettivo raccordo con la gente del
quartiere che vive la nostra fede. Bisognerebbe riuscire a farvi partecipare
anche persone che riscuotano credito tra la gente del quartiere e che siano capaci di
rappresentarne il punto di vista. Le regole sull’organizzazione del Consiglio
sono piuttosto duttili: è il parroco che decide chi partecipa. In un’ottica
democratica questo non va tanto bene, perché gli organi di partecipazione
dovrebbero essere un limite al potere, non una sua emanazione. Se si trattasse
di un organo coinvolto nell’autogoverno o nell’autoamministrazione, il Consiglio pastorale parrocchiale non
dovrebbe essere nelle mani del parroco. Ma è qualcosa di diverso: serve solo a partecipare alla programmazione delle attività. Ora che ci serve più
pluralismo, il parroco non ha alcun problema, giuridicamente, a indurlo
nominando la gente giusta per ottenerlo. Ma poi questa gente non deve ragionare
secondo la mentalità feudale: rispondo solo verso l’alto; purché mi mantenga
ossequioso posso fare ciò che voglio nel mio regno, che può essere costituito,
ad esempio, anche solo dalla microstruttura parrocchiale di riferimento, dal
singolo servizio. Occorre che accetti di essere
messa in discussione con procedura di dialogo democratico e, soprattutto, deve
parlare con la gente del quartiere: non cerchiamo monaci. I processi
democratici devono estendersi. Non devono partecipare al Consiglio persone che
considerino sé stesse, e pretendano di essere considerate, capi assoluti nel
proprio settore, movimento o servizio che sia. In ogni struttura deve essere
vivo il dialogo democratico sul da farsi e poi esso deve confluire nel
Consiglio e da questo rifluire verso la base. In questo modo, con questo
movimento di dare e avere, il Consiglio funzionerebbe un po’ come il cuore nel
corpo umano, sarebbe il cuore della parrocchia rigenerata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli