Il neo-nazionalismo: un problema di corruzione spirituale della società
[Dal Manifesto
di Ventotene, ideato nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio
Colorni]
Immense masse di uomini e di ricchezze sono
già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze
hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi
progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della
massima depressione e sono in ascesa. La guerra degli alleati risveglia ogni
giorno di più la volontà di liberazione
anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti
per il colpo ricevuto. E persino
risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell'Asse, i quali si accorgono
di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama
di dominio dei loro padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi
masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si
adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece
iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si
solleva, si ritrovano tutte le forze
progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano
lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad
una superiore forma di vita; gli elementi
più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è
sottoposta l'intelligenza; imprenditori,
che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature
burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro
movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste
forze è oggi affidata la salvezza della
nostra civiltà.
[…]
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali
degli stati nazionali […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al
comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel
grave momento sapranno presentarsi ben
camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere
generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano
insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati
convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa
con cui si dovrà fare i conti.
Il
punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato
nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più
offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il
sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente
confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l'unica
esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito
nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi
più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero
vinto. Fossero pure questi stati in
apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani
dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie
nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie
esigenze solo nella forza delle armi.
[…]
Il problema che in primo luogo va risolto, e
fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione
dell'Europa in stati nazionali sovrani.
[…]
Gli spiriti sono giù ora molto meglio
disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell'Europa. La
dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto
maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
[…]
E' ormai
dimostrata la inutilità, anzi la
dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di
garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre
le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti.
Assurdo è risultato il principio del non
intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di
darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna
di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri
paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita
internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze
allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica,
questione irlandese, ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più
semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi
degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando
hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le
diverse provincie.
D'altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna,
che consigliava agli inglesi la "splendid
isolation", la dissoluzione dell'esercito e della stessa
repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche - risultato che è
da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità
gallica - e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di
generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione
di un regime federale che ponga fine all'attuale anarchia. Ed il fatto che
l'Inghilterra abbia accettato il principio dell'indipendenza indiana, e la
Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta, tutto
il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi
coloniali.
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Gli autori del Manifesto di Ventotene pensavano di costruire la pace europea
istituendo in Europa uno stato federale simile agli Stati Uniti d’America, con
una propria organizzazione armata in grado di imporre le sue decisioni anche con la
forza e che superasse gli stati nazionali,
vale a dire quelli fortemente caratterizzati sul piano delle culture sociali,
quindi con riguardo a determinati connotati etnici, linguistici, religiosi,
economici, militari, derivanti dalla loro storia. Questo perché la lunga fase
di conflitto bellico sviluppatasi tra il 1914 e il loro tempo (scrivevano ne
mezzo dell’ultima epoca di guerra) appariva originata da conflitti tra stati nazionali, benché nella Seconda
Guerra Mondiale (1939-1945) avessero preso sempre più importanza i motivi di
divisione ideologica, in particolare tra le società democratico-liberali con
economia capitalista, quelle riorganizzate dai fascismi europei, il più potente
dei quali si era manifestato il nazismo tedesco, e le società cadute sotto il
dominio sovietico, nell’immenso territorio un tempo dominato dal regime della
Russia zarista. Pensavano quindi di ripetere sul continente il processo
politico che aveva portato alla faticosa costruzione dell’unità nazionale
italiana. Il processo di unificazione europea ha poi presso un’altra via, in
particolare seguendo il pensiero del politico francese Jean Monnet (1988-1979).
Chi desidera approfondire può farlo sul portale WEB della Treccani a questo
indirizzo
<http://www.treccani.it/enciclopedia/europeismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/>.
I nazionalisti italiani dell’Ottocento
scoprirono che “fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”,
vale a dire che gli elementi culturali unificanti che avevano sorretto il movimento
politico per l’unità nazionale erano propri di classi piuttosto ristrette, in
particolare di ceti colti, con scarsa rappresentanza delle masse popolari.
Bisognava creare nei popoli italiani i presupposti per il consolidamento dell’unità
nazionale, innanzi tutto elevando il livello di istruzione popolare, che era
molto basso, istituendo un servizio nazionale di stato per l’istruzione di base, quella elementare. Anche la leva
militare fu utilizzata a questo scopo, anche se coinvolgeva solo i maschi. Il
più potente fattore di coesione culturale delle genti italiane era costituito,
all’epoca, dalla fede religiosa, ma esso poté essere utilizzato politicamente solo molto più
tardi, nel secondo decennio del Novecento, perché l’unità nazionale si era
fatta anche contro il papato, che dominava uno dei piccoli regni in cui l’Italia
era suddivisa e che vennero soppressi nel processo politico di unificazione. I Papi, quindi, vietarono a lungo ai fedeli cattolici la politica
nazionale e ciò fino al 1913.
Nel processo di unificazione europea iniziato
negli anni ’50 del secolo scorso, si cominciò dal tentativo di indurre un
avvicinamento delle economie e delle società europee, come premessa per una progressiva cessione di sovranità degli stati nazionali alle istituzioni europee. Negli ultimi trent’anni
questo processo ha coinvolto masse di giovani in programmi di integrazione
scolastica che prevedono che liceali e universitari possano svolgere parte dei
loro studi in altri stati europei. Questo ha portato i giovani ad essere molto
più europeisti dei loro genitori, formatisi nella cultura dello stato
nazionale. Nelle difficoltà attuali dell’Europa, però, molta gente non pensa alle istituzioni europee come
una risorsa per resistere e superarle, ma come a un impedimento e addirittura come una loro causa. Nel voto al
referendum in Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione Europea è risultato che i
più anziani, quelli meno acculturati all'europeismo, sono stati determinanti. Il processo culturale per l’unificazione
europea non ha quindi ancora raggiunto quel grado che consenta di proteggere le
nuove istituzioni dalla minaccia di dissoluzione. Ai tempi in cui fu scritto il Manifesto di Ventotene, e ancor più alla
caduta dei fascismi europei, nel 1945, fu chiaro invece che i popoli europei
potevano risollevarsi solo tutti insieme, superando gli egoismi nazionali che
li avevano divisi e condotti a combattersi.
I nazionalismi in cui sta ricadendo l’Europa
sono molto diversi da quelli del passato, che facevano leva, in
particolare in Italia, sulla scarsa istruzione popolare, che rendeva la gente
più facilmente manovrabile. Piuttosto essi appaiono come un’estensione su
grande scala, dalla realtà domestica a quella degli stati e dell’organizzazione
del continente, di egoismi consumistici individuali, per cui si pensa che, possedendo ciò che bisogna possedere,
tutto il resto conti poco e, in particolare il grado di ingiustizia sociale
che c’è in ciò che si è comprato e si possiede. I vecchi nazionalismi facevano
leva sullo spirito di sacrificio della gente, spingendola anche a dare la vita per il bene della nazione, intesa in definitiva come la casa dei padri, la patria. Tutta l’epica nazionalista Ottocentesca è piena di figure
esemplari così. Il nazionalismo di oggi si basa invece sull’idea che non valga
assolutamente la pena di sacrificarsi
per nulla al mondo e quindi sulla volontà di tutelare, non tanto la propria roba, ma la possibilità di comprare tutto ciò che si desidera, buttando ciò che
non è più di moda possedere. L’idea di limitarsi in questo per ragioni
umanitarie spaventa, perché da cittadini siamo diventati consumatori, come ha spiegato bene Zygmunt Bauman, e in questo
continuo consumare troviamo il senso della vita, il nostro benessere sociale, la nostra fonte di
integrazione con gli altri. Ecco perché il neo-nazionalismo non ha più bisogno
dei miti che riempivano ad esempio l’ideologia popolare del
fascismo mussoliniano, basata su una reinterpretazione della storia imperiale
romana. Il vecchio nazionalismo era altruistico,
benché solo su scala nazionale: per la patria
si era spinti a dare anche la vita, a perdere
tutto, come si cantava nella lirica di Paolo Pola: Chi per la patria muor / vissuto
è assai / la fronda dell’allor/ non langue mai [dal melodramma di Saverio Mercadante, Caritea,
regina di Spagna, ossia La morte di Don Alfonso re di Portogallo, messo in scena nel 1826; due atti con libretto curato da Paolo Pola]. Nel neo-nazionalismo contemporaneo tutti vogliono
salvarsi anche a costo di abbandonare gli altri, in particolare ributtando a mare le genti che arrivano da altri
continenti. Questo mette in questione la
fede religiosa? Come si raggiunge l’integrazione tra fede e vita, ragionando così? E se si vuole innanzi tutto salvarsi come individui, come ci si salverà come
nazione? E come ci si salverà come individui, se il salvarsi richiede di agire
come nazione e anche in un ambito più vasto? C’è in questione anche una spiritualità, come è spiegato nell’ultimo
capitolo dell’enciclica Laudato si’.
Occorre una specifica formazione alla
cittadinanza europea, che, proprio per gli elementi di spiritualità che connotano
i problemi di oggi, dovrebbe farsi anche in religione, ma in genere non si fa.
Bauman
ha spiegato che quello che i vecchi nazionalismi ottenevano con la mitologia e
la forza, quelli attuali riescono ad ottenere spontaneamente dalla gente: quest’ultima
si accomoda disciplinatamente alla cassa,
senza più necessità di polizia per tenerla a freno. E lì pensa solo a sé stessa
e a ciò che sta acquistando, al proprio giocattolo nuovo, che presto
abbandonerà. Come è scritto nell’enciclica la nostra società produce molti
rifiuti, e anche di tipo umano, vite abbandonate.
Spinelli
e i suoi amici avevano una certa idea delle classi
conservatrici, che avrebbero
tentato di mantenere il dominio anche dopo la caduta dei fascismi europei.
Bisogna dire che esse sono molto mutate, si sono fatte meno visibili, nascoste
dietro uno dei miti di oggi, quello del mercato.
Quest’ultimo, per la sua dimensione anche spirituale e la sua personificazione
al modo delle antiche divinità, è divenuto, nella considerazione di molta
gente, un nuovo dio. Anche di questo
si parla nell’enciclica Laudato si’.
Esso ci domina e, spingendoci gli uni contro
gli altri, dividendoci, mantiene il controllo su di noi. E noi, pensando di
fare solo il nostro interesse, lasciandoci dividere dagli altri, facciamo il
suo gioco. Il suo, però, è un vero giogo, e non è dolce come quello del Maestro. Infatti ci rende schiavi. "Schiavi di un dio minore", secondo il titolo del bel libro di Arduino e Lipperini sulle nuove schiavitù che ho citato qualche giorno fa (disponibile anche in e-book).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli