“La parrocchia è di
chi ci va”
Qualche anno fa ripresi a frequentare più assiduamente la parrocchia e
mi accorsi che si era fatta estranea al quartiere, anche perché molti di quelli
che ci venivano più spesso abitavano fuori. Mi venne risposto che “la
parrocchia è di chi ci va”. Venivano pochissimi giovani? Era perché nel
quartiere erano rimasti ad abitare solo i più anziani e/o perché le famiglie delle
Valli, probabilmente non molto religiose, facevano pochi figli, in fondo per egoismo. Mi era evidente che chi parlava
così non conosceva il quartiere, infatti non vi abitava: da noi stavano
tornando tante famiglie giovani con bambini piccoli. Me ne ero accorto già nel
mio condominio, vicinissimo alla parrocchia, ma era palese anche solo girando
un po’ per le nostre strade. Però i genitori avevano preso ad affidare i loro
figli, per la prima formazione religiosa, alle parrocchie vicine, sulla base di
una sorta di passa-parola. Non è che
non li portassero, ma li portavano altrove.
“La parrocchia è di chi ci va” esprime una concezione proprietaria,
condominiale, che non va bene. Implica che chi
ci va possa poi farne ciò che vuole,
senza tener conto degli altri.
Ad esempio, quando alla metà degli anni ’90 fu
consacrata la nuova chiesa parrocchiale, che misurava circa la metà della
vecchia chiesa sotterranea, c’era un altare molto più piccolo, rettangolare,
più ravvicinato al presbiterio. Dopo qualche anno furono eseguiti costosi
lavori per impiantarne un altro, quadrato e molto più grande, in posizione più
centrale: si persero circa cinquanta posti a sedere. E ora che la gente sta
tornando, spesso ci sono solo posti in piedi. Ma all’epoca in cui vennero fatti
i lavori i frequentatori abituali della parrocchia era circa quattrocento
persone, molte delle quali partecipavano a Messe separate, di comunità.
Insomma, per quelli che ci venivano
la nuova sistemazione andava più che bene.
La nostra organizzazione religiosa sopravvive solo perché, per gli
accordi con la Repubblica italiana conclusi nel 1984, è collegata in presa
diretta al bilancio dello stato, per cui una quota dei tributi che paghiamo,
oltre un miliardo di euro all’anno, va direttamente alle casse ecclesiastiche,
ad un istituto centrale che provvede poi a distribuire le risorse. All’epoca in
cui quegli accordi vennero conclusi, la cosa venne giustificata con il nostro
proposito di contribuire alla promozione sociale: si scrisse infatti di una reciproca
collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese. Abbiamo rispettato questo
impegno, in parrocchia?
Ci sono risorse pubbliche
che vengono impiegate per sostenere un’istituzione, la parrocchia, inviata ad
un quartiere dove circa quindicimila persone affidano la loro vita alla fede
religiosa. Perché appunto questo è la parrocchia, come istituzione. Non è stato giusto, per come la vedo io, privatizzarla dedicandola a circa
quattrocento persone che ancora ci andavano. Se si volesse che fosse effettivamente loro, allora dovrebbero anche pagarsela da sé. Invece il servizio viene pagato in massima parte con risorse
pubbliche, ma poi, se la parrocchia è solo di chi ci va, allora il beneficio di questa spesa pubblica va solo a questi ultimi. Si privatizzano così risorse pubbliche.
C’è una tensione molto
evidente, praticamente in tutte le nostre istituzioni religiose che contemplano
un aspetto comunitario con la partecipazione dei laici, tra istituzione e comunità. L’istituzione deve sempre esserci; la comunità sembra
che possa esserci o non esserci. Non è
scritto così, naturalmente, ma di fatto è così. E’ un residuo, molto
resistente, della concezione per cui i laici erano per così dire appiccicati dall’esterno al clero, che impersonava le istituzioni. Il dare poca importanza all’elemento
comunitario ha permesso che la nostra parrocchia si separasse dal quartiere
senza tanti problemi.
La gente ha preso a non venire più in parrocchia perché non vi ha
trovato più un ambiente adatto alla maggior parte. Questa è la realtà che
emerge facilmente non appena si voglia chiedere spiegazioni alle persone che abitano
da noi. Ecco che poi in parrocchia ci è andata sempre meno gente, e
soprattutto c’è andata gente che la pensava prevalentemente in un modo. Ho scritto che, in fondo, si è operata una selezione, non so quanto consapevolmente, ma sicuramente, ritengo, in buona fede. Si è ritenuto di dover migliorare l'adesione alla fede e ci si è dedicati prevalentemente a chi assecondava questo progetto, che però ha riguardato troppo poche persone, e soprattutto molta, troppa, gente di fuori. Nel quartiere questo è stato vissuto come una vera e propria colonizzazione ed è cresciuta la disaffezione. La
situazione era nota ai sacerdoti della Prefettura, dell’ufficio territoriale
che raccoglie le parrocchie vicine alle nostre? Ritengo di sì, soprattutto ai
responsabili delle parrocchie più vicine, dove andava gente nostra. Perché si
trasferivano lì e non rimanevano da noi? Certamente spiegazioni sono state
date. E il vescovo? Constato che non ha potuto fare nulla per lungo tempo. Solo
nel 2015, in occasione della scadenza del parroco per limiti di età, dopo circa
trent'anni di ministero tra noi, si è deciso di mandare una nuova squadra di preti con
la missione specifica di ricollegare la parrocchia al quartiere, cosa che si
sta facendo con un certo successo. Non sto a recriminare. In realtà dovevamo
essere noi, gente delle Valli, a riconquistare la nostra parrocchia. Perché non lo abbiamo fatto? E' su questo che
dobbiamo riflettere. E’ da noi, e solo da noi delle Valli, che può sorgere una vera comunità, inclusiva, una realtà sociale veramente di quartiere: il vescovo, che è un essere umano come noi (e anche per lui la
giornata è di 24 ore), è tanto se riesce a occuparsi di clero e patrimonio e a dare direttive generali. Ha sempre più bisogno della nostra collaborazione, in particolare nel suscitare comunità vive. Ma noi non ci siamo dati da fare sufficientemente, io per primo.
Ora l’impostazione parrocchiale non è più che la parrocchia è di chi ci va. Ma questa idea riaffiora ciclicamente
tra i gruppi, che appaiono un po’ disorientati dal dissolversi del loro
condominio parrocchiale. Sarebbe utile che i responsabili dei vari gruppi, i
loro dirigenti, sulla cui nomina il parroco ha voce, o dovrebbe averla, fossero
tutti gente che abita nel quartiere.
Questo per evitare la sensazione di essere come colonizzati da gente di fuori. La parrocchia dovrebbe suscitare
una comunità di circa quindicimila persone nel quartiere delle Valli. Ma poi,
bisogna sottolineare, la parrocchia, anche così, non apparterrà a quella più
estesa comunità parrocchiale che riprenderà ad andarci: dobbiamo contrastare la concezione proprietaria
delle istituzioni religiose. Perché la parrocchia riguarda anche gente che non
c’è più e gente che ancora non c’è, come tutto in religione essa unisce passato e
futuro. E in ogni decisione se ne deve tenere conto. Ma certamente occorrerà fare in modo che la
gente del quartiere conti di più nelle decisioni che si assumono in parrocchia.
Non deve rimanere solo appiccicata alla parrocchia, deve essere parrocchia. Ora conta
veramente poco, troppo poco. Gente che va, gente che viene, un po' come alla stazione ferroviaria. Non ci conosciamo veramente ed è
per questo che spesso diffidiamo gli uni
degli altri. Magari qualcuno non si vede più e non c’è chi va a cercarlo
e cerca di sapere che è successo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli