I guai politici delle
religioni tradizionali
E’ facilmente dimostrabile che i problemi che
le religioni tradizionali incontrano nelle società contemporanee sono
essenzialmente politici, quindi relativi alle questioni di governo pubblico.
Infatti la gente non manifesta alcun problema nei confronti di ogni tipo di
soprannaturale e di ogni sorta di immaginifica spiegazione in merito, ma resiste
a chi le vuole imporre che pensare, che dire, che fare, come relazionarsi con
gli altri.
Quello della laicità è un problema essenzialmente politico e
riguarda i rapporti tra una gerarchia e un popolo che le è semplicemente
soggetto. Non si manifesta solo in religione. E’ stato osservato che esso si è
prodotto anche nelle società post-comuniste dell’Europa orientale.
Spesso si considera il termine laico
come equivalente a non
credente, ma non è questo il punto. Storicamente, negli ordinamenti
religiosi della nostra fede, il laico è stato costituito dalla presenza di un potere
gerarchico esercitato da un clero.
Tra il popolo dei persuasi nella fede religiosa si è prima enucleato
un clero, a cui si è attribuito il governo,
la profezia, il sacerdozio, praticamente tutto in religione, e per sottrazione
sono risultati i laici, che progressivamente sono stati
assimilati al popolo intero, come se il clero non ne facesse più
parte. Popolo erano coloro che erano sudditi del clero, al mondo
in cui lo erano verso i signori feudali. In questo l’organizzazione delle
nostre collettività ha imitato quella delle società civili sue contemporanee lungo i quasi due millenni del suo potere religioso. Il
problema della verità è venuto a coincidere con quello dei gerarchi della verità: la verità era
ritenuta tale perché proclamata da un’autorità
religiosa, dal clero. E’ quest’ultimo
che non vuole essere relativizzato,
che pretende di rimanere sempre sul campo come assoluto. Quindi il problema del
laicato non riguarda tanto la libertà dalla verità, ma da gerarchi assoluti
della verità.
L’impegno sociale ispirato dalla fede, ciò che si fa rientrare nell’idea
di dottrina sociale, venne proclamato
inizialmente come verità di origine
gerarchica, al modo degli altri dogmi. In questo campo si è assistito ad
una democratizzazione della produzione di verità sociali, non senza
persistenti frizioni: problemi, appunto, politici.
La scelta religiosa che l’Azione Cattolica fece negli anni ’60,
dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) viene presentata spesso come una presa
di distanza dalla politica espressa dal partito
cristiano dell’epoca, dalla
Democrazia Cristiana. In realtà si è trattato di un processo molto più
profondo. Si scelse di liberare il pensiero sociale, e la conseguente politica,
dal potere assoluto della gerarchia, che era abituata a organizzare le masse di
fedeli a sostegno delle proprie istanze politiche e a richiederne l’obbedienza politica senza tanti complimenti e
discussioni. Al centro di questa processo fu l’autonomia del laicato, che
doveva essere conquistata attraverso un’impegnativa opera di auto-formazione.
Era questo un modo di vedere che fino ad allora era stato proprio solo delle
organizzazioni intellettuali di Azione Cattolica, FUCI, Laureati,
Insegnanti cattolici, medici e giuristi cattolici. E’ stato difficile farne un’esperienza
di massa, anche per le resistenze della gerarchia, che si fecero sempre più pressanti
sotto il lunghissimo regno religioso del Wojtyla.
Si
tratta di problemi che vediamo ben rappresentati nell’organizzazione della
nostra parrocchia. La gerarchia è rappresentata dal parroco e dai preti suoi
collaboratori e detiene tutto il potere di tipo amministrativo, che si
manifesta nel lavoro della parrocchia come ASL spirituale, e di tipo civile, che riguarda, ad esempio, il
patrimonio parrocchiale. Il laicato è rappresentato da vari gruppi che convivono ignorandosi, in una situazione
di precario condominio, che, a ben vedere, riguarda solo le questioni delle
loro relazioni reciproche e poco di più. Ma questi gruppi sono interessati quasi
esclusivamente a ciò che accade al loro interno e qui l’autonomia della persona
di fede ha poco campo per esprimersi. Si seguono metodi e orientamenti predefiniti: ogni gruppo ha
sviluppato una propria gerarchia, che
a volte ricalca quella del clero. Si ripropongono all’interno dei gruppi i
problemi dello sviluppo dell’autonomia laicale che caratterizzarono gli anni
Sessanta e Settanta su scala più vasta. Allora si trattò di suscitare l’autonomia
laicale delle masse verso la gerarchia, ora di tratta di suscitarla nei gruppi, che, dal canto loro, hanno
sviluppato un assetto piuttosto rigido senza il quale si sentono persi.
In
questa situazione non esiste una vera comunità parrocchiale, come ideologicamente
ce se la raffigura. Andrebbe creata avanzando delle pretese verso le formazioni
che attualmente dominano la vita parrocchiale. E creando un’organizzazione
parrocchiale che consenta una vera partecipazione laicale. Si tratterebbe di
suscitarla pazientemente, perché la gente ha perso familiarità al lavoro
collettivo e, senza una formazione sufficiente, tutto decade ad assemblea di
condominio. In prospettiva dovrebbe potersi riunire un’assemblea parrocchiale,
come quella che dovrebbe eleggere alcuni componenti del consiglio pastorale. La
gestione patrimoniale della parrocchia dovrebbe essere spiegata ai parrocchiani
in una qualche forma, in modo da avere consapevolezza dei relativi problemi. Le
offerte dovrebbero diventare contributi e dovrebbe essere spiegato come questi ultimi
sono impiegati. Le strutture parrocchiali sono utilizzate con troppa libertà
dai gruppi. Bisognerebbe dare delle
regole più stringenti e stabilire una cabina di regia in merito.
Il tutto è complicato dalla
circostanza che si stanno cambiando costumi che si erano cristallizzati in un
tempo lunghissimo, trent’anni,
corrispondenti addirittura ad una generazione.
Al fondo rimane il problema politico: l’impegno sociale che si inizia
nuovamente a pretendere pressantemente dai fedeli deve farsi su base di
autonomia laicale, per avere una visione realistica della società e per
radunare le competenze che occorrono per intervenire. Questo richiedere di
imparare a lavorare collettivamente, E la
religione da sola, e particolarmente
certe sue immaginifiche semplificazioni, non basta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli