Democrazia
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Gli antichi filosofi greci, ragionando sulle
esperienze politiche dei loro tempi, diffidarono della democrazia. Vi
partecipava una minoranza della popolazione che praticamente non
doveva occuparsi d’altro, ma anche questa gente si lasciava trascinare dall’emotività,
non aveva la pazienza d’approfondire, seguiva quelli che meglio mostravano di
saper agitare le collettività divenendone guide. I più decidevano secondo i propri
interessi privati o di gruppo, premiando le guide che mostravano di volerli
favorire, ma chi arrivava al potere promettendo
di farlo spesso ne abusava. Ogni
potere supremo tendeva rapidamente a degenerare, per cui occorreva correre ai
ripari. Non sarebbe stato meglio scegliere guide
politiche tra persone competenti e animate dall’intenzione di fare il bene
di tutti? Ecco perché gli antichi filosofi greci pensarono a loro stessi come alle migliori guide delle collettività politiche, ma non riuscirono mai ad
esserlo. Al massimo furono consiglieri di chi comandava di volta in volta. Ma che cos’è
poi il bene? Al dunque rimangono i rapporti di forza nella società. E chi
giunge ai vertici tende a mantenere il potere che ha: poiché è il numero che fa
la forza, tende a creare una sua corte, un gruppo che lo spalleggia per
avere in cambio un po’ del potere sugli altri. Le assemblee limitano chi
comanda e allora chi ha il potere tende a limitarle a sua volta, riducendone
gli spazi di decisione, fino ad abolirle addirittura. Ogni potere politico
tende a diventare assoluto, libero da vincoli, da limiti. In
fondo è storia anche dei nostri giorni.
In un mondo fatto di tanti servi abbruttiti
dal lavoro, in cui l’accesso alla conoscenza era di pochi, sembrava
inverosimile che la gente comune avesse voce in capitolo nelle cose della
politica. E questo anche nelle epoche storiche in cui si manifestarono processi
democratici, come nell’antica Roma prima che cadesse nel dominio di imperatori assoluti, nel primo secolo dell’era
antica, poi nell’età d’oro dei Comuni europei, le esperienze di libertà delle
industriose città dall’inizio del Secondo Millennio della nostra era e fino al
Trecento, o nel regno inglese dal Duecento. La magnificenza della corti che si
riunivano intorno a chi era riuscito ad assolutizzare
il proprio potere politico supremo
gravava sul duro lavoro dei più, che, oppressi
dal lavoro, non avevano la capacità, ma neanche la libertà, di occuparsi della politica, in
particolare organizzandosi collettivamente, e cadevano in mani altrui, anche se
non sempre fino alla condizione di schiavi. A lungo si ritenne che questa fosse una
situazione naturale e che la
ribellione fosse un grave delitto. I poteri assoluti
proposero diverse giustificazioni di
loro stessi, del perché dovessero essere assoluti. La loro sacralizzazione li aiutò in
questo: si presentarono come delegati dal Cielo per fare il bene di tutti.
Altrimenti la società sarebbe caduta in rovina, in preda alla violenza e all’arbitrio.
A lungo questa situazione di temuta anarchia, che è quando si cerca di fare a meno il più possibile di poteri sugli altri, fu assimilata alla democrazia (che è invece un sistema di poteri condiviso), in particolare dove di quest’ultima si erano perse esperienza e
memoria veritiera.
Quello che ho cercato di sintetizzare spiega
perché, quando ci si propose di coinvolgere tutti nei processi politici, nelle decisioni comuni,
si iniziò con l’idea di liberare il
lavoro. E’ un processo recente: risale alla seconda metà dell’Ottocento.
Nella Costituzione italiana vigente ne vediamo il frutto maturo: proclama l’Italia
come una repubblica democratica fondata sul lavoro. Ma su un lavoro libero.
Ai nostri tempi ha iniziato ad esserlo sempre meno, lo sappiamo. E anche i
processi democratici sono entrati in crisi.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli