Democrazia - 6
Per chi scrivo queste brevi note sulla democrazia? Non per chi ne sa già
abbastanza: chi ha studiato Legge, Scienze politiche e Sociologia,
i preti, chi fa il dirigente in Azione Cattolica, chi è interessato all’argomento
e ha già approfondito per suo conto. Scrivo per tutti gli altri, in particolare
per i più giovani. La democrazia infatti è nelle loro mani, è una loro responsabilità per costruire il futuro. L’Azione
Cattolica ritiene proprio compito specifico sviluppare una formazione per quel
lavoro in società. Ed eccomi qui a scrivere. Ne so un po’ di più? Ho studiato Legge e ho approfondito un po’.
La democrazia, più o meno come noi ancora oggi la intendiamo, è un regime politico
che si manifestò nell’antica Grecia, nel 6° secolo dell’era antica, quindi circa
cinquecento anni prima che si formassero le nostre prime collettività di fede. Gli
antichi greci produssero anche un pensiero molto sofisticato sulla politica,
che era legato ad una sapienza più ampia e profonda che si chiedeva il senso
della vita umana e dell’universo, la filosofia.
Molti dei concetti che usiamo parlando di democrazia risalgono a quei tempi. Ma
le nostre democrazie sono molto diverse da quelle dell’antica Grecia e, anzi,
queste ultime, con i criteri dei nostri tempi, non le considereremmo nemmeno
democrazie. Perché coinvolgevano una esigua minoranza di maschi adulti, forse
un dieci per cento, si pensa, di tutta la popolazione degli adulti residenti.
Questa era la quota degli adulti maschi liberi. Liberi da che cosa?
Fondamentalmente dal lavoro. Occuparsi
dello stato veniva considerato incompatibile con il lavoro servile, vale a dire quello che facevano gli schiavi, gente in
proprietà altrui, ma anche le donne, e che consentiva di produrre i beni indispensabili per la
vita quotidiana.
La schiavitù non venne posta in questione dalla nostra religione e venne
abolita solo in virtù dell’affermarsi dei processi democratici in Europa. E,
tuttavia, ragioni per abolirla vennero trovate proprio nella teologia della
nostra fede: nel fatto che riteniamo di essere stati creati e di essere all'origine figli
di un unico Padre. Da qui l’idea che
si sia creati uguali. Quindi i
processi democratici contemporanei sorsero in
Europa, nel Settecento, sulla base di concezioni che intendevano liberare gli esseri umani dalle schiavitù sociali perché li si
considerava uguali per natura, vale a dire all’origine. Certo,
ognuno era diverso dall’altro, ma come ogni figlio è diverso dal fratello. Il padre, tra loro, fa parti uguali.
Evidenzio che la liberazione delle donne è molto più recente di quella degli schiavi.
Evidenzio che la liberazione delle donne è molto più recente di quella degli schiavi.
Benché dette con le parole della teologia della nostra fede, si tratta
di concezioni che fecero fatica ad affermarsi in religione. Oggi non sono più
avversate dalla nostra dottrina. Di solito cito, a questo proposito, la nota
n.793 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), dove, a
proposito dell’amicizia civile da
intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale,
si citano le parole di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° in un’omelia tenuta il 1 giugno 1980 durante
il suo primo viaggio in Francia:«“Libertà,
uguaglianza, fraternità’” è stato il
motto della Rivoluzione francese. In
fondo sono idee cristiane ». Che progresso da quando una simile frase sarebbe
stata invece condannata come eretica, solo poco più di un secolo prima! Ma si
dovette arrivare al 1991, con l’enciclica del Wojtyla Il Centenario, nell’anniversario dei cento anni dalla prima enciclica
della dottrina sociale, la Le Novità, del 1891, del papa Vincenzo
Gioacchino Pecci - Leone 13°, per arrivare alla piena accettazione della
democrazia contemporanea. Si tratta comunque di argomenti ancora controversi in
religione. I reazionari considerano l’accettazione della democrazia una
degenerazione del magistero e giungono a
contestare i papi più recenti perché, soprattutto in politica, hanno detto cose
diverse dai papi di un tempo.
Certo, ai tempi in cui si
formarono le nostre collettività delle origini, gli antichi processi
democratici si erano da tempo estinti. Il regno e l’impero erano le forme
politiche dominanti. E negli scritti sacri prodotti dall’esperienza di quelle
collettività non troviamo dottrine politiche. Il Maestro non fu un capo
politico. Parlò di un Regno, ma non di questo mondo. Il detto che gli è attribuito “Date a Cesare quel che è di Cesare…”,
non va inteso, naturalmente, come una sorta di regolamento di condominio tra
poteri nel mondo, quello di Cesare, il nome a
cui si richiamarono tutti gli imperatori romani, e quello Celeste, ma nel senso che su
tutto prevalgono le esigenze della fede. Così appunto lo intesero i primi
nostri fedeli che si fecero ammazzare in forme in genere particolarmente
crudeli, quando non poterono procurarsi carte false attestanti l’adempimento
dell’obbligo di compiere atti sacri per l’imperatore romano, pur di non
riconoscere, con un atto rituale, la divinità dei Cesari. Fatto sta che le
nostre prime organizzazioni religiose assunsero presto un aspetto monarchico,
come piccoli regni federati tra loro con intese di comunione: si riconoscevano
reciprocamente con lettere di comunione,
in cui ci si attestava di andare d’accordo. Ci si scambiava anche lettere di
scomunica, e piuttosto frequentemente! Una situazione piuttosto effervescente alla quale venne posta fine
quando l’imperatore, il Cesare, all’esito
di un processo ancora piuttosto misterioso, decise di assumere la nostra
fede come propria forma di sacralizzazione
politica, e quindi come ideologia
dei proprio regno politico, nel
Quarto secolo della nostra era.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli