Rivolti all’interno o
rivolti all’esterno
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| un'immagine del nostro Parco delle Valli, ieri |
Una comunità può
essere rivolta al proprio interno o verso l’esterno, verso il mondo intorno. Le
sette sono prevalentemente del primo tipo, le religioni prevalentemente del
secondo. Una setta religiosa ha quindi, in genere, al suo interno una
contraddizione. Di solito quest’ultima viene risolta con l’immaginazione, costruendo un contesto esterno
compatibile con l’ideologia di chiusura praticata. L’uscita da una setta religiosa
viene spesso vissuta come un ritorno alla realtà.
Perché si aderisce a
una setta? Vengono riconosciuti vari moventi. Le sette propongono, in genere,
visioni semplificate ma immaginifiche, quindi accattivanti e coinvolgenti,
della realtà: chi ha difficoltà con una società complessa vi può trovare
conforto. Inoltre esse sembrano dare protezione a chi vi aderisce, anche se
solo fino a che vi aderisce, e anche se l’adesione in genere comporta l’esigenza di
sottomissione acritica ad un gruppo di comando, che può essere anche una
singola figura dominante o, più spesso e nelle realtà più vaste, una gerarchia
più complessa. In una setta si è in genere sottoposti a continue prove di
fedeltà. Una setta religiosa della nostra fede sarà, ad esempio, particolarmente
legata al racconto biblico del (mancato) sacrificio di Isacco, che inscena
appunto una prova di fedeltà, arrivando addirittura (forzando abbastanza il
testo biblico) a immedesimarsi in Isacco, piuttosto che in Abramo.
Esperienze di setta
sono state vissute ciclicamente anche nelle nostre collettività di fede. In
genere l’educazione alla fede conduce a non dipenderne, perché la nostra
religiosità ha una forte connotazione missionaria e dunque rivolta verso l’esterno.
Non ci si appaga veramente di esperienze chiuse.
In un’esperienza aperta
è centrale la partecipazione, che consente il dialogo e quindi l’interazione
e il coinvolgimento di gente nuova. Non è sufficiente la fedeltà, occorre collaborare per capire ciò in mezzo a cui ci si trova. Più si è,
meglio si capisce, perché si guarda il mondo da diversi punti di vista; ma
senza il dialogo le visioni parziali
rimangono tali. Si cerca di essere più aderenti alla realtà,
acquisendo competenze spendibili in società; si fanno progetti per migliorare la convivenza. Aprirsi comporta il rischio, e la fatica, di confrontarsi
con la complessità. Solo nelle fantasie
la realtà si adatta perfettamente alle concezioni ideali. Una religiosità che
si propone come cattolica, quindi universale, vive senz’altro nella
modalità dell’apertura. Questo comporta di rinunciare al monopolio del bene, che è un intento tipico della religiosità di
setta, secondo la quale non vi è vero bene al di fuori di essa.
In una modalità aperta si può riconoscere, ad esempio, il valore
religioso di una importante conquista civile, come quella del nostro Parco delle Valli, evolutosi dal
semplice pratone delle origini a parco pubblico mediante quella che viene definita cittadinanza attiva, quindi una
mobilitazione popolare di lungo periodo di cui la gente della parrocchia è
stata componente fondamentale. Questo
modo di vedere le cose è al centro delle argomentazioni che troviamo nell’enciclica
Laudato si’.
Una setta può abitare un luogo senza essere veramente interessata a
ciò che c’è intorno, tanto più se è fatta di gente che viene da fuori. Una
parrocchia, inviata a gente di un certo posto, non può organizzarsi così, è
necessariamente una struttura aperta,
interessata alla vita del quartiere. Molti tipi di impegni insieme civili e
religiosi sono vissuti, ad esempio, nelle esperienze che si riconoscono in Libera, di cui ci ha parlato l’anno
scorso don Ciotti. Un impegno così richiede una presenza molto più costante di
quella di un gruppo con connotati di setta, in cui si va solo per i periodici
appuntamenti programmati, ad orari fissi, nel quadro di un certo metodo e per le prove di
fedeltà e verifiche relative. La parrocchia dovrebbe essere una struttura abitata molto più a lungo che, ad esempio, una sede
periferica di un’associazione. Dovrebbe promuovere una partecipazione attiva, non da semplici utenti o
spettatori. Dovrebbe poter funzionare anche senza copioni da seguire
pedissequamente e senza una vera e propria regia. Ad esempio, ciò che gli studenti apprendono a
scuola dovrebbe poter arricchire la vita parrocchiale e viceversa. Non si
dovrebbe entrare in parrocchia come in un parco
a tema, un po’ come quando si va nella vicina chiesona vaticana con tutti i
suoi pittoreschi personaggi e relative scenografie. Entrando in parrocchia non
ci si dovrebbe trovare in un altro mondo, ad esempio in un fantasioso
neo-mondo a sfondo biblico, una realtà totalmente
ricostruita al modo in cui a lungo lo si è fatto a Cinecittà, ai tempi d’oro del nostro cinema, ma nella realtà vera e, in particolare, in
una specie di officina in cui si lavora sulla realtà vera e su gente vera, non con persone
che fanno qualcun altro, immaginando di esserlo, almeno
durante l’incanto.
Occorre
riflettere su queste idealità che ci sono state proposte dai saggi dell’ultimo Concilio:
1. Intima unione della
Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti
coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi
eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti,
è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo
Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno
ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei
cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con
la sua storia.
[dalla
Costituzione pastorale La gioia e la speranza, del Concilio
Vaticano 2° (1962-1965)]
Fino a che punto ci riconosciamo ancora in
esse, in parrocchia?
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.
