Impegno
religioso e impegno politico: la particolarità italiana
Nell’enciclica Laudato si’, del 2015, vi è un forte appello all’impegno politico
delle persone di fede. Non è un insegnamento nuovo, ma questa volta è inserito in un’analisi realistica di come va il mondo oggi e delle cause dei principali
mali sociali.
E’ dalla metà dell’Ottocento che il papato
romano, principalmente per opporsi al processo di unificazione nazionale
italiana e poi per reagire ad esso, ha attivato politicamente le masse,
costituendo quello che Guido Formigoni, nel libro Alla prova della democrazia - Chiesa cattolici e modernità nell’Italia del ‘900, Il
Margine, 2008, ha definito movimento guelfo (nel
Medioevo erano guelfi i Comuni che seguivano la politica del papato
romano). A lungo quest’ultimo ebbe carattere sovversivo, opponendosi ai partiti
di governo dell’epoca, tanto da essere colpito dall’applicazione di leggi sulla
sicurezza nazionale. Quest’azione incise
profondamente nell’assimilazione dei principi democratici da parte dei fedeli e
favorì la fusione, più o meno tra il 1930 e il 1938, tra ideologia fascista e
ideologia del cattolicesimo politico. Il fascismo ebbe in comune con il
movimento guelfo il carattere di opposizione ai principi della
politica liberale, l’autoritarismo, il corporativismo anti-socialista, quindi
la visione della società come di un corpo vivente in cui le singole parti per
il bene comune dovessero accettare una gerarchia naturale di pochi sui molti senza che questi ultimi potessero
influire nelle scelte collettive se non eseguendo direttive superiori, una
concezione della famiglia di tipo patriarcale maschilista centrata sull’autorità
di un padre, modello di tutta l’organizzazione
sociale. Entrambi i movimenti erano iniziati come sovversivi, ma entrambi
vennero poi accettati dalla classe dominante, che in Italia era costituita da
un borghesia imprenditoriale che chiedeva protezione
statale dei propri affari e un
trattamento preferenziale nelle commesse pubbliche, in funzione di stabilizzazione
dell’ordine sociale. Alla caduta del fascismo, nel 1945, il movimento guelfo
rimase come attore politico principale integrandosi con i neo-cattolici
democratici di Alcide De Gasperi e Giuseppe Dossetti, e loro epigoni. Tutte le
fasi della politica democratica italiana dal Secondo dopoguerra fino all’inizio del regno di papa Francesco furono mediate dal movimento guelfo controllato dal papato
romano, anche dopo la varie metamorfosi del cattolicesimo democratico dovute
alla fine dei regimi di osservanza sovietica nell’Europa orientale, con la
contemporanea metamorfosi del Partito Comunista Italiano, il più grande partito
comunista dell’Occidente.
All’importanza del ruolo politico delle masse
dei fedeli in Italia non è corrisposta un’adeguata azione di formazione alla
democrazia. Ci si aspettava, come all’inizio della dottrina sociale moderna, a
fine Ottocento, che i cittadini che erano anche persone religiose seguissero fedelmente le
direttive di azione sociale diffuse dal papato romano attraverso vari tipi di
documenti normativi, limitandosi ad applicarle,
con poco margine operativo. I principi del cattolicesimo democratico erano
diversi e questo comportò la persistente diffidenza verso i suoi esponenti, i
quali, definendosi persone di fede adulte,
volevano emanciparsi. Quest’orientamento rimase anche dopo che, a seguito delle
decisioni del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si cercò di sollecitare i laici di fede ad un impegno più intenso,
creativo e autonomo, definendo un loro specifico campo d’azione nelle cose temporali, intese come ciò che
riguardava la scienza e la politica, nelle quali si riconobbe la necessità di
ragionamenti con un certo margine di
autonomia in quanto la teologia era insufficiente a capirle e ad orientarle.
Sviluppare questa autonomia fu il problema più critico degli anni del
dopo-Concilio. Il movimento per il rinnovamento della catechesi doveva servire
anche a questo, ma i risultati furono incerti. Con la lunga fase del papato di
Karol Wojtyla tutto in sostanza venne sospeso, in attesa di tempi migliori. E
questo anche se nel 1991, con l’enciclica Il
Centenario, a cento anni dalla prima enciclica della dottrina sociale
moderna, Le novità, del papa
Gioacchino Pecci, il papato romano propose alla nuova Europa uscita dalla fine
del regime comunista sovietico la via dell’organizzazione democratica. Una neo-democrazia di osservanza papale per l’Italia?
Detta così suona male, ma in effetti è proprio a questo che si pensò. D’altra
parte c’erano dei risultati: il cattolicesimo italiano sembrava resistere
meglio di altri al processo di secolarizzazione
europeo, quello appunto basato sull’autonomia delle cose temporali, per cui
per decidere in politica non si fa appello alla religione né la si considera come
elemento di discriminazione. In realtà questo può essere visto non tanto come
un successo della religione all’italiana,
quanto come un portato della particolare integrazione tra politica e religione
che si era prodotta in Italia per la sua particolare storia, per cui le masse
cattoliche erano state indotte a coalizzarsi intorno al papato romano in un
processo secolare che è partito da metà Ottocento, nell’opposizione al processo
di unificazione nazionale, che è poi proseguito con l’integrazione con il
fascismo e poi, in epoca democratica, sotto le bandiere del cattolicesimo
democratico. Se si scava un po’ a fondo, interrogando le persone, senza
distinzione di età, prova che si è realizzata una tradizione in questo campo, si
può facilmente avere la dimostrazione che l’ideologia sottostante ha risentito
poco del processo di assimilazione alla democrazia che i cattolici democratici
volevano produrre: riemergono idee caratteristiche dell’integrazione con il
fascismo storico. Il modello del buon
cattolico in politica è ancora
quello là. Ma influenze sensibili si colgono anche nelle questioni relative
alla famiglia. Quell’integrazione riguarda il fascismo mussoliniano maturo,
appunto quello sviluppatosi tra il 1930 e il 1938, tra l’epoca in cui le ultime
resistenze di parte cattolica ai Trattati Lateranensi del 1929 vennero sopite e
l’inizio della legislazione razzista anti-ebraica, che segnò il principio di
una presa di distanza da parte del papato romano, non il fascismo rivoluzionario
delle origini né quello repubblicano della fine. Le principali resistenze ad un
formazione politica alla democrazia nel quadro dell’iniziazione religiosa, per
preparare i laici di fede al compito che da loro si attende per promuovere
nelle società del loro tempo i valori di fede, sono motivate con argomenti che
ricalcano quelli di quel tipo di fascismo. Oggi questo tipo di politica sembra addirittura
l’unico in grado di salvare l’Italia dal neo-populismo
egoistico che minaccia di dissolverla e che è in linea con il trumpismo statunitense. E’ venuto a mancare, però, l’ingrediente
principale di ogni movimento guelfo:
un Papa che voglia essere anche un capo politico populista come lo furono i suoi
predecessori. Papa Francesco indica un’altra strada, più difficile, più
impegnativa, che è poi il linea con quel grande manifesto del cattolicesimo
democratico che è la Costituzione La gioia e la speranza, del Concilio
Vaticano 2°.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli