Tornare
in parrocchia
Per ricollegare la parrocchia alle Valli è
indispensabile che più gente del quartiere riprenda a frequentarla. Questo è un
risultato non facile da ottenere perché la parrocchia è stata troppo a lungo separata da quella gente. Non ci si conosce a sufficienza. Non è ben chiaro che
cosa si potrebbe venire a fare da noi. In molti casi si pensa di finire per
trovarsi male a causa dei problemi personali che si hanno, in particolare per
quelli di famiglia. Che cosa ha a che fare la religione con la vita vera? Le
fonti di informazioni disponibili sul tema al grande pubblico, la televisione,
il Web, sono piuttosto carenti. Il tempo è sempre poco, non si riesce mai ad
approfondire. Si è poco pratici del gergo che viene parlato talvolta tra noi,
l’ecclesialese. Ci si è abituati a
venire in chiesa saltuariamente e come andando ad uno
spettacolo, con poco coinvolgimento personale e prevalentemente emotivo. Forse si pensa di poter essere criticati per quello che si pensa della religione e della
vita. Per alcuni, poiché il tempo della chiesa risale all’infanzia o
all’adolescenza, tornare in parrocchia è un po’ come tornare piccoli,
regredire, e temono di ritrovarvi le figure che hanno fatto soffrire quando lo si era
veramente. Poi c’è la riluttanza a fornire un impegno continuativo, metodico,
sistematico, perché la nostra è un’epoca in cui il sapere sganciarsi è una risorsa
importante, in cui, insomma, si sente particolarmente vero il detto “Chi si ferma è perduto”. E, infine, non
di rado non è tanto il prete
che si teme, ma i laici suoi
collaboratori.
Le difficoltà che incontriamo nel cambiare l’impostazione
della vita parrocchiale rimediando ad errori passati sono piuttosto comuni
nelle collettività di fede italiane, per cui i nostri successi potranno servire
anche ad altri. Ecco una ragione per scriverne sul Web.
Leggo nell’articolo di Oreste Aime, Trovare nuove vie per testimoniare il
Vangelo, pubblicato sull’ultimo numero di Coscienza, la rivista del Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale [lo potete leggere sul Web all’indirizzo
<http://www.meic.net/index.php?cat=15>]:
“Se è vero che la presenza dei laici si
è intensificata (sulla base del modello pastorale articolato in catechesi,
liturgia, organizzazioni caritative che di fatto esclude “il mondo”), credo che
si possa affermare che in non pochi casi ci sia stata una regressione rispetto
persino a quanto avveniva prima del Concilio”.
La questione della famiglia è molto seria, in
particolare tra noi data la passata impostazione: scrive Matteo Truffelli nel
suo Credenti inquieti - Laici associati
nella Chiesa dell’Evangelii gaudium, edizioni AVE, da poco pubblicato, che nel dare spazio al
primato della realtà e della vita bisogna sorreggere
le famiglie così come sono, nella realtà, e non una certa idea di famiglia (trascrivo
dalla recensione del libro fatta da Andrea Micheli sul numero citato di Coscienza). Da noi mi pare che a lungo
si sia partiti invece da una certa di idea
di famiglia, per cui coloro che non riuscivano o non ritenevano di
impersonarla si sono sentiti criticati e poi esclusi.
Se noi delle Valli non torniamo in parrocchia,
quest’ultima non cambierà. Non illudiamoci. L’esperienza ci insegna che né
vescovo né preti possono farla cambiare senza di noi. E la parrocchia può
essere un’occasione importante di crescita per tutti, ma in particolare per i
più giovani, per i nostri figli e nipoti. Senza la parrocchia non avranno altro posto nel quartiere, a due passi da casa loro, per formarsi
collettivamente, per crescere, per arricchirsi delle reciproche esperienze, per
collegare scuola e vita e per scoprire così l'utilità di ciò che si pretende imparino, il senso dei loro studi. Ecco una ragione che potrebbe convincere i loro genitori a tornare tra noi e a
impegnarsi. Non ne abbiamo solo nostalgia, ma anche assoluta necessità. Servono forze più giovani per occuparsi dei più giovani. Se però ognuno si occupa solo dei propri
figli, poi non si può attendere che
essi trovino un gruppo in cui crescere. E’ possibile invece che ne trovino uno
che li mantiene così semplicemente come sono, per cui poi diventeranno degli
adulti-bambini. Non si cresce da soli, non si cresce senza inserirsi in
relazioni vitali e positive, reali e non solo virtuali, con i più grandi e con gli adulti. La scuola non basta. A volte
quando si arriva a convincersene è troppo tardi.
Certo,
il cambiamento comporta dei rischi, trovare strade nuove è sempre un’avventura.
Ma rimanendo dove siamo, o addirittura cercando di tornare indietro, non
risolveremo nulla: la parrocchia morirà. Essa è fatta per le Valli e senza il quartiere si snaturerà e finirà come corpo sociale vivo. Rimarrà, al più, la casa dei preti e un monumento alla memoria di ciò che fu, come gli antichi templi che troviamo tra le rovine romane.
Alcune cose dovrebbero essere messe in chiaro,
addirittura scritte, proclamate, come statuto del cambiamento.
Perché altrimenti la nostra gente non tornerà. In definitiva sono i principi
fondamentali della nostra Costituzione che dovrebbero essere attuati anche nella
vita parrocchiale. Mai umiliare, mai
escludere, rispettare la personalità morale altrui, ogni potere sia soggetto a
verifica e controllo e debba rispondere in qualche modo alla collettività, ci
sia sempre un limite molto chiaro all’intrusione nelle coscienze altrui da
parte dei laici, la gente sia coinvolta in qualche modo nelle decisioni comuni,
l’uso dei beni comuni non sia arbitrario ma debba seguire certi criteri decisi
insieme e soggetti a verifiche periodiche.
Un’ultima cosa. Negli anni ’50 mio zio Achille
si impegnò nel corso di storiche elezioni comunali a Bologna per il suo partito, la Democrazia Cristiana. Organizzò
una grande inchiesta sociale, che sfociò in un Libro bianco che costituì in
definitiva il programma elettorale. Era un sociologo e pensò che per cambiare
veramente si dovesse conoscere la gente. Il suo partito non vinse le elezioni,
del resto non si aspettava di vincerle, ma quel Libro Bianco venne preso
come riferimento dal partito vincitore, perché non lo si ritenne solo
propaganda, ma un’immagine realistica della cittadinanza. Da lì, ad esempio,
scaturirono le prime esperienze italiane di decentramento comunale. Dovremmo forse fare
qualcosa di simile tra noi, alle Valli. Anni fa fu condotta un’inchiesta del
genere: fu pubblicato un libro su di noi [di Bruno Bonomo, Il quartiere delle Valli - Costruire Roma nel secondo dopoguerra, editore
Franco Angeli, €21,00, ancora in commercio]. Si potrebbe cercare tra i
parrocchiani qualche universitario che volesse ripeterla, ad esempio nel quadro
di una tesi di laurea o di dottorato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli