Radicamento nel
quartiere
In parrocchia può venirci anche gente che non vive nel quartiere, ma non
è più una parrocchia se chi ci viene è prevalentemente di fuori. La parrocchia
è infatti un’istituzione destinata ad una certa collettività che vive in una
determinata zona. Si vive vicini e si prega insieme. Il radicamento in un
quartiere, o in un paese per i centri più piccoli, è essenziale per la
parrocchia. La missione della parrocchia è verso chi abita in un certo posto.
Per vedere quanto si è radicati nel quartiere
a cui la parrocchia è stata inviata, bisogna vedere, per ogni gruppo attivo,
quanti vengono da fuori. Nel nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica ci
sono alcuni che vivono fuori, ma la grande maggioranza vive alle Valli. In
particolare, la dirigenza è tutta delle Valli. Negli altri gruppi come va?
Se in un gruppo la dirigenza e una parte significativa, intorno al 50%,
viene da fuori, non si può più dire che quel gruppo sia radicato nel quartiere.
Nulla di male, però, perché un gruppo non è la parrocchia. Se però quel gruppo
finisce per identificarsi con la parrocchia, e viceversa, si crea un problema.
Perché allora la parrocchia non sarà più veramente interessata al quartiere e
sarà sentita come estranea dalla gente del quartiere. E’ una situazione che va
corretta, separando nettamente quel gruppo dall'istituzione parrocchia,
facendone solo una delle realtà sociali della parrocchia, inquadrata in un
lavoro comune che prevede una direzione espressa prevalentemente dalla gente
del quartiere. Occorre creare qualcosa di nuovo, che però può essere immaginato come
qualcosa che è già previsto, vale a dire come l’assemblea dei parrocchiani, che
da noi, a mia memoria, non si è mai
riunita (ma correggetemi se sbaglio).
Da bambino e da ragazzo sono cresciuto nella parrocchia degli Angeli
Custodi e sono rimasto molto legato al quartiere dove sorge. Da lupetto e da
scout ogni anno venivamo inviati dal parroco a consegnare i calendari alla
gente del quartiere, una zona che quindi conosco in dettaglio, porta a porta per così dire. Tutti i
miei amici più cari abitavano lì. Per certe versi le Valli, lì dove abito, mi è
rimasto sempre un po' più estraneo. Mi trovo nella strana situazione degli emigrati
quando ritornano a casa loro.
Se uno non vive nel quartiere può non dare
tanta importanza se la gente che vi abita rimane lontana, non viene coinvolta.
E i problemi del quartiere non lo muovono più di tanto. Ci viene una volta
tanto, solo per le celebrazioni e le attività di un certo gruppo. Ma il nuovo
corso di Bergoglio/Francesco ci spinge invece a interessarci alla realtà di
prossimità a cui siamo inviati. Ad essere più presenti nei quartiere e, innanzi
tutto, a conoscerli. Questo richiede di cambiare.
E quale momento più propizio per cambiare del
tempo liturgico di Quaresima? Si fa memoria realistica di ciò che è accaduto,
di ciò che abbiamo prodotto, dei problemi che abbiamo creato, degli obiettivi
che dovevamo raggiungere e che sono stati mancati e poi si progetta il cambiamento.
Cominciamo dalle liturgie della Pasqua, un
tempo detto forte perché carico di tanti moventi emotivi, un’occasione
che può coinvolgere molto la gente del quartiere, purché la si renda accessibile a tutti. Non viviamo
nell’Egitto del Faraone, ma in un quartiere che richiede più sollecitudine. Non
stiamo scappando dall’esercito del Faraone, nessuno ci insegue, non ci sarà
bisogno di precipitare nel mare cavalli e
cavalieri: dobbiamo, in realtà, tornare a occuparci di casa nostra, la nostra casa comune, secondo quanto si legge nell’enciclica Laudato si’.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.