Una
nazione senza frontiere non è una nazione?
“Una nazione senza frontiere non è una
nazione”. L’ha detto ieri il presidente statunitense Donald Trump, stando a
quello che hanno riportato radio e
televisione.
Questa frase è estremamente efficace:
condensa in pochissime parole tutto ciò che l’ideologia dell’europeismo, a
partire dal Manifesto di Ventotene del 1941, di Spinelli, Rossi e Colorni, ha
voluto superare, per creare la pace sul nostro continente. In particolare l’idea
di una nazione definita da frontiere.
E’ possibile che gli Stati Uniti d’America, il più antico sistema politico
della democrazia moderna, non riescano più a definire loro stessi se non
tracciando frontiere? Dimenticando
completamente la cultura dei diritti umani fondamentali che è alla base della loro fondazione e che hanno insegnato a tutto il mondo? E tra questi il diritto di essere liberi di cercare la felicità, che sta scritto nella Dichiarazione di
indipendenza statunitense del 1776.
La nostra nuova Europa, quella delle 28
nazioni, con altrettante culture e lingue, un fantastico mosaico di umanità
rispetto all’uniformità statunitense da
costa a costa, più o meno due lingue, spagnolo e angloamericano, e tre
culture, quelle della costa orientale, del centro (la Cintura della Bibbia) e della costa orientale, è stata costruita
puntando all’abolizione delle frontiere, in gran parte effettivamente
realizzata, come di quella, caldissima un tempo, tra l’Italia e l’Austria. Questo
ha portato ad una lunga epoca di pace, mentre, negli stessi anni, gli Stati
Uniti d’America sono stati impegnati in continue guerre in tutti i continenti:
infatti hanno ancora la forza militare più potente della Terra, ritengono di averne ancora bisogno e addirittura di doverla aumentare.
“Una
nazione non è una nazione senza frontiere”? E’ un po’ come dire che il valore
di un’orchestra sinfonica dipende dalla sala dove suona.
Osservo infine che l’ideologia politica del
nuovo presidente statunitense appare in rotta di collisione con la dottrina
sociale diffusa da Jorge Mario Bergoglio, anche lui un americano, benché gli statunitensi quando parlano di americani si riferiscano solo a loro stessi. “America first”, “l’America prima di tutto”, significa per
loro “Gli Stati Uniti prima di tutto”.
Sembra una novità, ma è ciò che è sempre successo: la politica statunitense è
sempre stata improntata a questo principio, e infatti gli Stati Uniti d’America
sono ancora lo stato più ricco della Terra, e vogliono diventare sempre più ricchi.
Non sono i popoli dell’Asia, per ora molto meno ricchi, ad aver rubato la ricchezza agli americani, tanto è vero che negli Stati Uniti d’America ci sono
alcune delle persone più ricche della Terra, come lo stesso presidente
statunitense è. E’ la divisione delle ricchezze prodotte che, come anche in
Europa, ha determinato ineguaglianze per cui nello stato più ricco della Terra
c’è anche molta gente sulla soglia della povertà e anche molto sotto, e molta gente che a quella soglia si sta avvicinando. Questo in
Europa è sentito come un ordine ingiusto, ma, sembra, non più negli Stati Uniti
d’America.
La veloce metamorfosi degli Stati Uniti d’America
in un neo-stato nazionalista, come
non sono stati mai nella loro storia avendo sempre accolto genti da tutto il
mondo e avendo fondato proprio su questo la loro forza, è potenzialmente
tragica, perché riguarda la massima potenza militare del mondo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli