Democrazia - 8
Fare memoria del passato serve a organizzare il presente e a progettare
il futuro. Parliamo della storia dei processi
democratici e, quando costruiamo un nuovo gruppo sociale, ci troviamo di fronte
a tutti i problemi che si sono presentati in quella evoluzione. E’ come se, per
arrivare là dove ci si propone, occorresse ripetere, sintetizzandola, tutta
quella lunga e complessa storia, tutti i suoi processi:
la si rivive e i problemi vengono superati se si seguono la vie che in passato
hanno avuto successo. La democrazia è quindi una conquista culturale che va
raggiunta di generazione in generazione e così si consolida nella società.
Tutti i fatti umani, la vita biologica come le società, sono così: sono processi, sia a livello collettivo che
individuale. Un processo è una serie di eventi che si sviluppa nel tempo e in
cui i precedenti influiscono sui successivi. Poiché la vita degli esseri umani
è limitata nel tempo, in un certo senso di generazione in generazione si deve
ripartire sempre da capo. Le generazioni però coesistono per una parte della
loro storia, per cui quelle più anziane istruiscono le più giovani. Ma, in
definitiva, il futuro è nelle mani di quelle più giovani. Le culture delle
società umane si tramandano e questo processo viene chiamato tradizione. Essa è molto importante, in
particolare, nelle questioni di fede. La tradizione
culturale consente di mantenere
certe conquiste sociali, scientifiche, culturali in genere, ma ostacola il
cambiamento. C’è una tendenza a ripetere, nelle cose sociali, perché quando si
presentano problemi si cercano soluzioni nell’esperienza passata. Così, come in
tutte le cose umane, il nuovo reca tracce dell’antico e questo accade anche nel
caso di cambiamenti sociali molto veloci, a carattere rivoluzionario, quando tutto
improvvisamente sembra essere messo sottosopra. I cambiamenti più rivoluzionari
sono avvenuti, nell’ultimo secolo, nel mondo della scienza. Lì il patrimonio
culturale si è talmente ampliato che al problema di tramandarlo si è aggiunto
quello di dominarlo nel presente: nessun individuo è in grado di farlo, ci si
riesce solo in comunità molto vaste di specialisti,
ciascuno dei quali controlla un settore molto limitato e dialoga con gli altri
integrando le proprie conoscenze con quelle altrui. E’ un processo che ha
interessato anche i fatti sociali: l’umanità è diventata tanto numerosa, le
società umane tanto complesse e interconnesse a livello mondiale, che nessun imperatore potrebbe governare da sovrano
assoluto; la politica è, ai tempi nostri, necessariamente un fatto condiviso da
molti, se si vuole che consenta la
sopravvivenza dei più. Questo significa che la via dell’umanità sarà
necessariamente quella della democrazia o quella della catastrofe. Ma la
democrazia che ci salverà non sarà quella delle origini, quella che aveva come
problema principale il conquistare spazi di libertà verso oligarchie dinastiche,
perché avrà davanti come problema principale quello di realizzare una pace
stabile a livello globale.
Fare pace è tanto difficile anche nelle realtà di
prossimità, lo possiamo toccare con mano. Costruiamo un piccolo gruppo e subito
sorgono dissapori, gelosie, liti sul da farsi. Qualcuno riesce a tirarsi dietro
i più, diventa loro capo e poi li tiranneggia. Ci sono quelli che hanno
successo e gli umiliati. Ognuno pensa per sé e cerca di accaparrarsi il meglio.
Si allea con altri, salvo poi tradirli appena non gli conviene più stare dalla
loro parte. Ogni autorità tende ad espandersi e a liberarsi dai limiti. Nelle
riunioni tendono a parlare sempre gli stessi e, in genere, chi ha la parola la
tiene troppo a lungo. Il tempo passa veloce e si ha la sensazione di non aver
concluso nulla. Alla fine si finisce per seguire i più svelti di lingua e di mano, quelli che si fanno meno
scrupoli. Attorno a loro e, in genere, a chi comanda si creano piccole corti. Ecco che, allora, si rivive il
passato, la monarchia, l’oligarchia, varie forme di democrazia e anche l’anarchia,
quando si cerca di fare a meno di regole e di autorità per dare il massimo
spazio alla vita degli individui. La società fa soffrire, ma presto si capisce
che ci è indispensabile per vivere. Si vorrebbe essere più liberi, ma allo
stesso tempo si ci lega agli altri: la vita sembra non avere senso senza di
loro. Un tempo lo si capiva fin da piccoli, giocando in cortile con torme di
ragazzini: oggi i più piccoli vivono come piccoli monaci e questa esperienza
viene ritardata. Ma alle medie, quando si comincia a uscire da soli, ci si
accorge che senza gli altri non si sa che fare. Ma anche che, se con si dà
ordine alle proprie esperienze sociali, non si arriva a nulla e ci si limita ad
aspettare, con gli altri, che il tempo passi: si è ragazzi del muretto, come
diceva il titolo di un serie televisiva di qualche tempo fa.
La democrazia si impara, non è innata nelle persone: è stata un
conquista culturale per l’umanità e lo è, di generazione in generazione, per
gli individui. Non basta leggerne sui libri, occorre farne tirocinio, metterla
in pratica. Gli esseri umani imparano dagli errori: è anche così che evolvono i
fatti sociali e, in particolare, è così che evolvono le scienze contemporanee.
Io ho imparato la democrazia in FUCI, tra gli universitari cattolici. Può
sembrare paradossale, tenendo conto che in religione la si è tanto a lungo
avversata. Ad un certo punto, però, si è
capito che era l’unica via per influire sulla società e la si è cominciata a
insegnare, consentendone il tirocinio. E’ in FUCI che, ad esempio, ho imparato
come si lavora in un’assemblea in cui bisogna prendere delle decisioni, il
lavoro che deve fare la presidenza, come si propongono le deliberazioni su cui
votare, come si propongono modifiche, gli emendamenti, come si vota, come si
scrive un testo unificato delle decisioni prese. Alcuni di quelli che vidi in
FUCI da ragazzo oggi sono parlamentari che fanno un lavoro molto importante in
società, sono diventati dei protagonisti della politica italiana. E comunque
tutti, in posti diversi, lavoriamo mettendo a frutto quella pratica di democrazia
che si fece da giovani. Estendere questo tirocinio a realtà più ampie di
ristretti settori di intellettuali, farne un fatto di massa, è la sfida di oggi, ma in fondo quella di
sempre da quando si sono sviluppati i processi democratici contemporanei ed
essi sono diventati indispensabili per la sopravvivenza dell’umanità.
Nei processi democratici gli individui non
sono legati solo da rapporti di forza, come avviene nei fatti sociali
elementari. In un certo senso ci si sceglie, come accade tra amici. In
religione si è cominciato a parlare di democrazia come di un’amicizia sociale (si è ancora piuttosto cauti a nominarla
esplicitamente in dottrina, e questo è qualcosa del passato che rimane). Le
società umane sono quindi caratterizzate da
qualcosa di comune che si pensa esserci tra gente che vuole andare d’accordo e che storicamente è stato riassunto, ad
esempio, in un mito, una storia
leggendaria su origini comuni, o in certo modo di vivere e di pensare che si
pensa scaturire dalle persone come le piante dalla terra. Quindi le società
umane nascono come esperienze definite, con dei confini, con un dentro e un fuori,
gli amici dentro, i nemici fuori. Le democrazie nascono per consentire i più
ampi spazi di libertà dentro una società: ce li si deve riconoscere
reciprocamente e quindi ci si deve riconoscere uguali in questo. Si è sperimentato che in società più libere si
vive meglio perché le risorse sono meglio distribuite. Per essere liberi in molti occorre però condividere delle
regole, porre dei limiti ad ogni autorità e ad ogni arbitrio individuale, dentro la società. Alle origini le
democrazie riguardavano, in ogni società, una minoranza di gente che si
riconosceva l’uguaglianza reciproca. Poi, più recentemente, si vollero includere nei processi democratici tutti gli adulti di una società, quelli che stavano dentro una società. Si scoprì, però, che l’uguaglianza
doveva essere realizzata, costruita, perché, a quel punto, non era più
originaria. Lo si fece potenziando la solidarietà
sociale all’interno delle società. Ora la sfida è di realizzarla globalmente, lì dove prima non si
ammettevano limiti all’arbitrio umano e alla violenza (di chi era fuori si poteva fare ciò che si voleva: le guerre
europee di conquista dell’intero mondo furono fondate su questo principio). Questo perché servono processi democratici a
livello mondiale per salvare l’umanità. E allora serve anche solidarietà a
livello globale. E’ una realtà che ci si impone, anche a voler chiudere gli
occhi su di essa: ad esempio attraverso i fenomeni delle migrazioni di popoli
dai posti dove si sta peggio a quelli dove si sta meglio. Ma che cosa ci lega a
livello globale per cui si debba essere solidali a quel livello
invece di massacrarci e rapinarci, a livello globale, come è sempre avvenuto?
Oggi pensiamo che democrazia e pace vadano d’accordo: pensiamo ad un ordine
democratico come a un ordine pacifico. Non è sempre stato così. E’, anzi, uno
sviluppo piuttosto recente dei processi democratici. Storicamente le democrazie
sono state piuttosto bellicose. Lo è stata, dall’origine, la prima democrazia
contemporanea, gli Stati Uniti d’America, che hanno vissuto pochi periodi di
vera pace. Sono stati l’unica potenza mondiale ad usare l’arma nucleare in una
guerra, non una ma addirittura due volte, distruggendo due città giapponesi,
durante la Seconda Guerra mondiale! La storia d’Italia, ai tempi in cui si
realizzò l’unità nazionale, nell’Ottocento, vide processi democratici e
conflitti bellici strettamente connessi. In questo le democrazie a lungo non si distinsero dai regimi
assolutistici che vollero sostituire.
I nostri orientamenti religiosi oggi prevalenti ci propongono un impegno
per una pace globale che può servire a sorreggere processi
democratici pacifici a livello mondiale: questo tema è al centro della
predicazione di papa Francesco e si trova sintetizzato molto efficacemente nell’enciclica
Laudato si’, del 2015. Ecco dunque
che l’esperienza sociale che si fa ai tempi nostri in religione può avere, e
anzi dovrebbe avere, questo significato anche civico a livello molto ampio. In
un certo senso, a cominciare dalle realtà di prossimità, come è quella della
parrocchia, si può cominciare a cambiare
il mondo. Si tratta di avviare nuovi
processi democratici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli