Congregazione
o istituzione
Sto leggendo un libro sulla diversità tra le
espressioni della religione negli Stati Uniti d’America e in Europa, Berger-Davie-Fokas, America religiosa, Europa laica? Perché il
secolarismo europeo è un’eccezione, Il Mulino, 2010, e rileggendo un vecchio libro
sulla dinamica di gruppo, che trovai tra i libri di mia madre quando
frequentava la vicina università salesiana, Luce, Dinamica di gruppo, LMS, 1977, che spiega come suscitare gruppi
giovanili. In entrambi i testi ho trovato idee per spiegare i problemi che
abbiamo per suscitare un movimento partecipativo in parrocchia. Si tratta di
difficoltà che si incontrano anche in altre esperienze associative, in
particolare in politica. L’unico settore di impegno sociale che non conosce
crisi è, in Italia, quello del volontariato. Bisognerebbe tenerne conto. Non si
riesce a coinvolgere la gente se non costruendo un impegno che abbia anche le
caratteristiche di un volontariato.
Negli Stati Uniti d’America prevale il
modello religioso della congregazione: la gente decide di associarsi o di
aderire ad associazioni già esistenti. In Europa prevale invece quello
istituzionale: si nasce all’interno di un’organizzazione religiosa. In
sociologia si distingue tra chiesa, setta e denominazione. La chiesa è una organizzazione religiosa in cui si nasce
e in cui conta poco l’adesione personale, la setta è un’organizzazione
religiosa che si basa sull’adesione personale, la denominazione è una chiesa
in cui si nasce ma che richiede ad un certo punto della vita un’adesione
personale. In Italia prevale largamente il modello della denominazione. All’interno delle denominazione
nascono poi varie sette. Evidenzio che in quest’ordine di
idee il termine setta non ha connotazione negativa.
La prevalenza, in Italia come in Europa, di denominazioni con carattere di istituzioni dipende dalla
storia europea e, in particolare, dall’intenso intreccio tra potere religioso e
potere politico e tra potere politico-religioso e poteri civili. Questo è
particolarmente evidente in Italia, in cui la Chiesa cattolica, e in
particolare il papato romano, è stata da millenni uno dei principali attori
politici. Dal secondo millennio della nostra era essa si è data un’organizzazione
simile a quella di uno stato feudale. Nell’evoluzione democratica dello stato
italiano, dopo la caduta del fascismo, con il quale la Chiesa cattolica si era
profondamente integrata negli anni ’30 del
secolo scorso, il servizio religioso è divenuto parte dei servizi sociali alla
popolazione, la quale lo pretende e si aspetta che esso venga finanziato con
risorse pubbliche. E’ quello che nel libro di Berger-Davie-Fokas viene indicato
come religione vicaria, che è quella
che ci si aspetta venga erogata in società, appunto come un servizio pubblico,
anche se personalmente non se ne intende fruire per il momento, un po’ come gli
ospedali o i commissariati di polizia. Il servizio religioso è inteso dagli
italiani, ma anche più in generale, dagli europei, come parte del welfare, vale a dire di quei servizi sociali gratuiti o
quasi che lo stato e gli altri enti pubblici forniscono alla popolazione per
dare benessere alla gente, come la previdenza sociale, la
sanità, la costruzione e manutenzione delle strade, l’illuminazione pubblica.
Per questo non hanno obiezioni a che sia finanziato quasi integralmente con
risorse tributarie, dallo stato, come avviene in Italia. Le risorse della
Chiesa cattolica solo in minima parte provengono dalle offerte dei fedeli, in
particolare attraverso il sistema delle offerte
deducibili, che è quando si fa un versamento all’Istituto centrale per il
sostentamento del clero, che è l’organizzazione che provvede agli stipendi dei
preti, e poi se ne può detrarre una parte dalla dichiarazione dei redditi.
Questa situazione ha comportato che l’organizzazione religiosa si è mantenuta
indipendente dai fedeli, in particolare dalla loro volontaria adesione, e in
genere non li coinvolge nella sua amministrazione, neanche a titolo
informativo. E’ questa la situazione delle parrocchie, in cui in genere non
vengono esposti i conti delle entrate e delle uscite, la situazione del debito,
l’inventario dei beni di proprietà o posseduti, e nemmeno si coinvolgono i
fedeli nei progetti futuri attraverso forme assembleari di partecipazione
democratica. Il territorio è diviso in parrocchie, in cui sono compresi gli
abitanti a seconda di dove vivono, e i progetti che si fanno non differiscono
in fondo da quelli di una ASL. I servizi offerti alla popolazione riguardano
la formazione etica di primo livello a sfondo religioso e le grandi cerimonie
della vita, in occasione di nascite, prima iniziazione sociale, matrimoni,
funerali. In passato vi era anche quello di una specie di attestazione di buona
condotta e di rispettabilità sociale. Questo avveniva quando la Chiesa aveva
maggiormente il carattere di un potere civile. Quel carattere di servizio di welfare della religione in Italia, e la connotazione
di religione vicaria, è dimostrato quando, per qualche motivo, il servizio viene rifiutato a qualcuno, che ad esempio
non è ammesso al matrimonio religioso o
all’ufficio di padrino per insufficiente formazione, e allora insorgono anche
quelli che si definiscono atei o completamente indifferenti.
Quello che ho osservato spiega il perché si
abbiano tante difficoltà a suscitare in parrocchia un movimento comunitario,
secondo gli auspici dei saggi dell’ultimo Concilio. Mancano le basi per un’esperienza
sociale di quel genere. Occorrerebbe una riforma molto profonda, che potrebbe
cominciare dal rendere effettive le poche forme di partecipazione che sono già
previste. Appena ci si pensa, però, si desiste, perché si teme di perdere il
controllo degli eventi. Bisogna dire che la formazione dei fedeli non comprende
cose del genere.
Leggendo il vecchio libro sulla dinamica di
gruppo con il senno del poi, avendo chiara memoria di come fummo noi giovani
degli anni ’70, l’epoca della mia adolescenza, mi rendo conto di quante idee
sbagliate si avevano su di noi all’epoca. Non eravamo come venivamo descritti
in quel libro, che tuttavia proveniva da una delle esperienze religiose più
attente e informate sui giovani, quella salesiana. Le idee di uguaglianza,
libertà e pace che erano diffuse tra i giovani di allora erano molto
superficiali. Al fondo c’era un atteggiamento consumistico, che poi è quello
che, secondo un saggio come Zygmunt Bauman, determinò la dissoluzione di un
sistema politico all’apparenza molto solido come quello sovietico, ma anche
alla rapida metamorfosi di uno religioso anch’esso apparentemente molto solido
come quello polacco. Il portato più significativo di quegli anni fu in fondo la
rivoluzione femminista, che ha prodotto veramente cambiamenti epocali. Questo è
dipeso dal profondo coinvolgimento della classe femminile che ha creato una
base sociale condivisa per la liberazione da modelli maschilisti oppressivi.
Oggi in religione vi sono le premesse
culturali per un impegno molto meno superficiale, e soprattutto molto più
informato, su quei temi. Vi è inoltre uno specifico interesse di classe, tra i
giovani, ad un movimento in quel senso: non si tratta solo, come negli anni ’70,
di un fatto di costume, di atteggiamenti, di un fatto consumistico, di portare
i capelli più lunghi, un certo tipo di gonna o di pantaloni, di fare l’amore
più liberamente e via dicendo. Il futuro dei più giovani dipende realmente dalla
capacità della società di riformarsi, e in certi aspetti di rivoluzionarsi, ed
è cosa che difficilmente verrà dai più anziani. Si tratta di un impegno di tipo
politico per il quale tuttavia non ci sono abbastanza occasioni di formazioni e
ci sono pochissime occasioni di tirocinio. E’ un impegno che ha un valore
religioso, come viene spiegato nell’enciclica Laudato si’ del 2015, e che dunque dovrebbe avere posto nella
formazione religiosa, in particolare in quella che riguarda i giovani nel
momento della loro socializzazione alle soglie dell’età adulta, diciamo nel post-Cresima. Questo è il settore che mi
è sempre parso particolarmente carente in parrocchia. Qui non mi pare che sia
cambiato nulla. Al tempo del post-Cresima delle mie figlie era tutto centrato
sulla famiglia e sull’etica sessuale. E veniva proposto un modello maschilista
e patriarcale che io ho precocemente ripudiato. Non mi sorprendeva che tanti
giovani fuggissero. Il lavoro che andrebbe fatto va molto oltre la spiegazione
di quell’enciclica che ho citato, come in genere viene fatto con quel tipo di
letteratura. Si tratta di produrre una conquista culturale e di inaugurare un
tirocinio democratico, di creare strutture dedicate e un’organizzazione, perché
la parrocchia, in questo lavoro, non venga più abitata solo saltuariamente,
come una specie di ambulatorio religioso o al modo di un teatro, per sacre rappresentazioni. Di fatto la parrocchia, negli
anni passati, è scolorita, si è ridotta ad un contenitore di sette (nel senso sociologico che ho sopra
specificato), di modo che chi arriva da fuori ci si trova spaesato,
specialmente se ha perso consuetudine con le cose della religione. Ha in sé una
grande ricchezza, ma in genere non è più evidente. D’altra parte il cambiamento
potrebbe venire solo da un movimento di popolo che se ne riappropriasse per
farne fattore di cambiamento, a partire dal nostro quartiere.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli