Affrontare con uno
stesso spirito la crisi religiosa e la crisi politica
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| Migranti tentano di scavalcare la recinzione alla frontiera del possedimento spagnolo in Africa di Ceuta-Melilla - Foto da Web |
Una volta raggiunta la consapevolezza che la crisi religiosa e quella
politica sono espressione di un medesimo processo, ci si può anche convincere che le possibili
soluzioni siano comuni ad entrambe e che, quindi, lavorando sull’aspetto
religioso si possa contribuire anche a migliorare quello politico e viceversa.
Questa convinzione è al centro del pensiero espresso nell’enciclica Laudato si’.
I problemi della nostra organizzazione comunitaria di fede sono analoghi
a quelli degli stati. Del resto la nostra è una confessione che ha voluto farsi
stato. Viviamo in una situazione di sostanziale anarchia, in cui religioni e
stati faticano a mantenere il controllo e, soprattutto, e qui mi riporto al
pensiero di Zygmunt Bauman, sono realtà confinate in limiti sempre più
ristretti: si sta riducendo di molto la competenza loro riconosciuta negli
affari sociali. Ognuno è spinto a fare da sé, a risolvere da sé i propri guai. Vengono
progressivamente meno i correttivi sociali agli abusi di posizioni dominanti.
Si sta riproponendo una divisione in classi della società: quella di chi domina
il nuovo corso e quella, che comprende la grande maggioranza della popolazione
della terra, che è dominata. Per chi riesce a entrare nella prima non vi sono
più frontiere, per gli altri le frontiere
diventano sempre più impenetrabili.
Bauman osserva che in un regime di interdipendenza
globale, la mobilità, il poter andare dove ci sono le occasioni più favorevoli,
diventa una risorsa quanto mai preziosa
ed ambita. La desideriamo per i nostri figli e siamo orgogliosi quando riescono
ad andare a studiare o a lavorare all’estero, perché non ci vanno nelle
condizioni dei nostri migranti dell’Ottocento, ma come partecipi di una classe
privilegiata. Ma il 98% della popolazione mondiale, osserva Bauman, non si
trasferisce mai dal luogo di residenza: deve vivere e lavorare dove la sorte l’ha
piazzata, accettando quello che c’è. E questo contribuisce al nostro benessere,
di privilegiati che vivono in Occidente. Ci consente di acquistare a prezzi
molto bassi beni di consumo quotidiano, praticamente tutti.
Scrive Bauman in La società sotto assedio, del 2002, pubblicato in Italiano da
Editori Laterza:
“Allo smantellamento di tutte
le barriere che ostacolano il libero movimento del capitale e dei suoi agenti
si abbina l’erezione di nuove barriere, sempre più alte e scoraggianti , contro
la massa di persone desiderose di adeguarsi e andare là dove spuntano le opportunità.
Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza
viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di «immigrati illegali»
e a dispetto di occasionali ed effimere ondata di orrore e di
indignazione provocate dalla vista di «emigranti economici» finiti
soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di
sfamarli. Il mondo globalizzato è un luogo accogliente e amichevole per i
turisti, ma inospitale e ostile per i senzatetto. Ai secondo è vietato seguire
il modello instaurato dai primi, che però, in fondo, non ea mai stato
progettato per loro. Inoltre, qualora fosse un modello liberamente perseguibile
dalle grandi masse anziché un privilegio esclusivo di una ristretta
cerchia di persona ben protette, non arrecherebbe certo quei vantaggi per i
quali è stato vantato dai suoi fautori e beneficiari”(pag.77-78).
E’ evidente la rilevanza
anche religiosa della situazione.
C’è però difficoltà a capire che, quando
insorgiamo contro i migranti economici e vorremmo rispedirli a casa loro, alla fine condanniamo anche
noi stessi alla loro sorte, e in particolare i nostri figli. I problemi della
gran parte di noi hanno la stessa causa di quelli di quei migranti. Sotto certi
aspetti in Occidente beneficiamo dell’economia globalizzata, che infierisce
senza più freni pubblici sui lavoratori che producono la gran parte delle cose
di nostro uso comune, ma questo comporta che anche da noi si segua la stessa
linea liberista e che, anzi, una delle residue funzioni degli stati sia proprio
questa. “Un obiettivo”, scrive Bauman
in quel libro, “probabilmente
raggiungibile mediante costanti riduzioni fiscali, riducendo al minimo
indispensabile la regolamentazione delle condizioni di lavoro, pacificando o
imbavagliando le organizzazioni di difesa dei lavoratori, e soprattutto non applicando alcuna restrizione al libero
movimento in entrate e in uscita del capitale. Nel complesso, la conditio sine
qua non [=la condizione senza la quale non è possibile... = indispensabile] per rendere felici gli «investitori globali»
e indurli a cercare profitti nel proprio paese anziché in un altro è rendere la condizione dei
produttori e consumatori locali il più precaria possibile” (pag.75).
Che c’entra la parrocchia con tutto questo? C’entra
se si riprende contatto con il quartiere, perché in quest’ultimo sono presenti,
su scala locale, tutti i problemi che si presentano su scala globale. La
dimensione locale fa sì però che li si
possa affrontare con una qualche efficacia tentando soluzioni di prossimità, ad
esempio creando o potenziando iniziative solidali, ricreando quella rete
sociale di resistenza che in passato ha funzionato molto bene e che ancora si
intravvede nel vasto fenomeno del volontariato. Se però la religione viene
vissuta prevalentemente come un gioco di ruolo, in comunità confinate e con
pretesa di autosufficienza, alla lunga diventa inutile.
In questi giorni nel gruppo parrocchiale di AC stiamo meditando sulla beatitudine dei poveri
in spirito. I più ritengono che si
debba fare uno sforzo per diventare poveri
in spirito, in quanto pensano di aver raggiunto un certo benessere e,
essendosi affrancati dalla povertà materiale, di essere soggetti alla
tentazione dell’arrogante autosufficienza. Abbiamo letto il messaggio del Papa
del 2014 in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di quell’anno, che
trattava di quel tema e invitava a una conversione
verso i poveri, per rimettere al centro della cultura umana la solidarietà.
Se riuscissimo a capire che, in realtà, la nostra condizione si sta progressivamente
avvicinando a quella di coloro che ci appaiono realmente poveri, e che in definitiva, lasciando le cose andare avanti così, non
ci sarà più tanto difficile ammettere di dover mendicare tante cose che
oggi sono ancora affermate come diritti, questa conversione ci verrebbe più facile.
Mi pare che in parrocchia ci siano due
distinte visioni religiose dei problemi che stiamo vivendo collettivamente, a
cui corrispondono distinte e divergenti soluzioni. Comporle non sarà facile.
Autosufficienza religiosa o espansione solidale nello spirito della Laudato si’?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
