Ritrovare
gli interrogativi
Dr. Martin Luther King (1929-1968) e Rabbi
Abraham Joshua Heschel (1907-1972, la seconda persona in prima fila da sinistra), il 5
gennaio 1967, davanti alla Riverside Church, a New York, ad una manifestazione contro la
guerra in Vietnam
[da
Abraham J. Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo
- una filosofia dell’ebraismo, New York, 1954; ora pubblicato da Borla,
2006, disponibile in commercio]
Ritrovare gli interrogativi
Si è soliti incolpare la scienza laica e la
filosofia antireligiosa dell’eclissi della religione nella società moderna.
Sarebbe invece più onesto incolpare la
religione dei propri insuccessi. La religione è decaduta non perché sia stata
confutata, ma perché è divenuta
trascurabile, noiosa, oppressiva, insipida. Quando la fede è interamente
sostituita dalla credenza, il culto dalla disciplina, l’amore dall’abitudine;
quando la crisi del giorno d’oggi è ignorata a causa dello splendore del
passato; quando la fede diviene un bene ereditario invece che una sorgente
viva; quando la religione parla solo in nome dell’autorità piuttosto che con la
voce della compassione, è proprio allora che il suo messaggio diventa privo di
signicato.
La
religione è una risposta agli
interrogativi ultimi dell’uomo. Nel momento in cui non ci curiamo più degli
interrogativi ultimi, la religione diventa irrilevante, e la sua crisi ha
inizio. Il primo compito della filosofia della religione è quello di riscoprire
gli interrogativi ai quali la religione è una risposta. Questa ricerca deve
procedere penetrando nella coscienza dell’uomo e, nel medesimo tempo, negli
insegnamenti e gli orientamenti della tradizione religiosa.
Vi sono pensieri morti e vi sono pensieri
vivi. Un pensiero morto è stato paragonato a una pietra che si può pure
piantare nel terreno, ma nulla ne sboccerà. Invece un pensiero vivo è come un
seme. Così, nel processo del pensare, una risposta senza domanda è priva di
vita. Può penetrare nell’intelletto, non
penetrerà nell’anima. Può divenire parte del nostro sapere, non verrà alla luce come forza creativa.
Filosofia e teologia
Nella nostra ricerca di interrogativi
dimenticati, il metodo e lo spirito dell’indagine filosofica sono più
importanti della teologia, che è essenzialmente descrittiva, normativa e
storica. Possiamo definire la filosofia come l’arte di porre le domande giuste.
Una delle caratteristiche del pensiero filosofico è che, in antitesi con la
poesia, ad esempio, esso non è un’espressione autosufficiente dell’intuito, ma
l’esplicitazione di un problema e il tentativo
di offrirne una risposta. La teologia parte dai dogmi, la filosofica incomincia
dai problemi. La filosofia vede innanzi tutto
i problemi, la teologia possiede la risposta in anticipo. Non dobbiamo,
tuttavia trascurare un’altra importante differenza. Non soltanto i problemi
della filosofia non sono identici ai problemi della religione; anche il loro
modo di essere non è lo stesso. La filosofia è un tipo di pensiero che ha un
inizio ma non ha una fine. In essa la consapevolezza del problema sopravvive a
tutte le soluzioni. E le sue risposte sono domande travestite; ogni nuova
risposte, infatti dà origine a nuove domande. Nella religione, d’altro canto,
il mistero della risposta aleggia su tutte le domande. La filosofia affronta i
problemi come questioni universali; per la religione le questioni universali
sono problemi individuali. La filosofia, dunque, sottolinea il primato del
problema, la religione sottolinea il primato dell’individuo.
I fondamentalisti asseriscono che tutti gli
interrogativi ultimi hanno ricevuto risposta; i positivisti logici affermano
che tutti gli interrogativi ultimi sono privi di significato. Quelli di noi che
non condividono la presunzione dei primi né l’indifferenza dei secondi e
rifiutano sia le risposte capziose che le false evasioni, sanno che è in gioco
nella nostra esistenza un problema ultimo, la cui importanza trascende tutte le
formulazioni definitive. E’ questo stato di perplessità che costituisce il
punto di partenza del nostro pensiero.
