mercoledì 15 febbraio 2017

Impegno religioso e impegno politico: la particolarità italiana

Impegno religioso e impegno politico: la particolarità italiana


   Nell’enciclica Laudato si’, del 2015, vi è un forte appello all’impegno politico delle persone di fede. Non è un insegnamento nuovo, ma questa volta è inserito in un’analisi realistica di come va il mondo oggi e delle cause dei principali mali sociali.
  E’ dalla metà dell’Ottocento che il papato romano, principalmente per opporsi al processo di unificazione nazionale italiana e poi per reagire ad esso, ha attivato politicamente le masse, costituendo quello che Guido Formigoni, nel libro Alla prova della democrazia - Chiesa cattolici e  modernità nell’Italia del ‘900, Il Margine, 2008, ha definito movimento guelfo (nel Medioevo erano guelfi  i Comuni che seguivano la politica del papato romano). A lungo quest’ultimo ebbe carattere sovversivo, opponendosi ai partiti di governo dell’epoca, tanto da essere colpito dall’applicazione di leggi sulla sicurezza nazionale.  Quest’azione incise profondamente nell’assimilazione dei principi democratici da parte dei fedeli e favorì la fusione, più o meno tra il 1930 e il 1938, tra ideologia fascista e ideologia del cattolicesimo politico. Il fascismo ebbe in comune con il movimento guelfo  il carattere di opposizione ai principi della politica liberale, l’autoritarismo, il corporativismo anti-socialista, quindi la visione della società come di un corpo vivente in cui le singole parti per il bene comune dovessero accettare una gerarchia naturale di pochi sui molti senza che questi ultimi potessero influire nelle scelte collettive se non eseguendo direttive superiori, una concezione della famiglia di tipo patriarcale maschilista centrata sull’autorità di un padre, modello di tutta l’organizzazione sociale. Entrambi i movimenti erano iniziati come sovversivi, ma entrambi vennero poi accettati dalla classe dominante, che in Italia era costituita da un borghesia imprenditoriale che chiedeva protezione statale  dei propri affari e un trattamento preferenziale nelle commesse pubbliche, in funzione di stabilizzazione dell’ordine sociale. Alla caduta del fascismo, nel 1945, il movimento guelfo rimase come attore politico principale integrandosi con i neo-cattolici democratici di Alcide De Gasperi e Giuseppe Dossetti, e loro epigoni. Tutte le fasi della politica democratica italiana dal Secondo dopoguerra fino all’inizio del regno di papa Francesco furono mediate dal movimento guelfo controllato dal papato romano, anche dopo la varie metamorfosi del cattolicesimo democratico dovute alla fine dei regimi di osservanza sovietica nell’Europa orientale, con la contemporanea metamorfosi del Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente.
 All’importanza del ruolo politico delle masse dei fedeli in Italia non è corrisposta un’adeguata azione di formazione alla democrazia. Ci si aspettava, come all’inizio della dottrina sociale   moderna, a fine Ottocento, che i cittadini che erano anche persone religiose seguissero fedelmente le direttive di azione sociale diffuse dal papato romano attraverso vari tipi di documenti normativi, limitandosi ad applicarle, con poco margine operativo. I principi del cattolicesimo democratico erano diversi e questo comportò la persistente diffidenza verso i suoi esponenti, i quali, definendosi persone di fede adulte, volevano emanciparsi. Quest’orientamento rimase anche dopo che, a seguito delle decisioni del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si cercò di sollecitare i  laici di fede ad un impegno più intenso, creativo e autonomo, definendo un loro specifico campo d’azione nelle cose temporali, intese come ciò che riguardava la scienza e la politica, nelle quali si riconobbe la necessità di ragionamenti  con un certo margine di autonomia in quanto la teologia era insufficiente a capirle e ad orientarle. Sviluppare questa autonomia fu il problema più critico degli anni del dopo-Concilio. Il movimento per il rinnovamento della catechesi doveva servire anche a questo, ma i risultati furono incerti. Con la lunga fase del papato di Karol Wojtyla tutto in sostanza venne sospeso, in attesa di tempi migliori. E questo anche se nel 1991, con l’enciclica Il Centenario, a cento anni dalla prima enciclica della dottrina sociale moderna, Le novità, del papa Gioacchino Pecci, il papato romano propose alla nuova Europa uscita dalla fine del regime comunista sovietico la via dell’organizzazione democratica.  Una neo-democrazia di osservanza papale per l’Italia? Detta così suona male, ma in effetti è proprio a questo che si pensò. D’altra parte c’erano dei risultati: il cattolicesimo italiano sembrava resistere meglio di altri al processo di secolarizzazione  europeo, quello appunto basato sull’autonomia delle cose temporali, per cui per decidere in politica non si fa appello alla religione né la si considera come elemento di discriminazione. In realtà questo può essere visto non tanto come un successo della religione all’italiana, quanto come un portato della particolare integrazione tra politica e religione che si era prodotta in Italia per la sua particolare storia, per cui le masse cattoliche erano  state indotte a coalizzarsi intorno al papato romano in un processo secolare che è partito da metà Ottocento, nell’opposizione al processo di unificazione nazionale, che è poi proseguito con l’integrazione con il fascismo e poi, in epoca democratica, sotto le bandiere del cattolicesimo democratico. Se si scava un po’ a fondo, interrogando le persone, senza distinzione di età, prova che si è realizzata una tradizione  in questo campo, si può facilmente avere la dimostrazione che l’ideologia sottostante ha risentito poco del processo di assimilazione alla democrazia che i cattolici democratici volevano produrre: riemergono idee caratteristiche dell’integrazione con il fascismo storico. Il modello del buon cattolico  in politica è ancora quello là. Ma influenze sensibili si colgono anche nelle questioni relative alla famiglia. Quell’integrazione riguarda il fascismo mussoliniano maturo, appunto quello sviluppatosi tra il 1930 e il 1938, tra l’epoca in cui le ultime resistenze di parte cattolica ai Trattati Lateranensi del 1929 vennero sopite e l’inizio della legislazione razzista anti-ebraica, che segnò il principio di una presa di distanza da parte del papato romano, non il fascismo rivoluzionario delle origini né quello repubblicano della fine. Le principali resistenze ad un formazione politica alla democrazia nel quadro dell’iniziazione religiosa, per preparare i laici di fede al compito che da loro si attende per promuovere nelle società del loro tempo i valori di fede, sono motivate con argomenti che ricalcano quelli di quel tipo di fascismo. Oggi questo tipo di politica sembra addirittura l’unico in grado di salvare l’Italia dal neo-populismo egoistico che minaccia di dissolverla e che è in linea con il trumpismo  statunitense. E’ venuto a mancare, però, l’ingrediente principale di ogni movimento guelfo: un Papa che voglia essere anche un capo politico populista come lo furono i suoi predecessori. Papa Francesco indica un’altra strada, più difficile, più impegnativa, che è poi il linea con quel grande manifesto  del cattolicesimo democratico che è la Costituzione  La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2°.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli