Effervescenza locale
Negli anni 70 del secolo scorso, al tempo in cui fui adolescente, le
nostre collettività religiose furono attraversate da forti moti di
rinnovamento, spinte dalle idee enunciate durante il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965). Al centro furono le parrocchie, che erano molto più abitate di
oggi e per di più da molti più giovani. Un’effervescenza sociale locale che
fece temere alla gerarchia di perdere il controllo. E’ a questo punto che si diede
mano libera ai movimenti. Si trattava di aggregazioni laicali indipendenti
dalla struttura organizzativa delle Diocesi. Non era il caso dell’Azione
Cattolica, naturalmente, perché essa era stata pensata all’origine per
integrarsi con la Diocesi e nelle parrocchie. I movimenti si erano espansi,
affiliando adepti, sfruttando gli spazi di maggiore libertà, e innanzi tutto
puramente e semplicemente di libertà, che erano stati aperti dall’ultimo
Concilio. Ma quelli che presero maggiormente piede erano animati da idee
anti-conciliari, erano espressione, in particolare, della politica
ecclesiastica di prima. Sotto il lungo regno di san Karol Wojtyla, alla
gerarchia del clero sembrò di riacquistare il controllo della situazione
governando i movimenti, giungendo ad intese con i loro vertici. Il governo
della società religiosa si fece dal centro, intorno ad un neopapato con
caratteristiche mai manifestate prima, con una fortissima desacralizzazione e
insieme personalizzazione del regnante, per cui ai fedeli egli appariva come una figura paterna di
prossimità, e in periferia attraverso i movimenti, che presto espressero una
loro gerarchia, di solito di tipo carismatico non democratico, caratterizzata
dai fondatori. Attraverso intese con i movimenti si ridusse il pluralismo
locale, si normalizzò il dissenso, si scoraggiarono gli esperimenti
organizzativi. Sembrò, ad un certo punto, riprodursi l’assetto che si era avuto
sotto il regno di Eugenio Pacelli, terminato nel 1958, quando iniziò a
manifestarsi l’effervescenza di cui dicevo: i fedeli come un blocco sociale
coeso intorno al regnante. Questo tornò utile quando, con la dissoluzione del
partito cristiano, organizzato sulle
idee del cristianesimo democratico nella linea Murri>Sturzo>De
Gasperi>Moro, la gerarchia prese a fare di nuovo politica direttamente in
Italia, come aveva fatto, con esiti tutto sommato non esaltanti, fino al crollo
del fascismo storico, nel 1945. Secondo l’impostazione di sempre si coalizzò
con la destra politica italiana.
Che serve fare memoria di tutto questo? Serve
per capire come sono cambiate le parrocchie italiane negli ultimi quarant’anni.
Oggi solo gente della mia età e più ha memoria di come si era prima.
Un bel momento, nel 2013, arriva da lontano, veramente da un altro mondo, il nostro padre
Francesco, e propone un diverso modello organizzativo che è quello su cui hanno
lavorato dagli anni Sessanta i vescovi latino - americani, raccolti nella
Consiglio Episcopale Latino Americano - CELAM, un coordinamento continentale
che riunisce i capi religiosi dei popoli americani di lingua spagnola e portoghese
e che fu fondato a metà degli anni Cinquanta, quando tante cose iniziarono a
cambiare, fra noi, in religione. Secondo questa concezione l’effervescenza
locale non è vista come un male da contenere, ma come un moto da sviluppare, da
incoraggiare. E’ centrale il collegamento con le collettività locali. Tutto il
modello italiano entra quindi in tensione. Capi carismatici? Francesco dice che
ogni potere dovrebbe avere un limite temporale. La società deve emergere, non
essere dominata. Ma chi la domina non è tanto d’accordo è infatti si sviluppa
un moto di rancorosa, vivace, ma sotterranea resistenza. In definitiva un Papa
è sempre un Papa, non si arriva a fargli guerra apertamente. Si era arrivati a
pensare di avere voce nella sua nomina, come accadeva nella Roma medievale tra
le famiglie patrizie locali, e invece… Un messaggio di felicitazioni al
cardinale sbagliato, alla fine dell’ultimo Conclave, mise allo scoperto le
aspettative di molti, in Italia.
Tutto
questo che sta accadendo rende difficile intendersi nelle parrocchie. Queste ultime talvolta sono divenute come delle specie di condomini tra i movimenti che le abitano.
La mediazione, sempre precaria, viene raggiunta allora attraverso i parroci, allo
stesso modo in cui viene conseguita al vertice, al centro, mediante una specie di conferenza
dei capi di movimento. Nel caso specifico della nostra parrocchia, poi, con il prevalere di un solo movimento, tutto
il resto era divenuto poco vitale.
Un Consiglio pastorale rinnovato
può essere la sede dove far emergere, piano piano, con la consuetudine
reciproca e il lavoro comune, un modello più radicato sul territorio, meno movimentizzato. Il problema è che ogni
movimento sviluppa una sua politica ecclesiastica ed è insofferente delle
innovazioni locali che riducano la sua influenza. Fatto sta che, quando ci si ritrova insieme, fatalmente si
è portati a lanciarsi addosso i rispettivi slogan. La presidenza, in questo
contesto, è un lavoro molto difficile. Ma ci sarà poi una realtà sociale locale
a cui ricollegarsi? Quelli dei movimenti sussurrano alle orecchie dei nostri
capi religiosi che non c’è, e che solo loro hanno salvato la situazione, ricostruendo ciò che si era dissolto. Quale sarà l’immagine
più affidabile della gente che abbiamo intorno? Direi che il primo passo da
fare è quello di mettersi in ascolto. Andiamo e vediamo, secondo l’esortazione
evangelica. Una parte del lavoro di un Consiglio parrocchiale pastorale
potrebbe allora consistere in audizioni e in inchieste
sociali. Ascoltare gente e proporle domande. Sono portato a non dar credito
alle opinioni catastrofiche sulla situazione religiosa. Quando la parrocchia si
è aperta, la gente da noi vi si è riversata dentro. Fatalmente,
assecondando questo moto, si riproporrà l’effervescenza di un tempo. Ora però
viene considerata una risorsa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli