lunedì 24 aprile 2017

Riflettere per approfondire la fede. Note per giovani divenuti anziani. Ripropongo i miei appunti da una meditazione tenuta il 9-2-13 presso un'Università pontificia ad un gruppo di vecchi membri di un gruppo giovanile della parrocchia di San Saba all'Aventino degli anni 1982/1986 dal sacerdote che li seguiva.

Riflettere per approfondire la fede. Note per giovani divenuti anziani
Ripropongo i miei appunti da una meditazione tenuta il 9-2-13 presso un'Università pontificia ad un gruppo di vecchi membri di un gruppo giovanile della parrocchia di San Saba all'Aventino degli anni 1982/1986 dal sacerdote che li seguiva.





  L'Anno della fede è un'occasione propizia per riflettere, approfondire  e pregare, allo scopo di maturare un rapporto personale migliore con il Signore.
 Il provvedimento motu proprio  "Porta Fidei" ("La porta della fede") con cui è stato indetto l'Anno della Fede, nel 50 anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano 2°, ha ricordato che il concilio ha marcato profondamente la storia recente della Chiesa. Molte cose sono cambiate da quando, ancora sotto il papa Pio 12°, la Chiesa era concepita come esercito schierato. Sono state attuate nuove forme di relazioni tra Chiesa e stati e un modo diverso di essere Chiesa. Sotto questo profilo il Concilio Vaticano 2° è uno spartiacque.
 In particolare è mutata la concezione del rapporto tra Chiesa e mondo, che prima era stata segnata da una forte corrente negativa. La Chiesa vedeva sé stessa come un fortino impegnato nella difesa da ciò che proveniva dall'esterno. Dopo il Concilio Vaticano 2° si è cercato di andare oltre le logiche del sospetto, quindi di capire ciò che si muoveva nel mondo. Si è compreso che non era solo colpa del mondo se c'erano cattive relazioni con la Chiesa.  Causa dell'ateismo non era solo un pensiero contro la trascendenza. C'erano stati anche annunci e forme storiche non coerenti con i principi, che avevano creato un'immagine falsata della Chiesa e della fede. Si era presentata una realtà di fede diversa da quella autentica. E' un problema che c'è ancora. Molte delle polemiche antireligiose erano dirette contro questa immagine falsa della fede. Così, a volte in non credenti polemizzano con una fede diversa da quella dei credenti.  Storicamente anche i credenti hanno contribuito all'equivoco.
 Spesso ad esempio si è polemizzato contro una concezione protestante della fede, quella ad esempio dei filosofi Hegel e Kant. in questa visione la fede viene presentata come unica interpretazione della realtà, ciò da cui poi deriva un contrasto tra fede e ragione che è originario e irrisolvibile.
 Ma il problema si era già presentato nel confronto tra le filosofie di Giovanni Duns Scoto (1266-1308) e quella di Guglielmo di Occam (1280-1349). In Duns Scoto c'è un divorzio fra fede e ragione, per salvaguardare la libertà di Dio e cosicché  il male e il bene dipendono dal suo arbitrio.  Viene quindi scisso il legame che S. Tommaso aveva instaurato tra fede e ragione, per cui il bene corrispondeva a una struttura della realtà e della creatura. La concezione del dio-despota (in cui per fede si accetta tutto e il contrario di tutto) genera concorrenza con la creatura e ribellione, l'idea di una struttura della realtà che sia slegata dalla volontà dispotica di Dio.
 Un esempio pratico dei problemi causati dalle varie concezioni di fede si ebbe nella controversia tra immaculisti  (che ritenevano che Maria, madre di Gesù, fosse stata concepita senza peccato, quindi distinguendola dagli altri esseri umani) e maculisti (che erano dell'opposta opinione, ritenendo l'universalità della grazia). Pio 9°, nel 1854, risolse la questione proclamando il dogma dell'Immacolata Concezione, però legando la condizione della Madonna ai meriti di Cristo.
 A volte bisogna rivedere i nostri modi di comprensione della fede.
 Secondo l'insegnamento del papa Benedetto 16°, mediante la ragione la religione può riconoscere la propria identità attraverso la lettura della struttura della realtà. Nel libro Ragione e fede in dialogo (2005), che riporta conversazioni tra Benedetto 16° e il filosofo Jurgen Habermas, è scritto che una religione che va contro la ragione non è una religione vera, non ha una comprensione autentica della realtà e di Dio. Occorre ricomporre la frattura tra fede e ragione. Non costruendo una religione a misura della ragione (come nel pensiero del filosofo Immanuel Kant (1724-1804), ma ponendo l'una accanto all'altra, non l'una contro l'altra. La fede indica prospettive che la ragione non coglie. Ma se la fede va contro la ragione deve interrogarsi.
 La fede non è più un presupposto ovvio del vivere comune (è scritto in Porta Fidei). Non c'è più un tessuto culturale unitario. La fede va quindi in crisi.
 Nel Vangelo ricorre spesso il tema della fede (ad esempio in Mc 4, 39-41: "Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?". Ma che cos'è la fede?
 La fede non significa mettersi sotto scacco, deve essere invece un atto libero e responsabile (così proclamato durante il Concilio Vaticano 1°). La risposta dell'essere umano al Dio che si rivela ha senso all'interno di un rapporto. Il pensiero insegna ad essere responsabili; perché, allora, si deve avere paura del pensiero? E' giusto concepire la relazione tra Dio e l'essere umano come quella tra padrone e schiavo? Ci sono sempre più piani di comprensione della realtà, che, anche per il credente, richiedono una riflessione non superficiale. Ad esempio nel cartiglio Rex Judeorum (il re dei Giudei) fatto affiggere da Pilato sulla Croce di Cristo con intenzione di irridere il condannato si è giunti a vedere, ad un livello più profondo, la vera realtà di Gesù, manifestata inconsapevolmente dal procuratore romano.
 Nella cultura moderna l'ermeneutica (lo studio dell'interpretazione) è una grande scienza. La verità necessita di una lettura, di un interprete, anche in materia di fede. In particolare Gesù è una persona che deve essere conosciuta nella sua complessità.
 E' sempre attuale la distinzione di S.Agostino (354-430) tra fides qua (le motivazioni della fede) e fides quae creditur (i contenuti della fede). La fede è un atto umano, presenta aspetti e motivazioni personali, ma ha anche dei contenuti condivisi. La realtà personale, la vita di ciascuno di noi, non è senza significato per la fede: è un criterio di interpretazione della fede. In teologia si riassume questo dicendo che si crede deo (a Dio: aspetto personale della fede) deum (i contenuti della fede) in deo (verso Dio: la fede è un itinerario personale, per cui credendo ci si mette in viaggio). Nella fede c'è una  risposta ad attese personali che produce una ricerca. Ma ogni traguardo raggiunto non esaurisce la ricerca, non è esaustivo; consente invece di contemplare orizzonti più vasti (questo aspetto è trattato nelle Confessioni di S. Agostino). L'essere umano ha una originaria percezione della propria grandezza e per questo è sempre alla ricerca, finché non riposi in Dio.  Il teologo Karl Rahner (1904-1984) ha parlato di uditore alla parola, per dire che l'essere umano è per natura capace di Dio, se Dio gli giunge.
 Nel libro L'ombra di Pietro, il teologo Pierangelo Sequeri ha trattato del tema della qualità e diversità della fede cristiana rispetto ad altre concezioni religiose. La fede cristiana va molto oltre ogni fantasia e suscita legami. Non bisogna sottrarsi al confronto con i dogmi della fede, ma approfondire l'aspetto della motivazione personale della fede, per capire se il nostro è un credere in cammino o una stasi.
 Non basta credere, come a volte si sostiene, quindi aderire a dei contenuti di fede.  I cristiani si sono combattuti per secoli in nome di Dio. Ecco la necessità di una riflessione ulteriore, di una più forte motivazione personale.
 Nel mistero del Natale la fede coglie nella semplicità tutta l'immaginazione su Dio. Parlando di fede, il cristiano non indica il cielo, ma un bambino; osa indicare la terra. Non indica verso l'alto o verso l'interiorità, ma verso il bambino di Maria. Il primo vagito del bambino Gesù è la prima definizione che Dio dà di sé.  Fatto uomo non è una metafora. Gli esseri  umani guardano Gesù agire, affezionarsi, interagire. Questo non cambia solo lo sguardo su Dio, ma anche quella su di noi stessi. Bisogna imparare alla scuola di Gesù ad entrare in relazione con gli esseri umani. Non si finisce mai di imparare, altrimenti si ricade nelle vecchie diatribe.
 San Paolo insegna che nello Spirito del Padre possiamo dire a Dio Abbà - Padre. Non siamo più schiavi. Non rallegra Dio vederci comportare come schiavi, abbattuti e prostrati al modo di schiavi. Anche nella religione dobbiamo sentirci impegnati a liberarci dello spirito di schiavitù. Da come si prega si capisce se uno si considera figlio  o schiavo. L'obbedienza cristiana è un compito impegnativo, significa non rassegnazione dell'anima. C'è un legame indissolubile tra fede in Dio e amore del prossimo ed esso deriva dal legame filiale con Dio, che ci porta ad agire per riscattare gli assoggettati alla schiavitù. La relazione di assoggettamento, ad esempio degli israeliti al Faraone egiziano, è diversa dal legame filiale cristiano a Dio insegnato da Gesù.
 Una forma di schiavitù è quella di chi viene illuso da concezioni di fede basate sulla semplice propaganda religiosa. La propaganda non fa pensare, illude e non di rado inganna.  Certe volte questa illusione consiste nel proporre forme di spiritualità più intensa, come se la normalità del Popolo di Dio apparisse inadeguata. Dobbiamo fare molta attenzione a questo aspetto e, soprattutto, evitare, nella nostra opera missionaria, di pescare di frodo tra la gente, manifestando di operare al servizio della Chiesa  e in realtà essendo al servizio di una nostra particolare concezione. La fede  si serve, non ci si serve di essa.  Bisogna recuperare uno spirito di servizio comunitario, di koinonìa anche nel lavoro missionario. E bisogna sempre ricordare l'importanza che nell'atto di fede hanno la coscienza della persona e la riflessione sulle motivazioni personali del credere.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro Valli