Antipapa
"Nella mia precedente carriera diplomatica
ho aiutato ad abbattere l'Unione sovietica, ora sembra che ci sia un'altra
Unione che ha bisogno di una scossa”. Ted Malloch, proposto dal nuovo presidente statunitense come
ambasciatore U.S.A. presso l’Unione Europea
Se consideriamo il
pensiero politico diffuso dal nuovo presidente statunitense Donald Trump e gli
insegnamenti sulla dottrina sociale contenuti nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco ci
convinciamo a prima vista che sono agli opposti. Il messaggio di Trump al mondo
è più che politico e quello del Papa è più che spirituale. Entrambi sostengono
che il mondo va male e che bisogna fare dei cambiamenti, ma le soluzioni
divergono radicalmente. Per Trump gli Stati Uniti d’America possono salvarsi
anche senza il resto del mondo, per il Papa nessuno stato, anche molto potente,
può salvarsi da solo. Per Trump gli Stati Uniti d’America, lo stato per ora più
potente del mondo, sia dal punto di vista economico sia da punto di vista
militare, ci stanno rimettendo per salvare il mondo e quindi per salvarsi
devono cominciare a pensare di più a loro stessi, al loro interesse nazionale, per il Papa questo è ciò che gli stati più
potenti del mondo hanno sempre fatto, a discapito di quelli meno potenti e ricchi,
generando sofferenza sociale a livello globale. Per Trump occorre una
rivoluzione culturale, ed è in questo che il suo pensiero è più che politico, e
può dirsi lo stesso per il Papa, ed è in questo che il suo insegnamento è più
che spirituale. Trump dichiara che gli Stati Uniti d’America sono disposti a
tutto per salvarsi, il Papa indica il metodo della nonviolenza. La dottrina sociale indica la strada della grandi
istituzioni sovranazionali per promuovere la pace, Trump vuole scioglierle
perché ritiene che ingabbino la potenza statunitense a discapito dei cittadini americani, che nella sua visione sono
solo quelli del suo stato. E il resto di quelli che vivono nel continente
Americano, compreso Bergoglio, che è nato americano?
Trump non ci dice che ne pensa, salvo che ritiene siano persone che in fin dei conti vogliono più che altro oltrepassare abusivamente le barriere che già ci sono tra Messico e Stati Uniti
d’America, per sottrarre qualcosa ai cittadini degli Stati Uniti d'America, gli americani "americani". In sostanza tra loro ci sarebbero molti “bad hombres”,
gente cattiva, come sembra abbia detto l’altro ieri parlando con il presidente
messicano. Trump vuole costruire un mondo di accordi bilaterali, tra gli Stati
Uniti e, di volta in volta, un altro stato: pensa così di avere sempre la
meglio, per ora, perché gli Stati Uniti d’America sarebbero il pesce grosso che
mangia il pesce piccolo. Ma fino a quando? Ci sono altri pesci che si stanno
ingrossando molto. Quando se la sentiranno di ragionare allo stesso modo di Trump, sarà la
guerra mondiale.
Il
pensiero di Trump ha e avrà ancor più seguaci in Occidente, anche tra chi non è
americano. Anche in Italia, benché
essa sia una nazione piccola e poco influente sullo scenario mondiale: nei
futuri accordi bilaterali, come pesce piccolo, è destinata ad avere la peggio. Questo perché
non si è ancora raggiunta veramente, tra gli europei e in particolare in Italia, la capacità di pensare
europeo, quindi su scala continentale. In Italia parliamo dell’Europa come nell’Ottocento
da noi si parlava dell’Impero d’Austria, come di una potenza che ci ha invaso,
e invece noi siamo Europa. Sono
italiani il presidente del Parlamento europeo, il ministro degli esteri dell’Unione,
il presidente della Banca Centrale Europea e un gran numero di alti funzionari
dell’Unione Europea. Nel Consiglio Europeo, il nostro governo condivide tutte
le decisioni più importanti. In un rapporto bilaterale con gli Stati Uniti d’America
l’Unione Europea tratterebbe da pari, perché, nell’insieme, è una grande
potenza economica e un grande mercato: è uno dei pesci grossi del mondo e non
si lascerebbe tiranneggiare da altri. E’ in fondo per questo che Trump, nelle sue
dichiarazioni pubbliche di questi giorni, l’ha aggredita violentemente, per ora
verbalmente (ma egli si è dimostrato uomo capace di passare rapidamente dalle
parole ai fatti, cambiando con pochi tratti di penna la vita di moltitudini di
persone, per ora tra quelle che nelle società stanno peggio). Vuole mandare da
noi come ambasciatore presso l’Unione Europea uno come Ted Malloch che la
paragona all’Unione Sovietica e si propone di dare una mano a scuoterla (per abbatterla, come sostiene di essersi adoperato a fare nell'altro caso?). In realtà gli Stati Uniti d’America
e l’Unione Europea condividono ancora una medesima ideologia culturale, sociale e politica democratica, anche
se Trump se ne sta sbrigativamente discostando. Egli sembra apprezzare l’attuale
capo egemone della Russia, il quale si è formato in tutti i sensi, come uomo,
come soldato, ma anche nell’azione politica, in particolare come ufficiale della polizia politica segreta, in Unione Sovietica, e che dell’Unione
Sovietica vuole riaffermare certi fasti, mischiandovi disinvoltamente anche quelli della Russia
zarista, come se il regime sovietico fosse stato la prosecuzione di quello zarista non il suo demolitore. Negli anni ’70 l’Unione Sovietica stava vincendo la sua battaglia globale
con gli Stati Uniti d’America: a quell’epoca
raggiunse il picco della sua fase espansiva, della sua potenza economica e
della sua capacità d’influenza ideologica. Stava diventando il pesce più
grosso. Tutto poi cambiò velocemente, in processi che ancora oggi non sono chiari, ma che fondamentalmente
sono collegati all’azione politica del leader sovietico Michail Gorbaciov e
alle sue intese negli anni '80 con il presidente statunitense Ronald Reagan (1911-2004,
presidente statunitense dal 1981 al 1989). Qualcosa che oggi si ripropone nel
caso di Trump e del presidente russo Vladimir Putin (n.1952), ma con un senso
molto diverso. Qui si tratta di
confronto bilaterale tra pesci grossi in fase espansiva: cose così vanno sempre a
finire male. Al fondo dell’azione politica di Gorbaciov c’era invece l’idea di
umanizzare la politica sovietica, risultato che, in definitiva, egli non riuscì
ad ottenere. Negli anni successivi alla sua caduta, nel 1991, gli Stati Uniti d’America
acquisirono sempre più potere nelle cose russe, in particolare sotto la
presidenza di Boris Eltsin (1931-2007, presidente della Russia dal 1992 al
1999). E’ appunto sotto la presidenza Eltsin che Putin cominciò ad ottenere
incarichi politici sempre più importanti e da Eltsin fu nominato per la prima
volta capo del governo. Egli però si è manifestato molto diverso da Eltsin, in
particolare molto meno arrendevole e conciliante nella politica verso gli Stati Uniti d’America, che di recente ha sempre più duramente contrastato. Solo apparentemente
nel rapporto Trump-Putin sembra riproporsi quello Reagan-Gorbaciov: la Russia
di Putin e gli Stati Uniti d’America di Trump sono infatti in rotta di
collisione. Il terreno di battaglia più probabile tra le due grandi potenze, i
due pesci grossi, è l’Europa. Ed è per evitarlo che l’Europa
dovrebbe rimanere molto forte e coesa. Ma di questo non c’è sufficiente
consapevolezza tra le forze politiche italiane e, soprattutto, tra i cittadini,
disabituati a pensare in grande e invece abituati fare i conti solo nelle proprie tasche e in
base a ciò che vedono in un raggio più o meno di cento metri da dove abitano e lavorano di solito. Gli
africani, gli europei orientali e i rom che vivono tra noi, e che sembrano tanto molesti agli italiani, saranno l’ultimo dei
nostri problemi se Russia e Stati Uniti d’America si faranno la guerra in
Europa, e invece i populisti delle nostre parti è proprio su quelli che
attirano l’attenzione degli elettori, sollecitando le loro paure verso il
diverso, mentre per il mondo ricominciano a soffiare venti di un conflitto
globale. In questo quadro il Papa fa la figura del grillo parlante della storia
di Pinocchio, e rischia, come quello, di finire
acciaccato contro una parete da gente, noi!,
talvolta ridotta un po’, ormai, sul
piano della capacità di pensiero politico, alla condizione di bambini discoli.
Si legge nell’enciclica Laudato si:
5°. AMORE CIVILE E POLITICO
228. La cura per
la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e
di comunione. Gesù ci ha
ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende
fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un
compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che
faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta
ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al
nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità
universale.
229. Occorre
sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una
responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere
buoni e onesti. Già troppo
a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della
bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che
questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col
metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il
sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una
vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita
alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una
parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e
amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei
quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo.
Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del
maltrattamento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura
reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che
cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per
il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le
relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali,
economici, politici». Per questo
la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «civiltà dell’amore». L’amore sociale è la chiave di un autentico
sviluppo: «Per rendere la società più umana, più degna della persona,
occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico,
culturale - facendone la norma costante e suprema dell’agire»[dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 582].In
questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a
grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e
incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società.
Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli
altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua
spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si
santifica.
232. Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera
diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole
varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo
l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico
(un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza),
per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti.
Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto
sociale locale. Così una comunità si
libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare
un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo
ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un
senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa
comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un
amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali.
A chi vogliamo dare retta, noi adulti di fede
italiani? A Trump o al Papa? I due, come ho osservato, sono agli opposti: uno è
l’ “anti-“, l'opposto, dell’altro. Non si può
essere trumpisti in politica e papisti in religione,
perché il messaggio di Trump è più che politico e quello del Papa è più che
spirituale, ed essi sono in rotta di collisione. Entrambi infatti sollecitano ad un
impegno sociale, ma seguendo una spiritualità dell’egoismo nazionale il primo, mentre il secondo invitando a quella
dell’umanesimo e della fraternità globali. La prima via conduce alla guerra tra
pesci grossi, la seconda ha di mira la pace come bene essenziale dell’umanità, con significato profondamente religioso radicato nella nostra fede.
La prima vuole mantenere, anche a
scapito di tutto il resto del mondo, la ricchezza nella nazione che per ora è ancora la più ricca del mondo, la seconda vuole la giustizia tra le nazioni come
strategia di pace. Mentre Trump urla “Solo
noi!”, il Papa dice “Tutti noi”. Il primo separa, americani "americani" e non-americani (il resto del mondo, compresi la maggioranza di quelli che vivono nelle Americhe), il secondo include e abbraccia fraternamente tutti i popoli della terra. Dal punto di vista religioso dobbiamo chiederci chi sia l'autentico seguace del Maestro e chi, invece, uno di quei cattivi maestri, falsi Messia, dei quali egli ci predisse l'avvento.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli.