Critica e
autocritica sociale, dialogo
[Dal Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto
Rossi ed Eugenio Colorni]
3.Contro il dogmatismo autoritario si è
affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva
asserito doveva dare ragione di sé o scomparire. Alla metodicità di questo
spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra
società in ogni campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto
sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da
accettare ipocritamente, si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque
nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne
facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e
convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha
bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più
evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema
per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri
ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di
tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare
il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si
è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza
della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di
sopraffazione dell'imperialismo. La
storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe
governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere
non considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di
soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata.
Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello
stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello
stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello
stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di
diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere
alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato.
Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una
serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è
ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa
preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli
egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati
vassalli europei - primo fra i quali l'Italia - alleandosi col Giappone che
persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di sopraffazione.
La sua vittoria
significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte
le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive
sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e
intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un'idea di quel che
sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi
vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli
altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro
istituzioni politiche, per governare così
soddisfacendo lo stupido sentimento
patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli
uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle
forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque
camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell'umanità
in Spartiati ed Iloti [nell’antica città greca di Sparta, erano schiavi di
proprietà dello stato].
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta
significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti
i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad
accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi
adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati
minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in
lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento
più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto si che i
Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell'esercito
sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione delle sue
sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo tedesco si è
strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro
l'imperialismo giapponese.
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I processi democratici, che cercano di realizzare la compartecipazione
alle decisioni di governo delle masse, richiedono capacità critica e di
autocritica, vale a dire di rendersi conto del corso degli eventi storici,
delle cause dei mali sociali e della propria corresponsabilità nel provocarli.
A questo appunto serve il dialogo, che
non va inteso solo come un parlare
insieme, né solo come un parlare e ascoltare
(che è già di più), ma come uno sforzo per capire le ragioni degli altri cercando di costruire relazioni. Questo
metodo è richiamato nel Messaggio per la
50° Giornata della pace diffuso nel
dicembre scorso da papa Francesco, citando un brano della sua esortazione
apostolica La gioia del Vangelo, del
2013:
227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente
lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter
continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne
rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le
proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato,
di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto,
risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo.
«Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). Non vi è vero dialogo se non c’è questo spirito di voler tentare di creare anelli di collegamento tra gli esseri umani, come singoli e nei
gruppi che danno senso alla loro vita, quelli che un filone della sociologia
definisce mondi vitali.
Ma su che cosa dialogare innanzitutto? Per
un laico di fede si dovrebbe sempre partire da come va il mondo intorno, a partire dalle realtà più prossime, nelle
quali si è immersi appena sceso l’ultimo gradino del sagrato. E bisognerebbe cominciare con il tentare di capirle bene: questo riesce meglio nel dialogo, perché si tiene conto di
diversi punti di vista, che fanno superare le limitazioni individuali. Lo ha
spiegato la filosofa Hanna Arendt (1906-1975):
[da: Hannah Arendt, Che cos’è la politica, Einaudi, 2006]
Nessuno senza compagni può comprendere
adeguatamente nella sua piena realtà tutto ciò che è obiettivo, in quanto gli
si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca
alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così come
è realmente si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che
sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e
dunque diventa comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e
confrontano le loro opinioni e prospettive. Solo nella libertà di dialogare il
mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni
lato”.
Se si procede in
questo modo, dal piccolo al grande, dal proprio condominio al proprio
quartiere, da quest’ultimo alla città e poi alla nazione, al continente, al
mondo, ci si accorge facilmente di ciò di cui scrissero molto tempo fa, nel
1941, in piena Seconda guerra mondiale, dall’isola di Ventotene dove erano confinati, costretti a rimanervi con
moltissime limitazioni alla possibilità di relazioni con la poca gente intorno,
Spinelli, Rossi e Colorni: “A causa della interdipendenza economica di
tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare
il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo”. E’ anche ciò che ha scritto il nostro
vescovo e padre universale nell’enciclica Laudato
si’. Se globali sono i problemi, e
lo sono perché la sopravvivenza dell’umanità, oggi molto più che negli anni ’40
del secolo scorso, dipende da relazioni a livello mondiale, anche le soluzioni
devono essere globali. Ma è ciò che i risorgenti nazionalismi europei, come
anche il neo-nazionalismo statunitense (una cultura che così come appare
nel pensiero politico del nuovo presidente statunitense non c’è mai stata nella
storia degli Stati Uniti d’America), vogliono dimenticare, pensando, illudendosi, come già i fascismi europei
degli anni tra le due Guerre mondiali, che la soluzione sia chiudersi nei propri spazi
vitali, lasciando fuori il resto del mondo con i suoi problemi.
Nel Manifesto di Ventotene, così come nell’enciclica Laudato si’, c’era anche l’autocritica
sociale. L’Italia fu maestra e parte attiva dei totalitarismi fascisti che
trasformarono l’Europa Centro-Occidentale in una prigione, fino alla loro tragica
caduta, nel 1945. In questo quadro si produsse quella profonda contaminazione
tra cultura religiosa e cultura fascista che ancora oggi si avverte
distintamente tra noi, come una sorta di rumore
di fondo: essa è all’origine della profonda avversione verso Jorge Mario
Bergoglio e il suo pensiero sociale, la sua dottrina
sociale, di ampi settori delle nostre collettività di fede, così
come di un’analoga avversione dei medesi ambienti verso la cultura europeista e
le istituzioni della nostra nuova Europa unita.
“Lo stupido sentimento patriottico che
guarda ai colori dei pali di confine”, si legge nel Manifesto di Ventotene. Perché “stupido”? Perché non riesce, o peggio non vuole, vedere ciò che è
evidente, vale a dire che è tutta una civiltà basata su un’organizzazione dello
sviluppo economico concepito secondo la legge della giungla, secondo cui i più
forti ammazzano i più deboli, che, entrando in crisi, ci peggiora l’esistenza
di sulla soglia di casa e anche dentro.
Il dialogo per capire la realtà come veramente
è dovrebbe essere di casa nelle parrocchie, in particolare nella formazione dei
laici di fede. Ma in genere non si riesce a praticarlo e, soprattutto, a
insegnarlo. Così la nostra gente, anche i più giovani, ha un’idea troppo vaga e
imprecisa della realtà. Non viene abituata a capirla per incidervi con un’efficace
azione sociale. Ci si limita ad un po’ di storia
sacra, ma prevalentemente a fini apologetici, per farci sentire i migliori di tutti, per diritto
divino per così dire, senza
verificare questa convinzione. E’ quello che si è fatto, per la generalità
delle persone religiose, per la gran
parte della storia delle nostre collettività di fede: è a partire dalla metà
del secolo scorso che si è prodotto, anche tra noi, la convinzione che
bisognasse cambiare, ciò che però si è affermato ufficialmente, con decisione d’autorità, solo negli scorsi anni ’60,
durante il Concilio Vaticano 2°.
Per capire la realtà come veramente è non
basta chiacchierarci sopra sulla base delle proprie estemporanee espressioni, e
non bastano nemmeno solo i quotidiani, anche se tenendone conto si è già un bel
pezzo avanti, servono libri, dove
troviamo un pensiero sistematico,
concentrato, potente. “Le biblioteche e
le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse.”, scrissero gli autori del Manifesto di Ventotene, e si riferivano ai roghi di libri accaduti
nella Germania nazista, ma anche in Italia nel corso degli assalti alle sedi
dei giornali, a quelle di partito, alle Case
del popolo, e anche alle sedi della nostra Azione Cattolica, ma più in
generale all’insofferenza dei totalitarismi fascisti (ma in generale di tutti i totalitarismi) verso la potenza del pensiero
che scaturisce dalle raccolte di libri. E penso alla nostra biblioteca
parrocchiale che, nel nuovo corso inaugurato un anno e mezzo fa, non si è più
trovata, e non se ne sono avute spiegazioni del perché, probabilmente
sacrificata a bisogni ritenuti più urgenti e importanti.
Perché un libro
costituisce una base di partenza del dialogo, è qualcosa che, come scrisse la
Arendt, insieme unisce e divide, ma che, in definitiva, dopo averlo condiviso,
unisce. E’ così che si cominciano a creare anelli di collegamento. Questa è anche un via verso la libertà, e la nostra fede vorrebbe esserlo, perché
pensa di essere fondata sulla verità e che la verità
ci renderà liberi. Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli