Costruire una
comunità parrocchiale. Occorre l'apostolo per ripartire.
In una domenica dell’ottobre 2015, all’epoca
in cui iniziò il rinnovamento della nostra parrocchia del quale ora cominciano
a vedersi i frutti, scrissi:
“Riesce difficile pensare alla parrocchia
come ad un’esperienza di massa. Ma in realtà dovrebbe esserlo. La nostra
parrocchia, in particolare, dovrebbe
essere la casa di tutta la gente di fede
delle Valli. Chi lo dice? Lo ha detto il vescovo istituendola,
cinquantanove anni fa (l’anno prossimo è il sessantesimo anniversario dalla
fondazione! Un’occasione per fare festa.)
[…]
Dal momento in cui viene costituita una parrocchia
territoriale, inizia il lavoro della gente di fede per farsi popolo e per mantenersi tale stabilmente,
creando una tradizione, in
cui i più giovani apprendano dai più anziani ad esserlo e i più anziani lo
siano in modo sempre adeguato alle novità
dei tempi (acquisendo
consapevolezza delle Rerum Novarum, appunto delle novità, che
dalla fine dell'Ottocento è ritenuto importante prendere in considerazione
anche nella vita di fede). Non basta infatti il decreto del vescovo per fare diventare
popolo la gente che abita vicina, in un certo territorio. E' proprio in
questo che noi di San Clemente papa dobbiamo riconoscere di aver gravemente
mancato.
La nostra parrocchia è stata
appunto istituita come territoriale: la comunità che la costituisce comprende
gran parte del quartiere delle Valli, fino a piazza Conca d’Oro. Dai dati dell’ultimo censimento, le Valli sono
abitate complessivamente da circa ventimila persone, buona parte delle quali
rientrano nella nostra comunità parrocchiale. Di queste, secondo la media
nazionale, un buon 80% può annoverarsi tra i fedeli. Tenendo conto che, in realtà, anche la gente che abita nei
primi edifici oltre piazza Conca d’Oro, prossimi alla piazza, gravita intorno
alla nostra parrocchia per ragioni di comodità, anche se territorialmente fa
parte della comunità parrocchiale degli Angeli Custodi, possiamo stimare in
circa quindicimila persone la nostra comunità parrocchiale. La nostra quindi è,
o almeno dovrebbe essere, una esperienza
parrocchiale di massa. Quante di queste persone
fanno effettivamente comunità con noi, vale a dire vengono in parrocchia
come a casa propria? Se devo giudicare dal numero
di persone che frequentano le messe domenicali, direi, al massimo,
intorno alle settecento. Secondo la media nazionale dei praticanti
dovrebbero essere almeno il triplo. Se però consideriamo il numero di coloro
che nelle statistiche vengono chiamati convinti
e attivi, di quei settecento ne rimangono, credo, circa la metà. E di
questi pochi, troppo pochi!, bambini per la prima iniziazione religiosa,
pochissimi i ragazzi per quella di secondo livello e un numero ancora più
esiguo di giovani più grandi. Ecco l'enormità di ciò che è successo da noi,
alle Valli! Questa differenza tra i quindicimila e i settecento, o forse
sarebbe più giusto dire i trecentocinquanta, se non ci bastano i praticanti, ma vogliamo
veramente fare
popolo, misura le dimensioni del lavoro che dobbiamo fare. C’è chi dispera di poterlo fare. La nostra
chiesa non sarà mai più piena di gente, dice. Ma, se bastasse questo, saremmo
già a buon punto. La nostra chiesa parrocchiale è sottodimensionata rispetto
alle esigenze del quartiere, la si riempie facilmente. Ad un certo punto, alla
Messa con il vescovo per l’insediamento di don Remo, il nuovo pastore che ci è
stato inviato, c’erano solo posti in piedi. E non si tratta, poi, semplicemente
di riempire la chiesa. Non è una folla che ci serve, ma fare comunità. Questo ci
riesce difficile, se proviamo a confrontarci con i grandi numeri. Allora
preferiamo ragionare su scala più piccola: è ciò che si è fatto negli ultimi
trent’anni, un periodo molto lungo, equivalente a una generazione. Gli effetti
sono sotto gli occhi di tutti, in modo veramente eclatante. Abbiamo speso tutte
le nostre forze per far crescere comunità molto coese di qualche centinaio di
persone, neanche tutte veramente della
parrocchia ma immigrate da fuori, con un
impegno gravosissimo per i sacerdoti della parrocchia, e ora abbiamo ciò per
cui abbiamo lavorato: una comunità di
comunità di poche centinaia di
persone.
Non dobbiamo pensare di scaricarci della
responsabilità di ciò che è accaduto attribuendola solo al parroco precedente.
Siamo noi, tutti noi, in questione. Noi che, in fondo, abbiamo trovato più
comodo fare conto che gli altri, quelle tante migliaia di fuori, non ci fossero
perché non volevano esserci e amen. Così si stava più larghi. Con i preti tutti
per noi. Nessuna diaconia a nostro carico. I soliti mugugni, questo non va, quest’altro pure, quella statua perché non la mette lì?,
perché non fa così e cosà?, vedi quello che dice, guarda quelli che fanno, e il
parroco perché non fa questo e quest’altro?, e via maldicendo, secondo i costumi
parrocchiali di sempre. Mai che ci si sentisse risuonare nel cuore il tremendo
appello biblico: “Dove sono i vostri
fratelli?”. Quelle migliaia che
dovevano essere tra noi e che noi abbiamo trascurato, pensando a noi, solo a
noi, sempre solo a noi stessi, magari chiacchierando anche di apostolato e presentandoci come il resto fedele tra pagani incalliti. Quella gente alla quale
anche noi laici, insieme ai sacerdoti della parrocchia, veramente tanto più
meritevoli di noi, eravamo stati inviati in missione.”
Devo dire che spesso,
nello sforzo di costruire delle comunità, l’elemento umano, come talvolta si
dice, “delude”. Ricordo che Joseph
Ratzinger criticava le comunità religiose tutte occupate e guardare sé stesse,
perché, diceva, non erano un bello spettacolo. E’ una considerazione che
facevano anche i reazionari quando, negli anni Sessanta scorsi, il sacerdote cominciò a celebrare rivolto
verso l’assemblea. Eppure è proprio di
quella gente che sono fatte le comunità, anche se su di esse si fanno molti
sogni che poi non corrispondono alla realtà. In qualche modo ci si rifugia
nelle illusioni per sfuggire a ciò che c’è. La religione, così, diventa un gioco di ruolo, e, innanzi tutto, un gioco. Prende congedo dal mondo intorno
e può rimanere come sostegno psicologico personale, medicina dell’anima, un po’ come, per molti, lo sono il Calcio e la
squadra del cuore. Le comunità allora
appaiono come realtà aumentate, un po’
come quando si va a Disneyland e si parla con Topolino e Pippo. Ma allora esistono veramente!? Quanto dura, però? E’ un po’ questa l’impressione che
mi fa, alla mia età, tornare nel minuscolo regno Vaticano. Se non fosse per la Pietà di Michelangelo.
Quella, per me, vale più di tutto il
baraccone intorno. L’ho utilizzata quando ho cercato di spiegare alle mie
figlie la Chiesa. Perché, veramente, tutto ciò che ho capito della fede è lì,
proprio lì. E, insomma, quella statua, che è un artifizio, come sono tutte le
opere d’arte, ha la virtù di riportarti
alla realtà. La si guarda e vi ci si rispecchia. Si esce dal sogno e si comincia
a entrare nella fede vera. Che non è sogno, droga, realtà aumentata, gioco di ruolo, teatro religioso, ma è un fatto profondamente umano e reale, come
la carne e il sangue, ma, insieme, anche
spirituale, che è quando nella pietà,
compassione, misericordia, ci sono
tante parole per evocare certe cose, ci distacchiamo dalla nostra primordiale ma
sempre attuale realtà di belve, di esseri naturali,
e manifestiamo ciò che non possiamo più considerare solo natura, ma qualcosa di più e di migliore, che avvertiamo in noi e che può
essere anche sviluppato, che ferma la mano omicida sul punto di colpire, il
morso pronto per azzannare, la rapina brutale, l’impeto dello stupro, come
anche, su diversa scala, la calunnia
fratricida, l’esclusione del diverso e tutto ciò che in religione ci è stato
insegnato a considerare come vizio da combattere e di cui pentirsi, e che, in
definitiva, rientra nella nostra natura di antiche belve.
Le comunità di fede
degradano quando diventano giochi di
ruolo, fantasie, realtà
aumentate. E questo anche se certuni ritengono che proprio questo debbano
essere e ci lavorano sopra in quel senso. Ecco che allora ci vuole l’apostolo
per riportarle sul giusto cammino.
Compito difficile e non di rado ingrato. Le grandi
anime fanno spesso un brutta fine. E
allora, poi, ci si torna a riunire intorno alla loro memoria, rimproverandosi,
talvolta ma non sempre, di aver fatto tanta resistenza ai loro insegnamenti. Il sangue dei martiri
costruisce le Chiese, si dice.
Gli antichi saggi greci pensavano che i capi
dovessero essere pastori e tessitori.
Ma in religione c’è di più: si guarda com'è la loro fede e si cerca di imitarla.
Ma non è solo questo: ci si rispecchia
in loro e così si ritorna alla realtà, si esce dai sogni cattivi, ci si pente e, a quel punto e solo a quel punto, ci si riconcilia e si costruisce una vera comunità. E’ come quando si guarda la Pietà nel chiesone vaticano e si capisce, o si riscopre, qualcosa di sé stessi che a lungo si era
dimenticato, o addirittura mai compreso. Ci hanno insegnato che in questo c’è del soprannaturale. Soprannaturale è quando si scopre di
ricevere molto di più di ciò che ci si aspetterebbe ragionevolmente. Perché i nostri capi religiosi sono esseri umani
come noi, e avvicinandoli capiamo bene che è proprio così. Ma, nello stesso
tempo, possono dare molto di più di ciò che hanno come esseri umani. E questo
si percepisce chiaramente in certe occasioni, in particolare in certe liturgie.
A volte riesce anche ai Papi. Di solito le masse che hanno intorno quando vanno
in giro rimangono masse e partecipano a eventi di realtà aumentata, che come
si dice, lasciano il tempo che trovano. Ma in alcune occasioni è diverso.
Qualche giorno fa ho citato l’omelia di san Wojtyla a Sarajevo, nel 1997, quella
in cui insegnò:
“Carissimi Fratelli e Sorelle! Quando nel 1994 desideravo
intensamente venire qui tra voi, facevo riferimento ad un pensiero che s'era
rivelato straordinariamente significativo in un momento cruciale della storia
europea: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Si disse allora che non era quello
il tempo. Forse che quel tempo non è ormai giunto?
Ritorno
oggi dunque a questo pensiero e a queste parole, che voglio qui ripetere,
affinché possano discendere nella coscienza di quanti sono uniti dalla dolorosa
esperienza della vostra città e della vostra terra, di tutti i popoli e le
nazioni dilaniate dalla guerra: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Se Cristo
deve essere il nostro avvocato presso il Padre, non possiamo non pronunciare
queste parole. Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario
pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione.”
Quella fu un’occasione del genere, potente,
storica. Un fatto che lega, che unisce, che rimane e conforta.
La nostra è una Chiesa che è detta apostolica, per rendere l’idea dell’importanza
che ha, nel costruirla, rinsaldarla e restaurarla, l’apostolo, di generazione in generazione. Sembra che non se ne possa
proprio fare a meno. In particolare in certi momenti, in certe situazioni. Per
quanto ci si metta d’impegno, in particolare noi laici, talvolta si ha proprio
bisogno di quel qualcosa di più che ci mette l’apostolo, il padre, pastore e tessitore.
Ci si trova impigliati in situazioni che non si risolvono. I giochi di ruolo non terminano, e ognuno sa giocare solo il
proprio. Ed ecco che un popoloso quartiere di Roma si trova ancora piuttosto
separato dal suo principale centro religioso, la nostra parrocchia, tanto vicina e tanto lontana per molti: quanto spreco! Ieri abbiamo
festeggiato i cinquanta anni di sacerdozio di un caro amico che lavora in
Sardegna. Lì i preti sono pochi e molto anziani, diversi hanno oltre novant’anni.
Si devono accorpare le parrocchie. Da noi, alle Valli, è diverso: ci è stata
mandata una numerosa squadra di preti, giovani. E’ una ricchezza grandissima, c’è
un potenziale enorme. Ma l’elemento umano della comunità intorno continua a
deludere. Non è ancora un bello spettacolo. E non c’è la capacità, nella
maggior parte di noi, di accorgersene e poi di cambiare. Al dunque ognuno torna
a rinchiudersi nel proprio micro-mondo comunitario esclusivo. E’ questo che
tiene ancora lontana la gente del quartiere. Il complesso parrocchiale è la più
grande installazione comunitaria non commerciale dei dintorni, ci sono
veramente tanti spazi, anche se, negli anni passati, li abbiamo progressivamente
dismessi: come quando, in una famiglia che vive una grande casa, i figli se ne vanno e i genitori, sempre più
anziani, cominciano ad abitare solo
poche stanze. Tante cose sono cambiate, va detto. Mese dopo mese vengono
recuperati ambienti diruti, i lavori fervono. Ma bisogna far tornare la
gente, e non solo come spettatrice di spettacoli religiosi o utente di servizi
liturgici: la parrocchia deve tornare ad essere l’anima del quartiere. Appare quasi come invocare un miracolo, ma è
cosa alla nostra portata, perché, in definitiva, il soprannaturale, nel senso
che ho detto prima, è in noi. Ma, come a Sarajevo nel 1997, ci sarebbe bisogno
dell’apostolo, per riscoprire quel
soprannaturale che c’è, e che non è solo fantasia,
e gioco di ruolo biblico, ma una realtà profondamente umana, che c’è anche alle Valli
(perché dubitarne?). Altrimenti, mi domando e vi domando, tutta la complessa (e costosa) burocrazia
ecclesiastica non rimarrebbe solo, appunto, burocrazia, apparato amministrativo e scenografico, anch’essa in fondo intrappolata nel proprio gioco di ruolo gerarchico, al modo in cui mi
appaiono esserlo, sotto un certo punto di vista, il mio, gli Svizzeri
in Vaticano, con i loro costumini
cinquecenteschi? Ci sono, qui alle Valli, circa quindicimila persone di fede
che, dopo trent’anni di esperimento religioso finito molto male, hanno bisogno
di un padre, pastore, tessitore in
cui rispecchiarsi, per ripartire. Troveranno ascolto? La Veglia pasquale è l'occasione giusta. Vieni, Padre, a presiederla. Rinnoveremo le promesse battesimali. Può essere il momento in cui prendere altri impegni solenni che riguardano la nostra parrocchia e il quartiere. Perdonare e chiedere perdono, riconciliarsi, aprirsi alla gente delle Valli, uscire dai sogni cattivi, dai giochi di ruolo che ci siamo costruiti, dalle realtà aumentate che in realtà sono realtà "diminuite" perché hanno lasciato fuori tanta gente. Invece di combattere la Battaglia della Pasqua, uscendo peggiori di prima dalla liturgia, con più risentimento reciproco, volendoci ancora meno bene di prima e ripromettendoci di saldare i conti la prossima volta, ripartire insieme, inaugurando una nuova tradizione.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
