Scuola
popolare di pensiero sociale
L’enciclica Laudato si’ può essere
utilizzata come libro di testo di una scuola popolare di pensiero e di azione sociale. E’
infatti un documento molto diverso dalla letteratura pontificia precedente del
genere dichiarato dal suo autore, l’enciclica appunto. Riassume idee correnti
sulle cause delle sofferenze sociali contemporanee, accreditandone alcune. Si rivolge alle masse ed è scritta in lingua corrente. E’
materiale che è naturalmente soggetto a verifica. Non basta che venga da fonte autorevole
per condividerne l’impostazione. Quest’ultima non deriva per via di deduzione
logica da una dottrina teologica, dalle cose della fede. La fede non ha la
soluzione dei mali sociali di oggi, ma può individuarli perché fanno soffrire.
La sofferenza è una produzione sociale e può essere corretta. Per capire la via
migliore bisogna rifletterci molto su, insieme, collettivamente, in ogni realtà
sociale. Questo benché molti pensino che non ci si possa fare nulla perché si
tratta di fenomeni su scala troppo grande, addirittura mondiale. E’ appunto la
scala su cui ragiona l’autore dell’enciclica.
Nella Laudato
si’ non ci si estenua su polemiche
dottrinali che erano ancora piuttosto evidenti in un altro recente documento del nostro
pensiero sociale, l'enciclica Carità nella verità,
del 2009. Non si fa una lezione di etica ai governanti. C’è un appello alla
mobilitazione popolare, di massa, per cambiare una società che, a livello mondiale, causa
sofferenza e mette a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Siamo tutti
invitati a cambiare i nostri stili di vita, ma non tanto per meritare sul piano religioso, quanto per
esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale,
e, così facendo, salvare il mondo, visto come casa comune. Ecco dove se ne parla, un punto molto importante del
documento:
206. Un
cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana
pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È
ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si
smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il
comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i
modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i
profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo.
Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori. «Acquistare è
sempre un atto morale, oltre che economico». Per questo oggi «il tema del degrado
ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi».
Riesce difficile alla gente comune capire chi comanda
il mondo e, dunque, con chi ce la si debba prendere per ciò che
genera sofferenza. Si scrive di potere globale, di multinazionali, da noi di Europa, insomma qualcosa di impersonale
che domina le nostre vite senza che si possa fare nulla per reagire, se non tentare di
scamparla volta per volta. Scoppia la rabbia, si scende in piazza per
manifestarla, ma nessuno dei potenti che vorremmo trascinare davanti ad una
specie di tribunale del popolo
accetta di venire a rispondere. Tutti si dicono nelle nostre stesse condizioni.
Da ultimo il maligno viene indicato nel mercato, che dispoticamente può distruggere in un attimo le nostre
vite, o, al contrario, trasformarle in meglio a livelli inimmaginabili. Ma il mercato non ha nulla di soprannaturale. E’ fatto di
norme giuridiche e di una massa di attori che si scambia dei beni. Chi compra e
chi vende. Anche il lavoro di ciascuno di noi. Sono le norme giuridiche che
consentono lo scambio: sono il frutto di accordi internazionali. Negli scambi
ci sono parti forti e parti deboli e le parti forti fanno il prezzo. Sono forti
le parti che hanno il potere di negare agli altri beni molto ambiti, perché
molto necessari o per alti motivi. Questo potere è assegnato dalle norme
giuridiche. Ci sono due modi di incidere sulle dinamiche di mercato: cambiare
le norme giuridiche e fronteggiare le parti forti con un’azione di massa. Sono
le strategie che nella seconda metà del Novecento hanno molto migliorato le
posizioni dei lavoratori dipendenti in Occidente. Funzionerebbero certamente
anche per correggere il mercato. Ma ci sono due nuovi problemi. Noi stessi,
masse di consumatori Occidentali, siamo le parti forti. Dunque dovremmo fare
autocritica e cambiare le nostre abitudini di vita, sentirci responsabili per
le sofferenze che generiamo. Ma tra le nostre condotte sul mercato e quelle
delle multinazionali non ci sono vere differenze; abbiamo interessi comuni e resistiamo nello stesso modo e per gli stessi motivi al cambiamento; rifiutiamo di sentirci responsabili delle sofferenze altrui che generano vantaggi per noi, ad esempio consentendoci di acquistare a prezzi molto bassi merci di uso quotidiano. Inoltre, poiché i problemi
sono globali, dovremmo muoverci su scala globale. Invece pensiamo di risolvere
i nostri guai rinchiudendoci, serrandoci dietro antiquate frontiere, in sistemi
politici che non hanno la forza di cambiare le norme giuridiche che regolano il
mercato.
Quelli a cui ho accennato sono problemi che
hanno un valore anche religioso, perché riguardano la sopravvivenza dell’umanità
e la sofferenze di immense moltitudini. Questo richiede di occuparsene anche
nelle nostre collettività di fede, arricchendo di molto il nostro pensiero
sociale, per comprendere meglio le società del nostro tempo, e ponendo al
centro delle nostre attività. Adesso la dottrina sociale è un settore complementare, non ritenuto
essenziale nella formazione alla fede, in cui infatti se ne parla poco e quindi
se ne sa poco. In parrocchia tutto ruota intorno a liturgia, catechesi, carità,
i classici settori dell’impegno religioso. Il ramo “Presenza nel mondo” è poco curato, in particolare dove si teme
molto di esserne contaminati. “Grande è
la posta in gioco”, scrive l’autore della Laudato si’, “ e abbiamo
bisogno di controllarci e di educarci l’un l’altro” [n.214]. E anche: “Tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in
questa educazione”.
Quando cominciare? Da molto presto e dai
molto piccoli. La realtà del mercato
globale irrompe veramente precocemente
nella vita delle persone: quando a un bimbo capita tra le mani il suo primo
telefono cellulare egli inizia ad essere un attore nel mercato globale. La
prima educazione è quella di capire quanta sofferenza generano le nostre azioni
quotidiane e quanta sofferenza inglobano le cose che sono sul mercato, ed averne
compassione. Sembra facile, ma non lo è, perché ad un certo punto sono
necessarie delle rinunce. E’ il nostro stile di vita di Occidentali che va
mutato. E’ qualcosa per cui tutti i presidenti statunitensi, senza eccezione,
si sono detti disposti a far guerra. In Europa è un po’ diverso perché la
classe dirigente della politica europea in genere di certe cose ad un certo
punto si è cominciata a vergognare, questo perché in Europa ci si è tanto
combattuti per difendere stili di vita contrastanti che divenivano incompatibili
perché tenuti a poche distanze gli uni dagli altri, per cui, ad un certo punto,
non si poteva proprio fare a meno di eliminare gli altri. Le due guerre
mondiali del Novecento ci hanno molto cambiato in Europa, si è iniziato ad
avere orrore di tutta quella violenza. Il
processo di unificazione europea è stata l’espressione della concreta volontà
di cambiare le cose. Quando lo si è voluto, e finché lo si è voluto, ci si è riusciti. L’Europa, una
politica continentale, ha le dimensioni giuste per incidere sul mercato globale.
Di seguito incollo un brano molto importante
della Laudato si’. Lavoriamoci un po’
su in questo lungo ponte primaverile che si conclude con la festa della
Liberazione, un compito sempre attuale, di generazione in generazione.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
*********************************************************************
IV. POLITICA ED ECONOMIA IN DIALOGO PER LA PIENEZZA UMANA
189. La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.
189. La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.
190. In questo contesto bisogna sempre ricordare che «la protezione
ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di
costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato
non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente». Ancora una volta, conviene evitare una
concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano
solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui. È realistico
aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a
pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?
All’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della
natura, ai suoi tempi di degradazione e di rigenerazione, e alla complessità
degli ecosistemi che possono essere gravemente alterati dall’intervento umano.
Inoltre, quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una
riserva di risorse economiche che potrebbe essere sfruttata, ma non si
considerano seriamente il valore reale delle cose, il loro significato per le
persone e le culture, gli interessi e le necessità dei poveri.
191. Quando si pongono tali questioni, alcuni reagiscono accusando gli altri
di pretendere di fermare irrazionalmente il progresso e lo sviluppo umano. Ma
dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di
consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo. Gli
sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa
inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a
medio termine. Se non abbiamo ristrettezze di vedute, possiamo scoprire che la
diversificazione di una produzione più innovativa e con minore impatto
ambientale, può essere molto redditizia. Si tratta di aprire la strada a
opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il
suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo.
192. Per esempio, un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio
orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento
tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti
dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo,
di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza
energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime
possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge
l’ambiente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività
capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più
dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme
di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della
qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale
insistere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove
possibilità di consumo e di rendita immediata.
193. In ogni modo, se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà
nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e
irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a
rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a
ritornare indietro prima che sia tardi. Sappiamo che è insostenibile il
comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri
ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per
questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del
mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti.
Diceva Benedetto XVI che «è necessario che le società tecnologicamente avanzate
siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà,
diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo
uso».
194. Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di
«cambiare il modello di sviluppo globale», la
qual cosa implica riflettere responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla
sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». Non basta conciliare, in una via di
mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione
dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un
piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il
progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore
e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso.
D’altra parte, molte volte la qualità reale della vita delle persone diminuisce
– per il deteriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei prodotti alimentari o
l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia.
In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un
diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso
ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la
responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una
serie di azioni di marketing e di immagine.
195. Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi
da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia:
se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse
future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la
produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica
desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare
l’inquinamento. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e
pagando una parte infima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un
comportamento in cui «i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle
risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano
pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni
o dalle generazioni future». La
razionalità strumentale, che apporta solo un’analisi statica della realtà in
funzione delle necessità del momento, è presente sia quando ad assegnare le
risorse è il mercato, sia quando lo fa uno Stato pianificatore.
196. Qual è il posto della politica? Ricordiamo il principio di
sussidiarietà, che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a
tutti i livelli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene
comune da parte di chi detiene più potere. È vero che oggi alcuni settori
economici esercitano più potere degli Stati stessi. Ma non si può giustificare
un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica
in grado di governare i vari aspetti della crisi attuale. La logica che non
lascia spazio a una sincera preoccupazione per l’ambiente è la stessa in cui
non trova spazio la preoccupazione per integrare i più fragili, perché «nel
vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso
investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati
possano farsi strada nella vita».
197. Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che
porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo
interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica
è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della
mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo
in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e
detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme,
fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle
persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica
non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in
discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi
dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità
dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali
mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale.
Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
198. La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto
riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che
riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene
comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono
ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta
sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è
preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio
che «l’unità è superiore al conflitto».
