Figlio
di un dio minore
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| La locandina del film del 1986 Figli di un dio minore, della regista Randa Haines |
Sono stato battezzato versandomi un po’ d’acqua
sulla testa: nel gergo liturgico si parla di Battesimo per infusione. Lo so perché ho la fotografia di quel
gesto. Sono meno battezzato di quelli che vengono immersi?
La Conferenza Episcopale Italiana, con
delibera del 18 aprile 1985 ha disposto che nel rito romano venga mantenuta di
preferenza la tradizione di conferire il Battesimo per infusione. Il ricorso al
rito per immersione è consentito solo con l’autorizzazione del Vescovo.
Una delle ragioni con cui si è giustificata
la spropositata e disumana estensione temporale delle Veglie Pasquali nella
nostra parrocchia (più o meno dall'apparire delle prime stelle nel cielo della sera all’alba del giorno dopo), fino alla Veglia dell’anno
scorso nella quale qualcosa è iniziato a
cambiare, è che dopo aver battezzato i neonati per immersione bisognava
asciugarli e far loro il phon e serviva
tempo.
Dalla prima volta, ho sempre fatto la
Comunione con l’ostia consacrata, con una particola tonda di pane non
lievitato. Nelle nostre Veglie Pasquali, per un tempo lunghissimo, c’è stato l’uso di mettere in mano ai fedeli una fetta
di pane. La mia Comunione è stata meno efficace?
Nel ministero del sacerdote sono centrali e
caratteristiche la presidenza delle liturgie e la somministrazione dei
Sacramenti. Da noi in parrocchia, nelle Veglie Pasquali, i sacerdoti incontrano
difficoltà se, in quei lavori loro propri, non si attengono agli usi del
movimento che per un tempo lunghissimo ci ha caratterizzato. Li si contesta se
vogliono mettere bocca nella durata della liturgia, dell’animazione della
medesima, nei canti e nei modi di somministrare i sacramenti. Che cosa rimane
loro?
Per un tempo lunghissimo, dal 1984 al settembre
del 2015, la nostra chiesa parrocchiale, nella sua architettura, e nelle sue liturgie e prassi sacramentali, è
stata egemonizzata da un movimento che mi appare di tipo fondamentalista e
integralista, con particolari concezioni liturgiche, sociali e politiche.
Questo ha reso la parrocchia un corpo estraneo nel quartiere, come i nuovi
sacerdoti che ci sono stati (tardivamente) mandati hanno avuto presto modo di
constatare di persona. Coloro che non seguivano l’opinione e le prassi egemoni,
o comunque non si mostravano remissivi, progressivamente hanno avuto l’impressione
di essere stati ridotti a figli di un dio
minore. Questa espressione era il titolo di un bel film della regista Randa
Haines, nelle sale nel 1986: raccontava delle difficoltà dei sordomuti di
inserirsi nella società dei sani. Il sordomuto si sente sempre un po’ fuori
luogo, escluso. Non sente e quindi ha difficoltà a capire ciò che accade
intorno a lui. Non potendo udire, può imparare a parlare solo con un difficile
tirocinio, guidato da istruttori. E, insomma, è un po’ questo che ci sembra di
essere diventati, noi non aderenti al Cammino Neocatecumenale della nostra parrocchia.
Siamo meno amati, in Cielo, per questo non aderire? La nostra è una religiosità
minore, una sorta di compromesso al ribasso, che segue la
nostra condizione di minorità? Qualcosa che, fino ad un certo punto, può essere tollerato, per la nostra minorazione, se non durezza di cuore, ma che progressivamente va superato?
Se in chiesa, durante la Veglia Pasquale,
abbiamo l’atteggiamento di preghiera che ci è stato insegnato, basato sul
raccoglimento, su spazi di silenzio, e sulla preghiera contemplativa, e ci
sentiamo a disagio a sentire l’andamento ritmato dei canti del movimento
egemone, “TUM, TUM, TUM”, e a vedere l’atteggiamento piuttosto libero dei suoi
membri in chiesa, nella liturgia veramente tanto diverso dal nostro, ce ne
dobbiamo pentire e addirittura vergognare?
C’è, come l’anno scorso, una fortissima
resistenza a cambiare, a modificare liturgie e prassi sacramentali, innanzi
tutto la durata divenuta veramente sfiancante, delle celebrazioni della Veglia
Pasquale. Si vorrebbe cambiare per includere la gente del quartiere, che
progressivamente si è allontanata dalla parrocchia, pur vivendole così vicino.
Si insorge, dicendo che questo significa un compromesso
al ribasso. Venire incontro agli umili non dovrebbe essere proprio dell’animo
religioso? Incontro a noi, veramente figli di un dio minore, considerati
tanto a lungo con sufficienza. La nostra fede religiosa non viene riconosciuta.
E’ questo che fa più male.
Ma poi, siamo sicuri che le concezioni che
stanno dietro l’inumana configurazione della Veglia Pasquale come attuata
tanto a lungo reggano ad un esame
critico? Dai frutti le giudico. La gente si allontana. Si lascia scivolare addosso certe innovazioni perché non vuole farsi il
sangue cattivo a Pasqua. Va in qualche altra chiesa. O non ci va proprio. Ma perché la si deve
costringere a questo? Siamo sicuri che una liturgia di veglia enormemente
prolungata debba anche essere accompagnata da canti e musiche ritmiche sparati ad alto volume sull’assemblea fino a creare un clima che mi ricorda quello delle discoteche,
fino ad un’esplosione che mi evoca un po’ lo sballo? Siamo sicuri che sia stato questo il clima in cui si sono
vissuti storicamente gli eventi della Risurrezione? Dovrebbero dircelo i
sacerdoti, i nostri maestri di prossimità. Io qualche dubbio ce l’ho. Ma chi
sono io per sproloquiare in merito? Del resto sono figlio di un dio minore, o almeno mi sento così in certe liturgie.
Non so se avrò cuore di partecipare alla
Veglia Pasquale in parrocchia. Ne sento tanto il bisogno, ma... Poi ci sono i
sacerdoti: sono convinto che occorra sostenerli. Ma so che non potrei reggere a
venti minuti del Cantico di Mosè
neocatecumenale, sparato a mille e ritmato con i cembali, come mi dicono che si
fece l’anno scorso, e i sacerdoti non poterono impedirlo. E se mi metteranno in
mano la fetta della loro pagnotta pretendendo di insegnarmi di nuovo come e
quando comunicarmi? Se la Veglia Pasquale deve essere un atto di sottomissione
agli usi neocatecumenali, una sorta di mia rieducazione religiosa, allora mi chiamo fuori. Troppo mi divide da quel
movimento. Ma, in definitiva, non ci potrebbe essere un modo di celebrare la
Veglia Pasquale in modo da non suscitare il risentimento della gente? Nelle
altre parrocchie, anche in quelle dove è
presente il Cammino, si fa così. Perché proprio da noi no? E’ tanto ingiusto indurirsi in certe costumanze, veramente incrudelire, in
particolare verso chi, come me, per ragioni di limiti fisici comincia ad avere
difficoltà ad allontanarsi dal quartiere la sera tardi. Perché la parrocchia non
deve essere anche la casa di tutti quelli che non si perfezionano nel Cammino?
E a che serve tutta la nostra complicata
burocrazia del clero, Vicario, Ausiliare, Prefetto, se in una situazione grave
come questa non riesce a porre un limite a certe pretese?
Inutile illudersi: non è possibile mediare.
Ha ancora un senso l’autorità episcopale a Roma?
Ciò che stava succedendo nella nostra
parrocchia era noto alla gerarchia. Si vuole rimediare? Faccia il suo mestiere.
Scaricare tutto sul povero nuovo parroco che ci hanno mandato non basta. La
nuova squadra di preti che ci è stata mandata ha fatto moltissimo, ma a questo
punto serve un provvedimento dell’autorità episcopale per inaugurare veramente
il nuovo corso, per liberare la Pasqua, per una Pasqua dal volto umano.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
