Economia e comunione
Di solito sono piuttosto
parco nel citare e riportare documenti dei Papi, perché è stata letteratura
sovrabbondante che ha un po’ compresso tutto il resto limitando il dialogo, ma questo breve pezzo che segue lo devo proprio trascrivere
integralmente per la grande emozione che mi ha procurato e il sentimento di
totale condivisione.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
dal sito WEB
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/february/documents/papa-francesco_20170204_focolari.html
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO "ECONOMIA DI COMUNIONE",
PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO "ECONOMIA DI COMUNIONE",
PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI
Aula Paolo VI
Sabato, 4 febbraio 2017
Sabato, 4 febbraio 2017
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliervi come rappresentanti
di un progetto al quale sono da tempo sinceramente interessato. A ciascuno di
voi rivolgo il mio saluto cordiale, e ringrazio in particolare il coordinatore,
Prof. Luigino Bruni, per le sue cortesi parole. E ringrazio anche per le
testimonianze.
Economia e comunione. Due parole
che la cultura attuale tiene ben separate e spesso considera opposte. Due
parole che voi invece avete unito, raccogliendo l’invito che venticinque anni
fa vi rivolse Chiara Lubich, in Brasile, quando, di fronte allo scandalo della
diseguaglianza nella città di San Paolo, chiese agli imprenditori di diventare
agenti di comunione. Invitandovi ad essere creativi, competenti, ma non solo
questo. L’imprenditore da voi è visto
come agente di comunione. Nell’immettere dentro l’economia il germe buono della comunione, avete
iniziato un profondo cambiamento nel modo di vedere e vivere l’impresa. L’impresa
non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla,
può promuoverla. Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto
all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la
comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando
diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.
Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi
tre cose.
La prima riguarda il denaro. È molto importante che al centro
dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di
comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della
vita. Molte volte ho parlato del
denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel
Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr 2,13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno
portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è
il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? Il denaro è importante, soprattutto
quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine.
L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché
l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare
categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due
padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha detto
Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo.
Quando
il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di
diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. La “dea fortuna” è sempre
più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo
che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo, e che voi giustamente
contrastate. Questo culto idolatrico è un surrogato della vita eterna. I
singoli prodotti (le auto, i telefoni…) invecchiano e si consumano, ma se ho il
denaro o il credito posso acquistarne immediatamente altri, illudendomi di
vincere la morte.
Si
capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere
i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del
denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i
poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione
idolatrica con la comunione. Quando
condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta
spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei
signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e
quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle
tasche”. Non dimenticare questo!
La seconda cosa che voglio dirvi riguarda la
povertà, un tema centrale nel vostro movimento.
Oggi si attuano molteplici iniziative,
pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in
umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della
società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano.
Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti
a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per
curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti
in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche
in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che,
prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della
vita: il reciproco soccorso.
Ma – e
questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a
produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema
etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di
nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a
vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti.
Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una
piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte
del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i
giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi
finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il
sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!
L’economia
di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare
le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove
possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una
vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora
realizzata, la festa della fraternità universale non è piena.
Bisogna
allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale.
Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando
l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a
prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato
(l’albergatore) alla sua azione di fraternità. So che voi cercate di farlo da
25 anni. Ma occorre agire soprattutto prima che
l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che
producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa
metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani.
Per la comunione occorre imitare il Padre misericordioso della parabola del
figlio prodigo e attendere a casa i figli, i lavoratori e collaboratori che
hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi
bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in
nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è
chiamato a fare di tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua
casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a
mangiare con i porci. Nessun figlio,
nessun uomo, neanche il più ribelle, merita le ghiande.
Infine, la terza cosa riguarda il futuro.
Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme.
Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese,
piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti
nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri.
Il piccolo gregge, la lampada, una moneta, un agnello, una perla, il sale, il
lievito: sono queste le immagini del Regno che incontriamo nei Vangeli. E i profeti ci hanno annunciato la nuova
epoca di salvezza indicandoci il segno di un bambino, l’Emmanuele, e parlandoci
di un “resto” fedele, un piccolo gruppo.
Non
occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il
lievito non si snaturino. Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere
il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità,
anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la
sua qualità. Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la
Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri,
hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra
economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché
tutto decade con il passare del tempo. Come
fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?
Quando non c’erano i frigoriferi, per
conservare il lievito madre del pane si donava alla vicina un
po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane
ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo
aveva ricevuto a sua volta. È la reciprocità.
La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei
beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola.
Il principio vivo del Vangelo resta attivo solo se lo doniamo, perché è amore,
e l’amore è attivo quando amiamo, non quando scriviamo romanzi o quando
guardiamo telenovele. Se invece lo teniamo gelosamente tutto e solo per noi,
ammuffisce e muore. E il Vangelo può ammuffirsi. L’economia di comunione avrà
futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”.
Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne
hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in
abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi
stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro,
seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato
dal dono della persona. L’economia di
oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima,
della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e
solo dopo del vostro denaro.
Il capitalismo conosce la filantropia, non la
comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e
toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque
pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la
nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai
abbastanza.
Queste cose voi le fate già. Ma potete condividere di più i profitti per
combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle
vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane
di molti. Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che
fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare
comunione.
Vi auguro di continuare
sulla vostra strada, con coraggio, umiltà e gioia. «Dio ama chi dona con gioia»
(2 Cor 9,7). Dio ama i vostri profitti e talenti donati con gioia.
Lo fate già; potete farlo ancora di più.
Vi auguro di continuare
ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia: l’economia del Regno, dove
i ricchi sanno condividere le loro ricchezze, e i poveri sono chiamati beati.
Grazie.