Dalla parrocchia per
la riforma della società civile
La parrocchia è un’istituzione più antica di tutte quelle dell’attuale
ordinamento statale. Ha avuto una lunga evoluzione dai primi secoli della nostra era.
E’ stata organizzata intorno all’ufficio del parroco, ideato come quello di un
funzionario locale di un principe, il vescovo, legato al papa da legami di tipo
feudale. Ideata per la campagna, si diffuse anche in città. La parrocchia come
la conosciamo oggi risale agli inizi del Secondo millennio. Non è cambiata
molto fino alla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento quando le si
volle imprimere un’impostazione comunitaria. L’emergere della comunità intorno
poteva renderla più simile a un piccolo municipio, ma questo processo rimase
sempre più o meno allo stato iniziale, perché i parrocchiani contarono sempre
pochissimo: non si crearono mai istituzioni perché potessero veramente partecipare.
Storicamente le parrocchie erano abitate da vari tipi di confraternite di laici, con
una propria struttura, per scopi specifici, ad esempio per i festeggiamenti dei
santi, ma anche per ragioni caritative o assistenziali. Dagli anni Sessanta
cominciarono ad essere abitate anche dai circoli locali di vari movimenti di laici. Quindi si va in parrocchia o come
singoli o come partecipanti a queste associazioni di laici. Dove l’autorità del
parroco si fa debole, per vari motivi, ma in genere perché il clero
parrocchiale è composto prevalentemente da persone di altre parti del mondo,
non dico straniere perché in
religione nessuno è straniero, la parrocchia diventa un condominio di confraternite e movimenti.
Questo modo di frequentarla non fa di una parrocchia una comunità. Al dunque
rimane un ente monarchico. Ogni potere giuridico spetta
al parroco, che non è obbligato a rendere
conto alla comunità. E’ assistito da
un consiglio che gli può dare pareri
che egli però non è tenuto ad osservare. In genere questo organo è composto dai capi dei
movimenti che abitano la parrocchia. Sono previste periodiche
elezioni di membri da parte dell’assemblea
parrocchiale, vale a dire dei parrocchiani, ma di fatto, se non si
celebrano, non succede nulla. Chi può parteciparvi? L’elettorato attivo è
piuttosto vago: sono considerati parrocchiani quelli che abitano nel territorio
parrocchiale od operano stabilmente in parrocchia pur non abitando. Sono i regolamenti che i consigli
pastorali si danno e che vengono
approvati dai vescovi a definire come si vota. E’ un tema molto delicato,
perché un parrocchia in cui prevalgono quelli che scelgono di venirci, anche se
abitano altrove, si snatura, diventa la sede locale di una specie di movimento.
Una soluzione potrebbe essere quella di riservare a chi opera ma non abita l’elezione di una quota minoritaria, come si
fa alle elezioni politiche per gli italiani residenti stabilmente all’estero.
Il problema è che poi, secondo gli statuti vigenti dei consigli pastorali, il parroco può nominare consigliere, in aggiunta ai membri elettivi, chi vuole. La questione non è sentita come
molto grave perché i consigli pastorali non hanno alcun vero potere e, al dunque, decide
sempre e solo il parroco. Del resto in molti casi i consigli pastorali non
sarebbero neanche in grado di esprimere una volontà
comune, che significa anche accettata
dalla parte che era di diversa
opinione ed è risultata minoritaria, perché frutto di dialogo in cui non ci sia solo la prevalenza di un partito sull’altro, ma si tenga conto anche degli
altri. Si opera a volte come in un condominio, che non è una comunità, ma un precario accostamento di
interessi privati.
In un condominio prevale la concezione proprietaria della
collettività. Ognuno è signore in casa propria e cerca di
accaparrare quanto più possibile dei beni comuni, quelli che ci sono tra casa
propria e casa altrui, come tubi,
tetti, intelaiatura in cemento armato o pareti portanti di un edificio, ma anche parcheggi, giardini, e senza
i quali le case proprie non potrebbero stare in piedi o sarebbero meno amene. Nelle decisioni
si costituiscono precarie alleanze di interessi privati. Ognuno farebbe di buon
grado a meno degli altri, ma è costretto a sopportarli perché l’edificio in cui
sta casa propria è fatto in un certo modo. A parte le questioni
di interesse non ci si incontra veramente, ma ci si incrocia per le scale condominiali. Chi va, chi viene, a nessuno
importa veramente nulla degli altri.
Le nostre istituzioni pubbliche, da quelle più
piccole allo stesso Stato, sono malate della malattia condominiale. Ci si
partecipa, dove è consentito, ed è consentito in maniera più ampia che in una
parrocchia, con lo spirito di un condomino. Si ha l’idea che chi
vince debba prendere tutto. Il punto di vista degli altri non è veramente
considerato se non per polemizzarci contro. Si ha difficoltà ad incontrare gli
altri nelle loro diversità e allora si preferisce stare con i propri simili.
Questo porta a disintegrare la società civile. La parrocchia, come istituzione
che si avvicina a quelle pubbliche, è spesso colpita da una malattia simile. E’
una realtà di prossimità, più vicina alla gente così com’è veramente, una
società in cui, se si vuole, ci si può veramente incontrare, anche tra diversi.
La soluzione al problema potrebbe emergere in una collettività così, proprio perché l'occasione di incontrarsi sul serio c'è: ma occorre avere il
coraggio di sperimentare. In caso di successo, è cosa che si potrebbe proporre
in ambito via via più vasto, per risanare anche la società civile.
Veramente non c’è alternativa tra monarchia feudale e condominio? Si
teme che tutto finisca per sfasciarsi, perché non si ha alcuna fiducia negli
altri. Ne diffidiamo perché non li conosciamo veramente. In Abruzzo e nel Reatino, a causa dei terremoti, tanta gente
è rimasta all’improvviso priva di casa propria ed è stata costretta a vivere in tende
precarie, molto più vicine le une alle altre delle case proprie distrutte, e per di più piazzate in spazi totalmente pubblici perché allestiti dalle organizzazioni di soccorso. C’è stata una grande sorpresa: i
giornalisti che sono andati ad intervistare i terremotati si sono sentiti dire
che era bello vivere insieme. Persone che erano vicine di casa in condominio ma
che non si frequentavano erano finite a dormire nella stessa tenda e si erano
piaciute. Nell’emergenza si era sviluppato lo spirito solidale e ognuno aveva capito l’importanza di conoscere meglio gli
altri, perché nella sventura naturale quella era un’importante risorsa. In un mondo
così i più piccoli si sentivano più liberi, non facevano più vita isolata
temendo di essere investiti dalle automobili, le quali non avevano più strade
da invadere. Facevano vita di gruppo, non erano più i piccoli monaci dei nostri
quartieri cittadini. Il condominio era andato giù, ed era emersa la solidarietà civile. Di questa materia
prima sono fatte le vere comunità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli