Prepararsi
a lavorare in società
Il modello di pratica religiosa che a lungo è
prevalso in Italia è stato quello della fede come medicina dell’anima. Ci si metteva
a scuola di spiritualità per sanare ferite invisibili. Questa esigenza ha
conformato le comunità orientandole verso l’interno. Poiché la dottrina era
stata ideata per altri scopi, la si è integrata: analogamente si è fatto con la
liturgia. E’ una tendenza molto diffusa nel mondo e, anzi, la possiamo
considerare al centro della de-secolarizzazione che è in corso a livello
globale. Si riprende ad avere fiducia nelle spiegazioni delle religioni, ma più
che altro nelle questioni più personali e nelle relazioni di prossimità.
In questo quadro irrompe il pensiero di
Bergoglio/Francesco che è situato su un altro livello e chiama alla grande
politica, a livello globale. La gente in Italia è impreparata a questo, ma non
solo in religione, più in generale a livello di cittadinanza. La crisi delle
istituzioni statali è proceduta parallela a quella delle istituzioni religiose.
Lo ha notato, ad esempio, lo storico Paolo Prodi, morto recentemente, in un
articolo dal titolo Senza Stato né Chiesa
- L’Europa a cinquecento anni dalla Riforma, pubblicato sull’ultimo numero
della rivista bolognese Il Mulino. A
questo problema si è cercato di rimediare in Italia con il Progetto culturale della
Conferenza Episcopale Italiana (informazioni su http://www.progettoculturale.it/),
per recuperare una capacità di intervento sulle ideologie-guida della società e
della politica italiane. Si è cercato anche di recuperare una certa unità tra
le visioni di fede correnti nelle nostre collettività, al sevizio dell’universalità
delle proposte, e questo ha depresso il dialogo, per cui è sembrato che si
preferisse far cadere certe idee dall’alto.
Nella
nostra parrocchia, con il nuovo corso, inaugurato nell’ottobre 2015 con l’arrivo di
un nuovo parroco e di una nuova squadra di preti, si è avviato un processo di
formazione all’intervento sociale, inaugurato da un incontro con don Luigi
Ciotti e proseguito sistematicamente con l’approfondimento di temi della
dottrina sociale, innanzi tutto per spiegarne i principi fondamentali. Questa
attività ha però coinvolto in prevalenza coloro che, fin da giovani, erano
stati abituati a cose come queste, vale a dire persone che oggi sono
ultracinquantenni. E, nonostante la vivace animazione degli amici del ciclo Immischiati, quegli incontri sono stati
vissuti prevalentemente come conferenze. Non si è potuto verificare il punto di
partenza culturale degli uditori, né verificare quanto e come avessero recepito
di ciò che era stato loro proposto. Quindi quest’anno si stanno utilizzando tecniche
di laboratorio culturale per stimolare la partecipazione. Ma i più
giovani? Innanzi tutto i genitori dei bambini che ci portano i loro figli al
catechismo per la prima formazione religiosa? Si tratta delle classi di età più
attive, impegnate sul lavoro e in famiglia, quelle che contano di più nell’immagine
della società, quelle che hanno ancora le forze per occuparsi dei più giovani e
la pazienza per relazionarsi positivamente con i più anziani, insomma le
generazioni panino, strette tra i doveri verso i più giovani e
quelli verso i più anziani, i trenta/quarantenni che mandano avanti le cose in
società. Sono molto impegnati. La religione come medicina dell’anima, in
genere, non è loro utile. Quando si corre tutto il giorno, spesso non si ha
tempo per porsi certi problemi. Vivono in una società in cui certi grandi
ideali umanitari e le corrispondenti politiche sono a rischio. C’è un senso
religioso e politico di tutto questo e in un documento come l’enciclica Laudato si’, del 2015, esso viene
sintetizzato. Si tratta di un testo che, in questo, è veramente molto diverso
dalla precedente letteratura pontificia. Ma richiede approfondimenti e
impegni di vita: si tratta di risanare
la società, e a livello mondiale, non le singole persone.
La religione come medicina dell’anima si è
sentita accusare, fondatamente, di essere solo un anestetico locale, una droga
dello spirito, per consolare artificialmente persone in catene sociali, e, in
questo senso, di essere, come gli stupefacenti, una specie di veleno. Ma si
tratta di una evoluzione piuttosto recente, una manifestazione della crisi che ha coinvolto anche altre istituzioni
pubbliche. Storicamente la religione non si è mai concentrata solo sul privato
e sul micro-mondo, tanto è vero che ha cambiato profondamente, non sempre in
bene, le società in cui si è immersa. E’ a questo che, in particolare, ci si
riferisce quando si parla di radici
religiose dell’Europa.
Il nostro problema è quello di riavvicinare
le classi più giovani al lavoro che si fa in parrocchia in vista dell’impegno
in società. Bisogna dire che, per un tempo lunghissimo, non c’è stato più nulla
che potesse veramente interessarle. Si riparte quasi da zero. E, innanzi tutto,
occorrerebbe organizzare spazi accoglienti per accogliere quella gente. Sotto
un certo punto di vista le attrezzature che servono per la pratica religiosa -
medicina dell’anima sono molto più semplici e meno costose. Infatti in questo
settore si lavora molto di fantasia. Se
invece si vuole proporre visioni realistiche della società, per iniziare a
lavorarci sopra, occorre di più. Gli strumenti e i luoghi vanno protetti,
occorre stabilire un’organizzazione, che sarebbe meglio fosse
auto-organizzazione, e delle regole. Sotto questo profilo in parrocchia si è
ancora piuttosto disordinati, e la conformazione delle stanze in cui si
svolgono attività collettive cambia continuamente. Abbiamo vissuto una sorta di
privatizzazione delle attività parrocchiali, che è stata
corrispondente all’impostazione privatistica
della proposta religiosa, tutta
centrata sul micro-personale.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli