Unire Cielo eTerra
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| La bandiera internazionale della pace |
Ho vissuto una vita tra gente di fede e mi
sono fatto l’idea che non riesca ad essere veramente pacifica, benché talvolta
pacificata. Del resto la pace è un obiettivo molto recente per l’umanità e anche
per le persone religiose. Non si sa bene come arrivarci. Mi pare che la via
migliore che si è escogitata sia stata quella di sopportare gli altri, provare
a convivere con loro anche se si mostrano irriducibili a noi. La bandiera
della pace attualmente in uso è fatta di tante strisce orizzontali di
diversi colori, tutte di dimensioni uguali, un arcobaleno. Ma la realtà degli
esseri umani è molto diversa: non sono semplicemente accostati gli uni agli
altri, ma si integrano tra loro, cambiando per questa loro vicinanza. Per
quanto talvolta si sforzino di rimanere tali, non sono mai sempre gli stessi.
Le situazioni mutano costantemente e, quindi, la pace va sempre riscostruita
più che mantenuta.
In religione mi pare che tutti ce l’abbiano con qualcun altro o con il loro stessi di prima. Le polemiche infuriano. Risolverle è un bel problema perché tutti sembrano avere
una propria idea del Cielo e le sono molto affezionati. Come se la sono fatta?
Spesso per sentito dire o per visto fare. A volte per averne letto. Non di rado
si segue la corrente e allora conta abbastanza l’emotività. Si parla di amore ed è vero che c’entra: ci si innamora degli altri e anche della loro fede. Non siamo
automi ma esseri viventi e c’è anche questo in noi e tra noi. Ma l’amore non è
fatto per durare, questa è l’esperienza di chi lo ha vissuto più a lungo e vuole
essere sincero con sé stesso su di esso. L’amicizia
lo è, ma richiede un impegno
maggiore per conoscersi e capirsi meglio. In genere sorge per affinità elettive, ci si sceglie tra simili, ma che succede se l’amicizia tra diversi è l’unica via per sopravvivere, come accade
nell’umanità di oggi?
Ma come fa la gente ad avere opinioni così nette sul Cielo? Nessuno l’ha mai visto, è scritto
chiaro. E allora? Certo, si pensa che ce se ne possa fare un’idea, ma vediamo come in un antico specchio, in
modo poco distinto, anche questo è scritto. Eppure basta aprire bocca tra noi
che in genere si è ripresi e corretti. Se ci si spazientisce con l’opinione
della maggioranza o di chi comanda in un certo momento non resta che prendere
la porta in uscita, e volte te la indicano proprio. E non va meglio se si
studia tanto. Trovatemi due teologi che la pensano proprio allo stesso modo!
Dobbiamo credere quello che ci viene
proposto di credere, come si legge nell’atto di fede? Questo è il principio
gerarchico della verità, nel senso di proveniente da
gerarchi, che in passato ha fatto molto danno. Abbiamo vissuto la seconda metà
del Novecento all’insegna dell’idea di aggiornamento:
che verità è quella che deve essere aggiornata? In realtà si tratta di qualcosa
di profondamente umano: è la ricerca della verità, che è tutto ciò che
ci è concesso di sperimentare nella nostra vita. Oggi si arriva ad ammetterlo
anche in religione, nonostante secoli di ostentate sicurezze che hanno prodotto
i risvolti tragici che conosciamo. Se uno è in ricerca si fa umile e accosta meglio gli altri, anche
quelli più diversi, perché, chi sa?, forse qualche cosa hanno trovato nella
loro ricerca e, dialogando,
se ne può sapere di più. Un dispensatore di verità, invece, mette gli
altri nella condizione di decidere se prendere
o lasciare, e se non prendono li molla o, peggio, li combatte e comunque
li emargina,
indica loro la porta in uscita. Inquinano,
contaminano, sono l’erba cattiva che
cresce in mezzo al grano buono, destinata alla fiamme, e nei secoli passati non
si sono attesi gli ultimi tempi per passare a vie di fatto.
In realtà qualcosa del Cielo ci è dato sapere. Il nostro compito non è
tanto di andare oltre quello, perché la rivelazione non è in nostro dominio, ma
forse di unire Cielo e Terra, perché tra Cielo e Terra ci siamo noi e in noi ci
sono tutti e due, dunque possiamo fare da tramite. Anche le cose della Terra ci
sono in gran parte ignote: vanno ricercate
con pazienza e ciò che troviamo non
sempre ci piace. Non è in fondo lo stesso con quelle del Cielo? Ciò che c’è sulla
Terra e che non dipende da noi se non in minima parte lo chiamiamo natura. Vorremmo che fosse diversa e
cerchiamo di spiegarci perché è così com’è. Perché la morte? Perché il dolore?
Perché tutta questa violenza? Ora cerchiamo la pace, ma la natura è una realtà
non pacificata e non pacifica. Vorremmo farne un bel giardino, come quello che
immaginiamo ci fosse in un lontano passato, alle origini religiose di tutto. Ma
neanche sforzandoci molto, anche in religione, ci riusciamo. E’ solo Utopia, un
regno che non c’è da nessuna parte e mai ci sarà? Religiosamente intuiamo che
invece c’è veramente, come in embrione, qualcosa e qualcuno che deve venire e
che invochiamo. Ad un certo punto della mia formazione religiosa me ne parlarono:
sembra che debba scendere dall’alto a
sostituire tutto quello che c’è ora. Si legge nelle ultime pagine delle nostre scritture.
Cielo e Terra: al dunque tutta la nostra scienza sembra che conti poco
per averne ragione, per dominarli del tutto. Ma perché dovremmo farlo? Siamo
solo creature. Si procede come a
tentoni, provando e riprovando, sbagliando molto e cercando di correggersi.
Passi avanti se ne sono fatti nella conoscenza realistica dell’universo, nelle
cose del Cielo e in quelle della Terra, ma i migliori nostri gerarchi sono
quelli che ci hanno guidato nella ricerca paziente ed umile: sono quelli che
hanno fatto meno danno, nella scienza, in religione e in politica, insomma in
ogni campo. Dunque perché accapigliarci tra noi, sulla grande e piccola scena,
anche da noi in parrocchia, su questioni di parole? Se i più sapienti non sono
approdati a nulla, mantenendosi superbi, come potremmo cavare qualcosa di più
noi, blaterando confusamente e scagliandoci contro i nostri miseri apparati
concettuali?
La via non ci sarà indicata in sogno, né ci apparirà magicamente
davanti, e la ricerca rimarrà ricerca, cercheremo ma non troveremo se non
frammenti, la pienezza rimarrà un’intuizione, ci sarà data solo alla fine dei
tempi, e allora non sarà opera nostra, sembra di capire. Scenderà dall’alto la città
tutta di luce. Chissà come sarà… Che cosa rimane, dunque? E agàpe oudèpote pìptei, l’agàpe
non avrà fine, è scritto nel greco antico delle nostre origini, la
benevolenza umana per cui si trova sempre un posto per tutti al lieto convito è la cosa più grande, quella che non delude, non viene meno, è la via, questo
è l’insegnamento della nostra antica sapienza, ed è veramente alla nostra
portata, a partire dalle realtà di prossimità, ad esempio nella nostra
parrocchia. In questo far posto agli altri sembra essere l’anticipo del regno beato. E’ un moto
contrario a quello dell’esclusione:
infatti si indica la porta in entrata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro,Valli
