Che
cosa celebriamo oggi
Oggi a Roma i capi degli stati federati nell’Unione
Europea celebreranno l’inizio del processo di convergenza dei popoli europei,
dal secondo dopoguerra, che ai tempi nostri sembra stia invertendosi. Nel 1957
a Roma vennero sottoscritti degli accordi internazionali tra Belgio,
Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi che posero le
basi di un lunghissimo periodo di pace e di progressivo ampio benessere
collettivo in Europa, attirando molti altri stati, fino a giungere quasi ad un’unità
continentale. Possiamo considerare il culmine di questo processo la crisi
Ucraina del 2013, motivata dal desiderio di molta parte della popolazione,
contrastato dal governo democraticamente eletto, che l’Ucraina continuasse le
procedure di adesione all’Unione Europea. Da quell’anno sembra iniziato un
processo di disgregazione e di disamore per le istituzioni europee, motivato
sia dalla crisi economica e dalla difficoltà di una reazione collettiva per contrastarla efficacemente, sia
dai nuovi e gravi problemi causati dall’esigenza di integrazione di decine di
milioni di profughi che varie crisi locali e il sistema economico nell’era
globalizzazione spingevano a muoversi verso l’Europa per cercare scampo.
L’evento di oggi è stato preparato
sostanzialmente per accogliere a Roma, per qualche ora, la classe dirigente europea, senza alcun
coinvolgimento dei popoli europei, in particolare della cittadinanza romana, che, anzi, si cerca di tenere lontana dal centro degli incontri. Questo dimostra l’insufficienza della
politica contemporanea. Ma anche la sfiducia verso la gente. Se ne temono le
reazioni emotive, che tuttavia sotto elezioni si cerca di provocare ed esacerbare per avere più voti, e in Italia siamo proprio in questo periodo.
L’integrazione europea è l’unica soluzione ai
nostri problemi, sia familiari, che cittadini, nazionali, continentali. Rinchiudendoci
di nuovo negli stati nazionali, faremmo la fine dei profughi che ci arrivano da
fuori, spinti appunto dall’impotenza dei loro piccoli stati nazionali. I nostri
figli saranno costretti spostarsi per integrarsi, ma senza un contesto europeo
lo farebbero come i nostri antichi emigranti, trovandosi all’ultimo livello
della scala sociale dei luoghi di emigrazione, senza una condizione di cittadinanza,
esposti agli stessi moti di ripulsa e rigetto di cui sono vittime da noi i migranti
africani, asiatici e latino-americani, che si rivorrebbe rimandare a casa loro, una casa che però essi non hanno più. In un contesto di relazioni
internazionali bilaterali, tra enormi sistemi economici e la nostra minuscola
realtà mediterranea, la virgoletta che l'Italia è sul globo, avremmo sicuramente la peggio. L’Unione Europea, anche
dopo la separazione della Gran Bretagna, che in realtà benché avviata non si sa
se veramente sarà portata a termine perché richiederà un tempo molto lungo e
tante cose potrebbero cambiare, è invece un gigante sia economico che politico:
difficile dominarla, anche per gli altri giganti della terra. Di questo gigante
noi italiani siamo ancora parte integrante: collaboriamo attivamente alla sua
direzione politica, esprimiamo, ad esempio, il Presidente del parlamento
europeo, il ministro degli esteri e il capo della Banca centrale europea.
La nostra Chiesa ha un grande merito ai tempi nostri: è
praticamente l’unica agenzia educativa a formare la gente alla politica
internazionale, con una visione globale. L’enciclica Laudato si’, del 2015, può
essere considerata il libro di testo di questo corso di studi popolare. Oggi
esprime anche una visione realistica dei problemi e, in questo, finalmente si
distanzia dallo sciocchezzaio emotivo dei nostri capi politici populisti,
quelli che cercano di spaventare la gente per ottenerne il voto. Si tratta di
un lavoro difficile perché anche nel mondo religioso c’è quello che si
manifesta nella società, e quindi, ad esempio, durante il ciclo di incontri Immischiati dell’anno scorso sulla dottrina sociale della
chiesa, ho ascoltato interventi veramente poco informati di gente più o meno
della mia età, dalla quale ci si aspetterebbe una maggiore acculturazione nei
problemi europei, essendo praticamente coetanea dell’Unione. Ma, per nostra
buona sorte, ci sono i più giovani, quelli che hanno vissuto il progresso di
integrazione europea nella fase degli studi superiori, la “generazione Erasmus”,
quella che ha avuto l'opportunità di lunghi periodi di studio in altri stati europei nel quadro
dei progetti di formazione europea. E’ lì che si sviluppa la maggiore
resistenza ai processi di disgregazione europea. E’ molto evidente infatti che
la sfiducia nell’europeismo è inversamente proporzionale al livello di
istruzione (diminuisce più si è istruiti) e direttamente proporzionale
all’età (aumenta più si è anziani): è tra gli incolti più anziani che si trovano i più accaniti e
irriducibili anti-europei, quelli che vorrebbero di nuovo rinchiuderci in una
prigione nazionale per paura di tutto ciò che viene da fuori, e, anzi, più
semplicemente, per paura di tutto. E’ questa fascia di popolazione che è stata
decisiva nel referendum sull’adesione all’Unione Europea svoltosi nel Regno
Unito.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli