Francesco e il trumpismo
Dal Messaggio per la 50° Giornata mondiale per la pace di papa Francesco
Nelle
situazioni di conflitto facciamo della
nonviolenza attiva il nostro stile di vita.
Il beato
Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai
cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano
progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso
ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le
controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione,
cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per
quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore
san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia,
sulla libertà, sull’amore».
Desidero
soffermarmi sulla nonviolenza
come stile di una politica di pace.
Dal
livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la
nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle
nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.
Un mondo frantumato
Non è facile sapere se
il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i
moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca
ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa. In ogni
caso, questa violenza che si esercita “a
pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben
consapevoli.
La violenza non è la cura per il nostro mondo
frantumato.
Come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia,
e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di
più di amore, un di più di bontà. [La nonviolenza] «non consiste nell’arrendersi
al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21),
spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».
Più potente della
violenza
4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e
passività, ma in realtà non è così.
La nonviolenza praticata
con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi
ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione
dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non
saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di
nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che
hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins)
ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra
civile in Liberia.
Né possiamo dimenticare
il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le
comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e
l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il
magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti
del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio
predecessore evidenziava che un
cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si
realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità
e della giustizia».Questo percorso di transizione politica verso la pace è
stato reso possibile in parte «dall’impegno
non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere
della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere
testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza,
rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in
quelle internazionali».
La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie
nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino
gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.
Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia
e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte
tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono
essenziali e indicano la via della vita». Lo ribadisco con forza: «Nessuna
religione è terrorista».La violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il
nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è
santa, non la guerra!»
Se l’origine da cui scaturisce la violenza è
il cuore degli uomini, allora è
fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo
all’interno della famiglia.
Un’etica di fraternità e di coesistenza
pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della
paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo
senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e
dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della
distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica Con
uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su
donne e bambi
invito
6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento
necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso
della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai
lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di
tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù
stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel
cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10)
tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e
autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace,
i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
Questo è anche un programma e una sfida per i leader
politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i
dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le
Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la
comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di
pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone,
danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la
disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un
anello di collegamento di un nuovo processo». Operare in questo modo
significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire
l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero
l’unità è più potente e più feconda del conflitto.
La Chiesa Cattolica accompagnerà ogni
tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e
creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio
dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo
sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e
della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i
bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei
conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le
vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura». Ogni azione in
questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero.
Nel 2017, impegniamoci,
con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro
cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità
nonviolente, che si prendono cura della casa comune.
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Papa Francesco richiamando l’idea di nonviolenza (scritta tutta attaccata o con il trattino di
congiunzione, non-violenza) ha evocato espressamente il
messaggio politico del leader indiano Mohandas
Karamchand Gandhi (1869-1945), liberatore dell’India dal dominio europeo, che
nel Messaggio per la giornata della pace 2017 è menzionato espressamente.
In ambito cattolico di Gandhi spesso si fa una
specie di santino: egli fu, in
realtà, un agitatore politico, un rivoluzionario. Non fuggiva i conflitti, ma
vi si cacciava dentro, li affrontava. Egli combatteva e incitava a combattere
mediante la nonviolenza, che in primo luogo si attuava nella pervicace disobbedienza di massa alle
leggi ingiuste sopportando la reazione violenta del potere senza opporre altra violenza, in secondo luogo nella non-menzogna, l’impegno a non esercitare
un dominio ingiusto mentendo alla gente e, infine, con un diverso stile di vita
da consumatori, quindi da attori del mercato, in particolare del mercato
globale della sua epoca, rifiutando di acquistare prodotti che avessero dentro
ingiustizia e sofferenza umana. Questo suo impegno lo portò ripetutamente in
carcere.
Era un agitatore sociale, un rivoluzionario,
anche Martin Luther King, anch’egli evocato nel Messaggio. Anche King finì ripetutamente in carcere.
In linea con l’appello fortissimo all’azione
politica di massa contenuto nell’enciclica Laudato
si’ Francesco - Bergoglio guida la
Chiesa a porsi di traverso, in una posizione fortemente conflittuale, con l’ideologia
globale dell’ingiustizia sociale, fondando a tal fine anche un nuovo ministero nella sua
Curia.
Nel solco della lezione gandhiana ci spinge a
organizzarci in movimento contro la cultura dell’egoismo nazionalistico, dello
scarto dei perdenti e dello spreco senza curarsi delle conseguenze sull'ambiente naturale: in una parola, contro il trumpismo, l’ideologia politica
manifestata in campagna elettorale da nuovo presidente statunitense. Nella linea del gandhismo Francesco ci incita a non arrenderci al male, a rifiutare ogni atteggiamento di passività e di resa, a non rifiutare il conflitto, ma a
combattere in modo nonviolento per impedire la degenerazione del mondo.
Si tratta di un impegno tutto da costruire,
perché la pesante eredità culturale del compromesso con il fascismo storico
italiano, con la conseguente pervasiva integrazione tra religione e ideologia
mussoliniana, ha portato storicamente le collettività di fede italiane in altra
direzione, verso una visione corporativa della risoluzione dei conflitti sociali, in
cui, fatalmente, le masse di chi sta peggio soccombono alle pretese di dominio
delle oligarchie che controllano l’economia e quindi la società e la politica.
Il conflitto con il trumpismo si
prospetta tremendo, tragico, ma inevitabile, in una visione religiosa dei fatti
sociali che prenda come riferimento le Beatitudini, perché, sorretto da quella che è ancora la
maggiore potenza militare del mondo, colpirà duramente le masse dei popoli che
hanno avuto la peggio nel nuovo ordine economico globalizzato del quale gli
Stati Uniti d’America e le potenze economiche dell’Asia sono stati
protagonisti, ma secondo una cultura marcatamente statunitense.
Significherà anche mettersi di traverso rispetto ai processi bellici che si
intuiscono dietro i risorgenti nazionalismi. E difendere l’umanesimo europeista
dall’assalto populista che vuole dissolvere la nostra nuova Europa, attualmente
ancora la più grande potenza politica di pace del mondo. “Bisogna pregare”, ha detto un politico italiano a chi gli chiedeva
come vedesse il futuro del mondo nell’era del trumpismo, ma l’appello di Francesco chiede molto di più di questo.
E’ una nuova cultura politica che si tratta di costruire.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli
