Dialogo come metodo e
mentalità
E’ da un bel po’ che non partecipo ad
assemblee di istituzioni di partecipazione della Diocesi, quelle in cui i laici
dovrebbero dare una mano come consulenti. Devo dire che quelle esperienze non
furono esaltanti. Ci si convergeva da estranei e si stringevano alleanze per le
nomine. Non c’era molto altro. Mi parevano dominate dai gruppi. Del resto le
parrocchie tendono a diventare piccoli mondi isolati e nel lavoro collettivo
gli isolati contano poco o nulla.
Ci sono istituzioni da cui partono direttive d’azione e i gruppi
maggiori vogliono avervi voce, mandare gente propria. Per farlo bisogna
accordarsi con gli altri, se non si ha la forza sufficiente. Il tempo quindi
viene impiegato in queste trattative. Lo si fa in cenacoli riservati, mentre
sul palco parla qualche esperto. Ai tempi nostri di solito gli esperti spiegano
come vanno le cose, e ognuno più o meno lo sa già, ma non danno soluzioni.
Sembra che la cultura non se ne senta più responsabile, lo osservò Zygmunt
Bauman, ma anche lui fu piuttosto sintetico nelle proposte operative, anche se ne fece.
Il problema è che, quando ci si incontra per
quelle faccende ,si è e si rimane estranei, perché il tempo è poco e, per di
più, non si è veramente interessati agli altri. In religione, da noi, si
preferisce passare il tempo tra gli amici propri. Non conoscendosi, riesce
difficile sviluppare il dialogo, che è un modo di mettere in relazione i punti
di vista e le storie delle persone. Presuppone
una mentalità, quella di essere interessati agli altri. Spesso si è impegnati,
invece, a fare proselitismo, che significa aggregare gli altri al proprio
gruppo, assimilandoli. Nel dialogo gli altri rimangono tali, ma è possibile
farsene degli amici. Il lavoro collettivo è più produttivo se collaborano
amici, se si collabora da amici. Allora non prevale la logica dello scambio, per cui si è disposti a dare esattamente quanto si riceve o si
prevede di ricevere.
Si potrebbe pensare che, in religione, con tutto il parlare di amore che si fa, sia più facile intendersi, ma non è
così. In religione, in genere, ci si odia ferocemente. Del resto la lunga
storia della nostra fede ce lo conferma. La pace
è diventata un valore realistico, da perseguire anche nella vita reale, molto di
recente nelle nostre concezioni religiose. A che cosa è dovuto tutto questo odio? In parte viene naturale, è il
nostro istinto di antiche belve che si fa sentire. In questo ci manifestiamo
simili agli altri viventi, come lo siamo nella biologia e nella fisiologia. In
parte è dovuto proprio alla religione, quando si pensa di avere un filo diretto
con il Cielo e si sacralizzano le proprie concezioni, vale a dire che non si
accetta che vengano poste in discussione. L’idea che, in società, vi siano
valori non negoziabili è espressione di questo
modo di pensare. Se non si negozia si va allo scontro frontale. In una
mentalità di dialogo non vi sono valori non negoziabili, perché è ammessa la
discussione su tutto. Ma il dialogo è possibile quando ci si accorda su questo
principio: che tutti siano uguali in dignità. L’altro va rispettato in questa
dignità che ci si riconosce reciprocamente. Questo poi comporta dei limiti sia
nella dialettica, sia nelle relazioni concrete, in ciò che si fa agli altri.
Nel pensiero di Ghandi [Mohandas Karamchand Gandhi, mahatma, grande
anima, capo spirituale e politico indiano vissuto tra il 1869 e il 1948], i primi rientrano nell’idea di nonmenzogna, gli altri nella nonviolenza.
In religione ci si propone, in
linea di principio, una grande apertura verso gli altri. Vorremmo fare dell’intera
umanità un’unica famiglia. Bello. Poi però qualche volta si parte male, pensando
di inaugurare una sorta di casting,
di selezione per scegliere chi può partecipare ai nostri eventi religiosi. E’
questo che succede quando si sbotta che non si vuole “abbassare l’asticella” (l’ho sentito dire da un esponente in un
nostro gruppo) o “fare un compromesso al
ribasso” (l’ho sentito dire da un’esponente di un gruppo che a quell’altro
si oppone). Poiché queste espressioni, simili nel contenuto, sono venute da gente di opposti schieramenti
ecclesiastici, credo che si tratti di una mentalità piuttosto diffusa. Chi l’ha
detto che la religione deve essere, per la gente comune, una gara di salto in
alto? E che cos’è poi questo snobistico disprezzo per gli altri, come se ci
fosse un basso in cui far rimanere
confinati quelli che non saltano abbastanza in alto? Uno come Ignazio di Loyola
[vissuto nel Cinquecento; è il fondatore dei Gesuiti] consigliava invece di
abbassarsi il più possibile e di far mostra di ritenere gli altri sempre
migliori di sé stessi, tacendo di ciò di cui di loro non si poteva parlar bene.
Il nostro padre Francesco ci dà ogni giorno degli esempi di questo modo di fare
con gli altri. Non sarebbe male prendere lezione da lui, che, in definitiva, è
quello che è. Invece vedo che alcuni storcono il naso e, a mezza voce, dicono
di rimpiangere quelli di prima. Ma non è che questi ultimi poi la pensassero
diversamente. Perché: gli umili saranno
innalzati. È scritto. E’ umile chi vuole alzare l’asticella e
rifiutare di trattare con gli altri se sono troppo in basso?
Tutti questi problemi che ho descritto
fatalmente si ripropongono anche in realtà di prossimità come i consigli pastorali
parrocchiali. E questo anche se ci si dovrebbe conoscere molto meglio, perché si
hanno più occasioni per frequentarsi. Ma questo non accade anche nei condomini?
Eppure sappiamo che le assemblee di condominio non sono, di solito, esattamente
un modello di dialogo e di rispetto della dignità degli altri. La prossimità
aiuta, ma occorre un cambio di mentalità.
C’è una difficoltà a sviluppare un dialogo
costruttivo e deriva in particolare dai confusi concetti teologici che noi laici spesso abbiamo in
testa. La teologia è una cosa seria. Raramente però un laico ha la possibilità
di una sufficiente formazione teologica, ma, in definitiva, non gli è nemmeno
necessaria. Uno come Giuseppe Dossetti la riteneva addirittura
controproducente. Viviamo in un mondo plasmato dall’ingegneria (delle
costruzioni, meccanica, idraulica, elettronica, telematica, biologica ecc.), ma
non abbiamo bisogno di prendere una laurea in ingegneria per viverci. In
religione è indispensabile una buona spiritualità, che si acquisisce con la
pratica liturgica, la frequenza al magistero e la meditazione personale sulle
Scrittura. Dovremmo concentrarci su questa faccenda dell’amore, che è agàpe, il
lieto convito a cui tutti devono trovare posto. Questa è una buona base per una convivenza
religiosa.
Dal pensiero religioso ho
sintetizzato alcune regole che mi porto sempre dietro:
Fuggi
il male
Segui
con fermezza il bene
Ama
gli altri come fratelli
Sii
premuroso nello stimare gli altri
Sii
impegnato e non pigro
Allegro
nella speranza
Paziente
nelle tribolazioni
Perseverante
nella preghiera
Sii
pronto ad aiutare i tuoi fratelli quando hanno bisogno
Fai
di tutto per essere ospitale
Chiedi
a Dio di benedire quelli che ti perseguitano; di perdonarli non di castigarli;
Sii
felice con chi e’ nella gioia, piangi con chi piange;
Vai
d’accordo con gli altri
Evita
le discussioni sulle parole e le chiacchiere inutili
Non
inseguire desideri di grandezza, volgiti piuttosto verso le cose umili
Non
ti stimare sapiente da te stesso
Non
rendere a nessuno male per male
Preoccupati
di fare il bene dinanzi a tutti
Se
possibile, per quanto dipende da te, vivi in pace con tutti
Non
vendicarti
Non
lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene
Sii
paziente e generoso
Non
essere invidioso
Non
vantarti
Non
gonfiarti di orgoglio
Non
cercare il tuo interesse
Non
cedere alla collera
Dimentica
i torti
Non
godere dell’ingiustizia
La verità
sia la tua gioia
Tutto
scusa
Di
tutti abbi fiducia
Tutto
sopporta
Non
perdere mai la speranza.
Con Google potrete trovare da dove le ho
prese: è anche questo un esercizio spirituale.
Vedete che non ci sono i comandamenti “Non abbassare l’asticella”, “Non
fare compromessi al ribasso”.
Spesso si ha l’idea che sia in atto un
conflitto all’ultimo sangue tra ortodossi, quelli della propria parte, ed
eretici, quelli dell’altra. Si preferirebbe che questi ultimi sparissero.
Abbiamo la scomunica facile, noi laici, e questo anche se i nostri capi religiosi fanno diversamente.
Ora si vorrebbe scomunicare i corrotti, ho letto, ma non si è presa la cosa
tanto alla leggera, pubblicando presto presto la bolla,
il decreto che la commina: ci si è fatta una commissione sopra, che sta
studiando la cosa. Noi, per faccende infinitamente meno importanti, andiamo invece per
le spicce. Ma chi siamo noi per
scomunicare? No, lo dico sul serio, non come fa il nostro padre Francesco,
che, se volesse, potrebbe scomunicare chi crede debba esserlo! Chi siamo noi
per alzare le asticelle, far saltare i compromessi, indicare agli altri la
porta in uscita e via dicendo?
In un consiglio pastorale parrocchiale ci si dovrebbe
riconoscere amici, volerlo veramente
essere, cercare di esserlo, sforzarsi in questo. Ricordiamo ciò che ci ha
diviso solo per proporci di non dividerci più. Dobbiamo fare memoria delle esperienze di divisione per imparare l'unità tra noi. Questa è memoria purificata, secondo l'insegnamento di san Karol Wojtyla. La nostra miserella teologia da
incolti teniamola da parte e piantiamola con l’ecclesialese di cui ci riempiamo la bocca per non dire nulla.
In parrocchia abbiamo un problema: includere. Chi? Tutta la gente del quartiere che si
riconosce nella nostra fede. Ma perché non pensare addirittura più in grande? Perché
non pensare addirittura a chi non si è mai riconosciuto o non si riconosce più
nella nostra fede? Questo è il nostro dovere, ce lo dicono chiaramente i nostri
maestri. Ma se non riusciamo a includere nemmeno tutti quelli che vivono la
nostra fede, come possiamo pensare di andare oltre? Cominciamo a fare pratica
di inclusione e di dialogo, il resto verrà, e non sarà nemmeno tutta opera
nostra, perché il Cielo, in definitiva, c’è.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli