L’immaginazione
al potere?
L’immaginazione
al potere fu un’idea diffusa negli
anni Sessanta del secolo scorso per reagire contro un sistema sociale che
trasformava, e riduceva, l’essere umano ad ingranaggio. Bisognava immaginarsi un altro modo di
vita sociale e renderlo possibile in concreto con l’impegno politico. Era una
concezione fondata sull’ideologia del filosofo tedesco Herbert Marcuse,
stabilitosi negli Stati Uniti d’America negli anni Trenta. Fu appunto la realtà
statunitense al centro della sua critica
sociale: quest’ultima però si adatta bene al modo di vivere dell’intero
Occidente, anche di quello attuale, ma in fondo anche dell’intera civiltà globalizzata contemporanea nelle sue manifestazioni sociali
più evolute. Quella critica sociale portava ad organizzare azioni di contrasto,
di opposizione, contro sistemi sociali che erano oppressivi in un modo diverso
da come lo erano stati storicamente e lo erano i totalitarismi, essenzialmente
riducendo l’essere umano a una sola dimensione, quella appunto che ne
faceva un ingranaggio sociale, anche se in organizzazioni politiche che consentivano una certa libertà di azione ai singoli e ai gruppi. Quindi un’immaginazione
come forza di cambiamento sociale. L’accusa che si fa ai giovani degli anni
Sessanta e Settanta che seguirono l’idea dell’immaginazione al potere è in
genere quella di aver troppo immaginato e di aver poco realizzato, ma si tratta di un addebito ingeneroso, perché
effettivamente moltissimo cambiò in Occidente e i problemi vennero quando, dagli
anni ’80, l’immaginazione come critica sociale ebbe sempre meno potere.
In
religione si fa un certo uso dell’immaginazione. Chi lo può negare? I nostri
scritti sacri sono pieni di cose del genere. Li abbiamo ricevuti dall’antichità,
in cui si ragionava così. E questo è un punto molto importante: ragionare per visioni è comunque un ragionare. La nostra più grande
teologia si basa su quelle visioni.
Ma è cosa che vediamo anche nell’esperienza ebraica, dove lo studio è centrale e ha prodotto luminose scuole di
pensiero su base religiosa, quindi fondate su quel tipo di visioni, che troviamo espresse nella letteratura talmudica (da Talmud,
il testo in cui è raccolto il frutto di
quelle riflessioni, che significa appunto studio).
Ma immaginando
si può anche prendere congedo dalla
realtà e allora non si ragiona più, ma solamente ci si emoziona. La critica più
seria alla religione, seria in quanto fondata, è di essere stata una sorta di immaginifica droga per il controllo sociale delle moltitudini di
chi stava peggio, dei dominati sociali. Quindi di essere stata al servizio dei
dominatori. Un’immaginazione che
perpetua una condizione di servaggio è cattiva anche dal punto di vista
religioso. Se ragioniamo sulle visioni proposte dai nostri testi sacri possiamo
arrivare a convincercene. E’ passata da poco la nostra Pasqua, in cui abbiamo
fatto memoria della liberazione degli antichi israeliti dal dominio degli
antichi egiziani, che li opprimevano con condizioni di lavoro molto dure.
Grandi maestri della nostra spiritualità, come
Ignazio di Lojola e Giovanni della Croce, insegnarono ad imparare a fare a meno
dell’immaginazione, approfondendo la propria esperienza religiosa. Progredire
nella fede, allora, è come sbucciare gli strati di una cipolla, togliendo ciò
che non è essenziale. Si arriva in una notte oscura, dove si intuisce
misticamente il fondamento di tutto. Rimane la convinzione che si tratti di
misericordia, compassione, benevolenza universale: questa la grande novità
della nostra fede rispetto alle antiche religioni politeistiche.
Woody Allen, nel suo film Crimini e misfatti, che vi consiglio di acquistare e vedere in DVD,
fa dire ad un personaggio che gli antichi ebrei immaginarono un fondamento
amorevole, ma anche con l’immaginazione non riuscirono a concepirlo totalmente benevolente, tanto che troviamo l’episodio del
(mancato) sacrificio di Isacco. Eppure anche nelle scritture troviamo una
progressione nella riflessione sul fondamento e in essa la misericordia ha un
posto sempre più importante. C’è un’immaginazione che stronca l’inimicizia e le
guerre e che possiamo considerare buona, perché
è anche fonte di liberazione.
Gli antichi greci svalutarono molto l’immaginazione e il sogno. Consigliavano di rimanere aderenti alla realtà. Vedevano l’essere
umano sognante come incatenato in fondo ad una caverna, con il volto
rivolto verso il fondo, potendo vedere solo ombre della realtà proiettate sul muro che ha di fronte. Vi è chi vi ha visto l’anticipazione
della nostra civiltà dell’immagine.
L’immaginazione
comunitaria è la più potente di
tutte. Insieme si arriva a convincersi anche dell’inverosimile, si attenua l'adesione alla realtà. Le comunità dispotiche usano l’immaginazione per
tenersi stetti i propri adepti. Questa non è la via della nostra religione. Lo
vediamo, ad esempio, nelle comunità monastiche, dove le regole dei fondatori sono
molto rigide nel cercare di impedire che la comunità prenda il sopravvento. Non
tutto ciò che è comunitario, infatti, è conforme alla fede e, soprattutto, buono. Ne parlano a lungo
le scritture. Bisogna sempre vedere se l’immaginazione conduce a ragionare
sulla realtà per modificarla in meglio, per distaccarsene in ciò che in essa
non va, per convincersi che un mondo migliore è possibile, o se serve a legare
la gente ad un ordine ingiusto.
A volte le comunità, anche molto coese, non
sono un bello spettacolo, soprattutto quando prendono congedo dalla realtà e
dalla gente intorno e diventano un universo concentrato solo su sé stesso.
Stimolano l’emotività collettiva per separare ed escludere ciò che c’è fuori.
Ciò che viene escluso non cambia e il cambiamento che si vive nelle comunità
dispotiche è solo immaginario nel senso di apparente. Si vive allora in una specie di lungo sogno.
Se si vuole lavorare con efficacia sulla
realtà, come oggi siamo spinti a fare anche in religione, occorre in primo
luogo esercitarsi sulla critica dell’immaginario
che si impiega. E’ buono o cattivo?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli