Democrazia - 9
Qui si ragiona di democrazia per metterla in pratica. Non dobbiamo mai
perdere di vista questo obiettivo. Secondo le idee oggi correnti in religione,
questo ha un significato anche per la vita di fede. E' perché la democrazia,
come ai tempi nostri la si pensa e la si vive, è legata a valori, vale a dire a principi
di azione sociale, che sono condivisi dalla fede e, anzi, in buona parte
originano da essa, anche se non sempre se ne è mantenuta consapevolezza. Quando
la si è persa, la democrazia viene pensata come la sede dell’arbitrio delle maggioranze in danno di
quei valori. A maggioranza si potrebbe decidere tutto. Sarebbe meglio, allora,
mettere i valori nelle mani di oligarchie illuminate: sono i reazionari a
pensarla così, quelli che vorrebbero che la storia umana tornasse sui suoi
passi. Non è impossibile che accada: nella storia osserviamo civiltà che sono
regredite. Ogni conquista culturale va rinnovata di generazione in generazione,
altrimenti può essere perduta. L’umanità, quindi, potrebbe ancora tornare nelle
mani di sovrani assoluti e, in
effetti, di questi tempi si osservano processi sociali che vanno in questo
senso. Rimane sempre nell’aria l’idea che alle controversie e alla violenze
possa porsi rimedio solo con un’autorità superiore che imponga la pacificazione:
nella dottrina sociale la si vorrebbe a livello mondiale e talvolta sembra che
il modello siano, in fondo, gli antichi imperatori dei primi tempi, quelli che sacralizzarono il proprio potere
politico secondo la nostra fede. Non si tiene conto che una simile
concentrazione di potere fatalmente
annienterebbe le libertà civili se non governata con metodi democratici ancora
da pensare a livello globale, mondiale, di democrazia universale. Produrrebbe proprie corti,
che degenererebbero in oligarchie, le
quali, non limitate da processi democratici, si impadronirebbero delle cose
e delle persone e inizierebbero a farsi guerra. Se si riporta indietro la
storia, si è condannati a riviverla. In
un mondo che si avvia agli otto miliardi di persone, molto complesso e
interconnesso, attuare progetti reazionari porterebbe alla catastrofe, agli
incubi sociali proposti in tanti film di
fantascienza, che presentano le conseguenze di una crisi di regressione della civiltà.
Opporre democrazia e valori, come fanno i reazionari, anche quelli che
abbiamo in religione, non è corretto, perché nelle democrazie contemporanee i
principi di azione sociale più importanti sono sottratti alla volontà delle
maggioranze. Fin dalle origini dei processi democratici contemporanei, nel
Settecento, si ebbe chiara consapevolezza che le democrazie degenerano se
cadono in mano a tirannie di maggioranze.
Quando i reazionari accusano la democrazia di indifferenza ai valori, la
diffamano. Da quale parte stanno? Dalla parte dei valori? A ben vedere la loro critica si riversa contro i più. Questo fa sospettare che
siano dalla parte di una qualche oligarchia, di gruppi di pochi che vogliono acquisire il controllo sociale liberandosi
da limiti dal basso, per poi distribuire il potere sociale a loro discrezione,
dall’alto verso il basso, secondo i costumi di sempre delle oligarchie. In
religione, a volte, mimano, l’organizzazione del clero, che funziona ancora più
o meno così: oggi però la sua struttura feudale non fa più gran danno perché è un’oligarchia prevalentemente solo spirituale
ed esercita la propria influenza politica, che rimane comunque rilevante, con
la mediazione di un laicato che agisce secondo principi e metodi democratici,
in un contesto che relativizza ogni autorità pubblica. Nei movimenti reazionari
laicali, e in genere politici, questa
mediazione salta: in fondo essi sono l’immagine di come diverrebbe la società se
prevalessero.
Se consideriamo la nostra Costituzione, un
documento che contiene regole che possono essere cambiate solo con maggioranze
molto vaste e alcuni principi che non
possono essere cambiati, vediamo che è piena di valori, di principi di azione sociale che vengono imposti anche al
legislatore, come ad ogni autorità pubblica. Ci sono , ad esempio, quelli della
libertà religiosa e della laicità dello stato: in Italia non sono mai
stati completamente attuati. C’è quello di uguaglianza, che oggi è a rischio. C’è
quello di solidarietà sociale, anche questo oggi a rischio. Si tratta di principi che nessuna maggioranza potrebbe
abolire: ragionandoci sopra lo ha stabilito la Corte Costituzionale, il
collegio di giuristi ai quali è affidata l’interpretazione autentica della
Costituzione per stabilire se le altre leggi la rispettano. I valori
costituzionali in Italia si sono affermati prima tra la gente che nelle
assemblee legislative. Scaturirono dalla disfatta del fascismo storico, all’inizio
degli scorsi anni ’40: si ebbe un processo di conversione popolare, partito dal
rifiuto della guerra e dalla presa di coscienza che ci si era trovati in mezzo
ad essa a causa delle idee del fascismo, un regime oligarchico che proponeva la
disparità sociale a fondamento della gerarchia pubblica, la violenza come via
per la risoluzione dei conflitti sociali, l’aggressione internazionale come via
per la ricchezza nazionale, la guerra come igiene della razza. Era un regime che metteva le armi
in mano ai più piccoli, spingeva la gente alla violenza e alla guerra. Mantenne
ciò che prometteva. Gli italiani ebbero la guerra. La disfatta del fascismo fu
prima culturale che bellica. La gente non gli credette più, ammaestrata dal
dolore: non fu una svolta opportunistica, come taluni sostengono. E infatti fu
duratura. Ancora oggi i valori democratici sono vivi tra la gente, in
particolare nei più giovani. Vivono, ma spesso se ne è perduta consapevolezza,
non li si chiama con il loro nome. A volte li si vive, ma ce se ne vergogna,
perché sono diffamati da gente potente.
Negli anni passati, si sono considerati i quartieri romani, e anche il
nostro, come terra di missione. Non
sono mai stato d’accordo con questa visione delle cose. L’ho sempre considerata
piuttosto clericale. Mi offendeva. Se le Valli
fossero veramente terra di missione
significherebbe che tra la nostra gente i fedeli sono diventati minoranza, e
minoranza esigua. Non è così, ancora. In una prospettiva clericale si è
insoddisfatti della gente e allora si fa
come se non fosse più della nostra fede. Una scomunica di fatto che è un vero
arbitrio. E perché poi? La gente non segue la vita buona raccomandata, dicono. Questa però è stata più
o meno la condizione di sempre della gente della nostra fede: che cosa è
cambiato? Ci si sforza di essere migliori, ma in genere ci si approssima solo a quella vita buona idealizzata. E’ quello
che accade anche al clero, tra il quale vi sono molti di quelli che ci fanno la
predica in quel modo. Non sempre possono proporsi come esempi di moralità, in particolare ai
livelli più alti. Lo ha detto il Papa ed è persona che penso di certe cose se
ne intenda. Del resto: la vita buona raccomandata è veramente praticabile? In
religione si ragiona di famiglia, ad esempio, e della famiglia non si ha una
visione realistica. Del resto chi legifera in materia non ne ha esperienza se
non da figlio e zio. E così va nelle
cose del sesso, ma lì è anche peggio perché chi legifera se lo vieta come
peccato. I nostri capi religiosi sono scontenti delle nostre famiglie e di come
facciamo sesso, ma in che cosa si è veramente peggiori dal passato? Le nostre
famiglie di oggi sono molto meno violente e dispotiche che nel passato, nei rapporti
tra i sessi è lo stesso. Non è un progresso? Le società del passato, permeate
di religiosità tradizionale,
esprimevano incubi famigliari. Intorno all'anno Mille gli stessi papi condussero vita sessuale dissoluta: si parlò, a proposito del loro potere di allora, di pornocrazia. In seguito ciclicamente ci ricaddero, assumendo i costumi dei principi del loro tempo. Ed erano anche dei capi violenti. E' dal Settecento che la qualità dei papi cambiò: non è un caso che ciò avvenne con lo sviluppo di processi democratici che li sottoposero a critiche serrate. Ai tempi nostri sono dei sant'uomini. A ben vedere, dietro l'insoddisfazione dei nostri capi religiosi per le nostre vite, c’è la politica, si è scontenti di noi perché non assecondiamo più certi disegni politici nella
società e siamo molto più coinvolti nei processi democratici. Pretendiamo di
avere voce nella formulazione dei principi di azione sociale, del resto secondo
la prospettiva dell’ultimo Concilio. Non accettiamo più certe discriminazioni,
certe umiliazioni, di essere solo gregge condotto qua e là da certi pastori. Siamo
insofferenti di autorità che si propongono come assolute. Questo, anche se non
sempre se ne è consapevoli, è frutto di una compiuta assimilazione interiore
dei valori democratici.
Le
Valli all’ultimo censimento avevano circa ventimila residenti: circa quindicimila di loro, secondo le statistiche nazionali, dovrebbero prendere come riferimento morale la nostra fede, anche se non
vengono spesso in parrocchia o non ci vengono più. E’ tra questa gente che
dobbiamo sviluppare processi democratici per poi parlare di valori e metterli
in pratica. Si tratta di popolo vero, non dell’immagine clericale che se ne ha
di solito quando se ne parla tra addetti ai lavori: c’è il buono e c’è il
cattivo, e anche il molto cattivo. Ogni persona però è un processo: può
cambiare, in meglio o in peggio. E così è per la società. Creare le condizioni
per un miglioramento collettivo e
individuale è il lavoro delle democrazia come oggi la si concepisce, piena di valori dei quali le maggioranze non sono arbitre. Non
interveniamo sul quartiere da fuori, da colonizzatori,
da missionari. Ne siamo parte, nel bene e nel
male. Viviamo in famiglia, ci prendiamo cura di altri, dei più giovani, dei più
anziani, molte ore al giorno siamo al lavoro e come tutti soffriamo dei mali
sociali. Queste nostre vite hanno un significato sia civile che religioso. Non è senza valore religioso ciò che facciamo in società, ma è anche vero l'inverso: non è senza valore civile ciò che facciamo in religione. Migliorando in religione possiamo divenire anche cittadini migliori e divenendo cittadini migliori possiamo anche migliorare la nostra vita di fede, personale e collettiva. Ma come migliorare? Bisogna innanzi tutto riprendere a incontrarsi: la parrocchia è un’opportunità
perché ha le strutture per farlo. Ed è uno spazio in un certo senso pubblico, perché pagato anche con soldi
pubblici, con una parte dei proventi dei nostri tributi che confluiscono in
presa diretta nelle casse della nostra organizzazione religiosa. La società si migliora solo lavorando insieme,
di generazione in generazione. Non si tratta di venire in chiesa come
spettatori. Già proporsi che i più giovani abbiano in parrocchia un posto loro
dove crescere insieme è importante: non ve ne sono altri nel quartiere, per
quanto ne so. Accoglierli richiede la collaborazione degli adulti, in particolare dei loro genitori (lavorare insieme per tutti i ragazzi diminuisce la fatica e migliora il risultato: perché insieme i ragazzi crescono meglio e più velocemente; la vita da piccoli monaci che spesso diventano nelle loro famiglie, fatte solo dei genitori e di loro stessi, non fa per loro), e si
collabora efficacemente solo sviluppando processi democratici, imparando la democrazia, che è potere condiviso, in cui
si condividono innanzi tutto grandi principi umanitari, come quello che nessuno è meno degno di vivere di altri.
Nella pratica, ad esempio, questo significa che, in un’assemblea, si cerca di
ascoltare e capire gli altri, si rispetta il tempo loro concesso per parlare, non li si zittisce
e non li si sovrasta gridando. Nessuno
umilia, nessuno esclude, c’è un posto per tutti, nessuna autorità senza limiti.
Si pratica la democrazia e in essa si può scoprire l’agàpe della fede,
specialmente quando non la si affronta con spirito di circolo, ma cercando di
espanderla per includervi nuovi amici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma,Monte Sacro, Valli