Idee
sbagliate sui giovani
Chi comanda oggi nelle nostre organizzazioni
religiose ha più o meno la mia età e ha in genere idee irrealistiche sui
giovani. Questi ultimi sarebbero dei rivoluzionari naturali, vorrebbero cambiare il mondo ecc. ecc.: si tratta di un’immagine che corrisponde a come i
cinquantenni/sessantenni di oggi fantasticano che sia stata la loro generazione
da giovani, diciamo quella dei giovani degli anni Sessanta/Settanta del
Novecento. Io ricordo bene quei tempi e posso attestare che noi da giovani non
fummo assolutamente dei rivoluzionari naturali, eravamo anzi piuttosto
conservatori e, prima di tutto, attenti a noi stessi e solo a noi stessi,
perché era proprio su noi stessi che dovevamo lavorare per diventare adulti, e
questo è appunto l’obiettivo naturale di sempre dei giovani. Mi pare
che anche oggi sia così, anche se ora conosco quelli più giovani non più da
coetaneo ma, per così dire, da controparte adulta. Le idee sbagliate che si
hanno sui giovani generano poi interventi educativi inefficaci.
Se cerco di fare memoria realistica della mia
adolescenza, il primo grosso problema che ebbi fu quello di inserirmi, fuori
della famiglia, nella società dei ragazzi, ciò che avvenne all’età delle scuole
medie. Si trattò di un momento particolarmente angoscioso, anche se la vita
nella città e i costumi dei ragazzi di allora erano molto meno difficili di ora. Da un lato un ragazzino di
dieci anni poteva tranquillamente girare tutto il giorno da solo per il
quartiere, senza temere di essere investito da una macchina o di fare brutti
incontri, dall’altro si aveva una consuetudine, fin da molto piccoli, al gioco
collettivo, per bande, e questo
facilitava l’inserimento. Oggi i ragazzini sono dei piccoli reclusi e bisogna
sempre accompagnarli di qua e di là. Sono abituati a giocare da soli. Le
attività extrascolastiche in cui sono impegnati in quasi tutto il tempo libero
che rimane dalla scuola sono completamente strutturate da istruttori adulti,
con pochissimi margini di autonomia. Il gioco per bande è, credo, completamente
sconosciuto per loro. I problemi di quell’età mi furono risolti dagli scout
cattolici della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Crescendo,
il problema che si ha è quello di costruirsi un’identità, nel quale sono
compresi e molto importanti i rapporti con l’altro sesso. Anche questo mi fu
risolto dagli scout. Ebbi la mia identità, molto precisa e apprezzata in
società, e iniziai a conoscere le donne. Il metodo scoutistico stimola molto l’autonomia
individuale, nel quadro di una società di ragazzi, in un certo senso una banda, con una forte impronta etica orientata dal
proponimento dell’essere pronti a
tutto ciò che accade intorno, e innanzi tutto, a conoscerlo bene e poi ad
addentrarvisi coraggiosamente. Ideologicamente lo scout è uno a cui piace
andare in terre e ambienti sconosciuti. Crescendo ancora si ha il problema di
inserirsi nella società civile, adulti tra gli adulti. In questo lavoro per me
fu determinante la FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici, dove
feci gli incontri fondamentali della mia vita, e tra l’altro quello con mia
moglie. L’essere in FUCI mi diede un’identità sociale molto apprezzata in tutti
gli ambienti che frequentavo, mi sostenne negli studi e anche successivamente,
nella fase della ricerca del lavoro. Passai a quelli che all’epoca venivano
chiamati Laureati cattolici, il
naturale proseguimento di un’esperienza fucina: ora l’organizzazione si chiama M.E.I.C., il Movimento ecclesiale di impegno culturale. Ecco dunque che le mie
principali esperienze umane di gioventù furono mediate da organizzazioni
ecclesiali: esse mi furono utili a risolvere tutti i problemi che incontravo
crescendo. Più o meno tutti quelli che conosco della mia età hanno avuto
esperienze simili, anche se in altre organizzazioni, non solo ecclesiali, ma,
ad esempio, politiche. Ma le esigenze erano più o meno le stesse. Ai tempi
nostri si ha grandissima difficoltà ad avere questo tipo di aiuto, nelle
metamorfosi dall’età di ragazzino a quella adulta.
Tutti gli atteggiamenti apparentemente
anticonformisti dei giovani della mia generazione, in realtà non lo erano. E,
infatti, la maggior parte dei giovani contestanti
(negli anni ‘60/’70 si parlava di contestazione
giovanile) sono divenuti persone assolutamente inquadrate nella società del
loro tempo: tutte casa, famiglia e lavoro. Negli anni ’60 cominciò ad esserci
una specifica forma di consumismo per i giovani, che comprendeva abbigliamento,
musica, viaggi, attività ricreative e che richiedeva una certa maggiore libertà
di costumi. Essa spingeva fuori della famiglia e richiedeva di essere vissuta
in una società di consumatori coerente. Le società dei giovani di allora
erano fondamentalmente fatte di questo. Si discuteva di politica più di ora,
ma, per quanto io ricordi, fondamentalmente per fare il lavoro che si stava
facendo su di me in FUCI, solo in modo spesso meno ordinato e molto più
dispersivo. La politica giovanile di allora fu qualche volta, mi pare di
ricordare, un’estensione delle guerre per
bande dei nostri giochi di bambini,
in cortile. Lasciarono poco. Le vere rivoluzioni, all’epoca, non vennero
pensate dai ragazzi, ma da adulti.
Ai tempi nostri rimane un altro tipo di consumismo giovanile ed è attraverso di esso che i più
giovani tentano di risolvere i loro problemi di sempre. La caratteristica di
questo consumismo è però quella di
indurli a rimanere per sempre giovani:
vale a dire che ostacola l’inserimento nel mondo degli adulti. Il consumismo giovanile della mia epoca, invece, prometteva
di far crescere più velocemente, di far diventare adulti prima, e qualche volta
manteneva questa promessa.
Dei costumi dei giovani della mia età, solo l’emancipazione
della donna è rimasta veramente rivoluzionaria,
ma lo divenne quando cominciò ad essere pensata
e vissuta nell’età adulta, a confronto con i problemi
degli adulti.
E’ stato scritto che la nostra non è
un società per giovani, e bisogna intendere che sono quasi sparite quelle
organizzazioni che, ai tempi della mia gioventù, conducevano verso il mondo
degli adulti. In particolare sono divenute molto meno efficienti quelle
ecclesiali. Ma è un fenomeno generalizzato.
Nell’accostare i problemi sociali dei giovani,
in genere in religione si pensa di dover fare catechismo e che ogni altra
iniziativa ne debba essere una sorta di espansione di quello. Il catechismo non
è più concepito come indottrinamento, ma come esperienza sociale di vita di
fede, ma spesso si ricade nel passato peggiorandolo, perché si pensa di dover
indottrinare alla vita di fede, distribuendo ricette di buona vita che
conducono i giovani lontani dalla società in cui sono immersi e in cui devono
inserirsi. E’ l’idea di dover costruire serre
di specie pregiate di giovani.
Questa vita in serra è però inutile ad un giovane, lo sarebbe stata
anche per quelli della mia generazione e
lo è per quelli di oggi, e allora i giovani con ci perdono tempo. Ma
anche il consumismo giovanile crea
della serre di altra natura, degli spazi di vita
potenziata estranei alla società del tempo, per cui un giovane può finire per
avere due vite, quella reale, noiosa e inutile, e quella potenziata, fantasiosa
ma inutile anch’essa. Ecco che, allora, i giovani diventano degli emarginati.
La soluzione: prendere sul serio i giovani
come sono nella realtà, non come immaginiamo che siano o che debbano essere. Il
principale problema di un giovane è quello di finirla di essere giovane e di
diventare adulto. Lo aiutiamo in questo?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli