lunedì 20 marzo 2017

L’immagini artefatta dei movimenti fondamentalisti e integralisti

L’immagini artefatta dei movimenti fondamentalisti e integralisti


Gustave Doré - litografia - la conquista di Canaan. Non è con questo spirito che dobbiamo uscire  nel quartiere




  C’è l’idea che i movimenti fondamentalisti e quelli integralisti funzionino meglio dell’Azione Cattolica. I primi si concentrano su pochi aspetti delle idee religiose e pretendono di imporli a tutti, gli altri tagliano i ponti con la società intorno. Entrambi rifiutano la complessità. Alcuni cumulano le due caratteristiche.  In genere questi gruppi sviluppano una gerarchia propria, per cui la verità cala dall’alto. Cercano l’appoggio del clero  finché non vengono ostacolati. Se possono, cercano di formarsi preti propri. Nei loro gruppi si vive come nelle antiche famiglie patriarcali allargate, sotto l’autorità di neo-padri. Essi sono veramente l’anti-Azione Cattolica, che è fondata su principi diametralmente opposti.
  Il successo dei fondamentalisti e integralisti è solo apparente in società. E’ un effetto mediatico che deriva dagli eventi collettivi che periodicamente organizzano, facendo affluire folle in un determinato posto. Era un metodo che anche l’Azione Cattolica seguiva, fino agli anni Sessanta. E’ stato osservato che essi, sostanzialmente, ripropongono l’Azione Cattolica del passato. Ma non è del tutto vero. L’Azione cattolica di un tempo era incondizionatamente papista, i fondamentalisti e integralisti lo sono relativamente, tanto che ai tempi nostri fanno la fronda contro il Papa attuale. E’ stato osservato che il loro impegno è essenzialmente all’interno del mondo religioso, per conquistarvi l’egemonia e, se possibile, produrre un loro Papa. Con la società intorno l’hanno messa persa. E’ solo in religione che hanno qualche opportunità di successo.
 Quanti sono veramente i fondamentalisti e integralisti nella società contemporanea? Quando, terminati gli eventi mediatici, si disperdono nel mondo intorno, quanto contano realmente? Essi danno al clero l’immagine di un popolo fedele e numeroso, ma temo che questa sia appunto solo un’immagine.
  L’Azione Cattolica non organizza più certi grandi eventi, anche se ciclicamente vi partecipa, ma è soprattutto molto diverso lo spirito con cui si raduna. Vuole essere lievito in società e produce un pensiero sociale che è spendibile al di fuori degli ambienti religiosi. Non pensa che società religiosa e società civile possano avere destini diversi. Ha capito il senso profondo della crisi sociale che stiamo vivendo, che è insieme civile e religiosa. L’Azione Cattolica è un realtà molto grossa, come dimostrano ancora i dati del tesseramento, ma che è diffusa capillarmente e non appare come tale. Non lotta per l’egemonia clericale, ma per la trasformazione del mondo religioso nel solco della purificazione della memoria, della presa di distanza critica da certi aspetti del passato per ritrovarvi ancora, tuttavia, l’ispirazione per costruire il futuro. Il pensiero critico è invece piuttosto ostico per i fondamentalisti e integralisti: in una franca discussione annaspano, si infervorano, ad un certo punto non sanno più che dire, fanno un po’ di scena e, se non li si accontenta, devono uscire per prendere un po’ d’aria. Le poche idee chiave che spendono non bastano loro per relazionarsi positivamente con il prossimo. Il loro Manuale delle Giovani Marmotte si rivela insufficiente. Che fare, allora? Niente, si prende su  e si esce sbattendo la porta. Non è questo che serve nella società di oggi, tanto più complessa del passato, perché c’è tanta più gente e, soprattutto, tanta più gente diversa. Se nei primi secoli della nostra fede si fosse ragionato come oggi fanno i fondamentalisti e integralisti, le nostre collettività religiose si sarebbero presto estinte, come tanti culti misterici coevi, primo fra tutti quello del dio Mitra, che tanto successo ebbe anche qui a Roma. La forza della nostra fede fu nella capacità di  integrare culture diverse e, innanzi tutto, l’ellenismo. Per riuscirci dovette cambiare rapidamente e creativamente. Si aveva la scomunica facile all’epoca, ma si era molto meno rigidi di oggi: il passato sotto certi aspetti è un peso, ma va conosciuto per non ripetere i tanti errori che furono commessi.
   Per certi versi il fondamentalismo e l’integralismo diffusi oggi in Italia sono una neo-religione. In passato avrebbero avuto vita difficile: hanno potuto svilupparsi nel clima di apertura democratica che anche in religione c’è stato dagli anni Sessanta scorsi. Ma sono profondamente anti-democratici e imitano le gerarchie clericali del passato. Questo impedisce loro di essere fermento in società. Ma causa loro anche altri problemi. E’ raro trovare un  fuoriuscito  dall’Azione Cattolica e, in genere, chi prende un’altra via ne conserva un buon ricordo. I  fuoriusciti  dai movimenti fondamentalisti e integralisti sono invece i loro  più feroci e accaniti critici, non ne riescono a mantenere una visione pacificata. L’esclusione ha spesso significato per loro emarginazione e il venir meno di sostegno sociale, ma anche la perdita di una considerazione sociale. Infatti i fondamentalisti e integralisti pensano di essere un gruppo di eletti, e sviluppano una mentalità di setta.  La setta  è un gruppo tutto concentrato su sé stesso. Il mondo intorno scompare. Con esso sembrano scomparire anche la cause di sofferenza sociale, ma è solo un’illusione, come quella che danno le droghe. Perché il mondo c’è  e per interagirvi occorre conoscerlo realisticamente. Non basta buttarvicisi dentro e tentare di farsi largo a spallate, con la forza del numero.
   Ci si concentra tutti in un posto, venendo da tutta Roma, ad esempio in una parrocchia, e si convincono gli altri a lasciare o comunque a lasciar fare: se si ragiona con mentalità di setta si può pensare che tutto il mondo sia cambiato. Ma è vero? Troppa gente se ne è andata, o è stata lasciata fuori o non partecipa più realmente,  per farvi affidamento. Ma in una setta questo è poco importante. Del resto non fecero così anche gli antichi israeliti, giungendo a Canaan? Nulla di nuovo: la pensarono così anche i Padri Pellegrini  avviandosi a costruire un nuovo mondo oltre oceano. Ecco che allora si immagina di essere in quella situazione, di un mondo nuovo che ha sostituito il precedente perché quella era la promessa, ma questo nel bel  mezzo di un popoloso quartiere della periferia romana dove la parrocchia fu  molto vitale e partecipata, l’anima  del mondo intorno. Si piegano le Scritture per confermare quell’idea e si ridenominano con nomi di località bibliche le nostre salette di incontro, per sognare di essere ai tempi e nei luoghi di Mosè. Ci si incontra solo tra chi condivide questa impostazione e, così, non si incontrano contraddittori. E’ così bello stare tutti insieme a cantare solo i nostri canti (e dai, a tutto volume, con "Precipitò nel mare cavalli e cavalieri...", sognando sostanzialmente che sia fatta piazza pulita di tutto ciò che c'era prima) e a celebrare solo le nostre liturgie, la festa dell’amicizia e della solidarietà. Basta non gettare lo sguardo fuori! Non vedere che si è sempre in meno e sempre più isolati. Allora l’appello di Bergoglio/Francesco ad uscire  diventa un vero shock. Perché riporta bruscamente ad una realtà che si preferiva ignorare perché troppo dolorosa. La realtà  resiste,  non segue certe idee, l’immagine era solo sogno, le folle in cui amavamo perderci non erano lo specchio vero della società intorno, ma solo un prodotto di marketing  religioso. Il disinganno è brutale. Non resta che ricostruire pazientemente e amorevolmente sulle macerie sociali di un esperimento finito molto male, includendo  anche chi vi ha creduto, chi vi ha fatto affidamento e ora è sconcertato dalla disillusione. Perché nessuno, nessuno veramente, deve essere abbandonato. E’ sbagliato voler cambiare facendo a meno degli altri. Questo deve insegnarci il nostro passato parrocchiale. Facciamone memoria purificata.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli