L’immagini
artefatta dei movimenti fondamentalisti e integralisti
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| Gustave Doré - litografia - la conquista di Canaan. Non è con questo spirito che dobbiamo uscire nel quartiere |
C’è l’idea che i movimenti fondamentalisti e quelli integralisti funzionino meglio dell’Azione Cattolica. I primi si concentrano su
pochi aspetti delle idee religiose e pretendono di imporli a tutti, gli altri tagliano i ponti con la società
intorno. Entrambi rifiutano la complessità. Alcuni cumulano le due caratteristiche. In genere questi gruppi sviluppano una
gerarchia propria, per cui la verità cala dall’alto. Cercano l’appoggio del
clero finché non vengono ostacolati. Se
possono, cercano di formarsi preti propri. Nei loro gruppi si vive come nelle
antiche famiglie patriarcali allargate, sotto l’autorità di neo-padri. Essi sono veramente l’anti-Azione Cattolica, che è fondata su
principi diametralmente opposti.
Il successo dei fondamentalisti e
integralisti è solo apparente in società. E’ un effetto mediatico che deriva
dagli eventi collettivi che periodicamente organizzano, facendo affluire folle
in un determinato posto. Era un metodo che anche l’Azione Cattolica seguiva,
fino agli anni Sessanta. E’ stato osservato che essi, sostanzialmente,
ripropongono l’Azione Cattolica del passato. Ma non è del tutto vero. L’Azione
cattolica di un tempo era incondizionatamente papista, i fondamentalisti e
integralisti lo sono relativamente, tanto che ai tempi nostri fanno la fronda
contro il Papa attuale. E’ stato osservato che il loro impegno è essenzialmente
all’interno del mondo religioso, per conquistarvi l’egemonia e, se possibile,
produrre un loro Papa. Con la società intorno l’hanno messa persa. E’ solo in
religione che hanno qualche opportunità di successo.
Quanti sono veramente i fondamentalisti e
integralisti nella società contemporanea? Quando, terminati gli eventi
mediatici, si disperdono nel mondo intorno, quanto contano realmente? Essi
danno al clero l’immagine di un popolo fedele e numeroso, ma temo che questa
sia appunto solo un’immagine.
L’Azione Cattolica non organizza più certi
grandi eventi, anche se ciclicamente vi partecipa, ma è soprattutto molto
diverso lo spirito con cui si raduna. Vuole essere lievito in società e produce
un pensiero sociale che è spendibile al di fuori degli ambienti religiosi. Non
pensa che società religiosa e società civile possano avere destini diversi. Ha
capito il senso profondo della crisi sociale che stiamo vivendo, che è insieme
civile e religiosa. L’Azione Cattolica è un realtà molto grossa, come
dimostrano ancora i dati del tesseramento, ma che è diffusa capillarmente e non
appare come tale. Non lotta per l’egemonia clericale, ma per la trasformazione
del mondo religioso nel solco della purificazione
della memoria, della presa di distanza critica da certi aspetti del passato
per ritrovarvi ancora, tuttavia, l’ispirazione per costruire il futuro. Il
pensiero critico è invece piuttosto ostico per i fondamentalisti e
integralisti: in una franca discussione annaspano, si infervorano, ad un certo
punto non sanno più che dire, fanno un po’ di scena e, se non li si accontenta,
devono uscire per prendere un po’ d’aria. Le poche idee chiave che spendono non
bastano loro per relazionarsi positivamente con il prossimo. Il loro Manuale delle Giovani Marmotte si rivela
insufficiente. Che fare, allora? Niente, si prende su e si esce sbattendo la
porta. Non è questo che serve nella società di oggi, tanto più complessa del
passato, perché c’è tanta più gente e, soprattutto, tanta più gente diversa. Se
nei primi secoli della nostra fede si fosse ragionato come oggi fanno i
fondamentalisti e integralisti, le nostre collettività religiose si sarebbero
presto estinte, come tanti culti misterici coevi, primo fra tutti quello del
dio Mitra, che tanto successo ebbe anche qui a Roma. La forza della nostra fede
fu nella capacità di integrare culture
diverse e, innanzi tutto, l’ellenismo. Per riuscirci dovette cambiare
rapidamente e creativamente. Si aveva la scomunica facile all’epoca, ma si era
molto meno rigidi di oggi: il passato sotto certi aspetti è un peso, ma va
conosciuto per non ripetere i tanti errori che furono commessi.
Per certi versi il fondamentalismo e l’integralismo
diffusi oggi in Italia sono una neo-religione.
In passato avrebbero avuto vita difficile: hanno potuto svilupparsi nel clima
di apertura democratica che anche in religione c’è stato dagli anni Sessanta
scorsi. Ma sono profondamente anti-democratici e imitano le gerarchie clericali
del passato. Questo impedisce loro di essere fermento in società. Ma causa loro
anche altri problemi. E’ raro trovare un fuoriuscito dall’Azione Cattolica e, in genere, chi prende
un’altra via ne conserva un buon ricordo. I fuoriusciti dai movimenti fondamentalisti e integralisti
sono invece i loro più feroci e accaniti
critici, non ne riescono a mantenere una visione pacificata. L’esclusione ha
spesso significato per loro emarginazione e il venir meno di sostegno sociale,
ma anche la perdita di una considerazione sociale. Infatti i fondamentalisti e
integralisti pensano di essere un gruppo di eletti,
e sviluppano una mentalità di setta. La setta
è un gruppo tutto concentrato su sé stesso. Il mondo intorno scompare.
Con esso sembrano scomparire anche la cause di sofferenza sociale, ma è solo un’illusione,
come quella che danno le droghe. Perché il mondo c’è e per interagirvi occorre
conoscerlo realisticamente. Non basta buttarvicisi dentro e tentare di farsi
largo a spallate, con la forza del numero.
Ci si concentra tutti in un posto, venendo
da tutta Roma, ad esempio in una parrocchia, e si convincono gli altri a
lasciare o comunque a lasciar fare: se si ragiona con mentalità di setta si può
pensare che tutto il mondo sia cambiato. Ma è vero? Troppa gente se ne è andata, o è stata lasciata fuori o non partecipa più realmente, per farvi affidamento. Ma in una setta questo
è poco importante. Del resto non fecero così anche gli antichi israeliti,
giungendo a Canaan? Nulla di nuovo: la pensarono così anche i Padri Pellegrini avviandosi a costruire un nuovo mondo oltre
oceano. Ecco che allora si immagina di essere in quella situazione, di un mondo
nuovo che ha sostituito il precedente perché quella era la promessa, ma questo nel
bel mezzo di un popoloso quartiere della
periferia romana dove la parrocchia fu molto vitale e partecipata, l’anima del mondo intorno. Si piegano le Scritture per
confermare quell’idea e si ridenominano con nomi di località bibliche le nostre
salette di incontro, per sognare di essere ai tempi e nei luoghi di Mosè. Ci si
incontra solo tra chi condivide questa impostazione e, così, non si incontrano
contraddittori. E’ così bello stare tutti insieme a cantare solo i nostri canti (e dai, a tutto volume, con "Precipitò nel mare cavalli e cavalieri...", sognando sostanzialmente che sia fatta piazza pulita di tutto ciò che c'era prima) e a celebrare solo le nostre liturgie, la festa dell’amicizia e della
solidarietà. Basta non gettare lo sguardo fuori! Non vedere che si è sempre in
meno e sempre più isolati. Allora l’appello di Bergoglio/Francesco ad uscire diventa un vero shock. Perché riporta
bruscamente ad una realtà che si preferiva ignorare perché troppo dolorosa. La
realtà resiste, non segue certe idee, l’immagine era solo
sogno, le folle in cui amavamo perderci non erano lo specchio vero della società
intorno, ma solo un prodotto di marketing
religioso. Il disinganno è brutale. Non
resta che ricostruire pazientemente e amorevolmente sulle macerie sociali di un esperimento finito molto male, includendo anche chi vi ha creduto, chi vi ha fatto affidamento e ora è sconcertato dalla disillusione.
Perché nessuno, nessuno veramente, deve essere abbandonato. E’ sbagliato voler
cambiare facendo a meno degli altri. Questo deve insegnarci il nostro passato
parrocchiale. Facciamone memoria
purificata.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
