Un risultato
sorprendente nel Gioco della riforma costituzionale
Nella riunione di ieri abbiamo cercato di
arrivare alla fase che ho definito del dialogo-confronto,
nella quale, dopo aver ampliato le proprie conoscenza apprendendo dagli altri,
si vagliano i vari argomenti e si rivedono le proprie valutazioni alla luce
delle obiezioni degli altri dialoganti.
All’inizio, io e mia moglie abbiamo mostrato
come, in genere, ci si confronta sui temi della riforma costituzionale senza
parlare dei contenuti della riforma: il confronto-propaganda.
Io ho impersonato uno di quelli favorevoli e mia moglie una persona contraria.
Ci siamo detti
IO LEI
Dite sempre no! Siete
dei corrotti!
Ce la chiedevano da 70 anni! Distruggete
la democrazia!
Dite no perché tenete alle vostre Siete
voi, invece, che ci tenete!
poltrone!
Vi abbiamo rottamato e volete tornare! I
giovani sono con noi!
Mostrateli questi giovani, siete vecchi! Volete distruggere la democrazia
Abbiamo poi chiesto ai presenti che cosa avevano
capito della riforma costituzionale dal nostro dibattito (in realtà non avevamo parlato di
alcun contenuto).
E’ stato
sorprendente che alcuni dei soci che di solito intervengono più spesso non abbiano risposto alla domanda e si siano invece subito schierati, come per un riflesso
condizionato, dichiarando apertamente il loro voto al referendum, SI’ o No. Quindi
l’informazione/propaganda ha funzionato, conducendo alcuni a prendere posizione
senza che fosse stato loro spiegato
nulla dei contenuti della riforma.
Siamo
stati spinti a decidere così dal clima della propaganda referendaria e correggerci
ci è difficile. Per decidere bisogna
accertarsi di aver prima ben compreso.
Io e mia moglie, nel clima un po’
incandescente che si era venuto a creare, abbiamo cercato di mostrare come
dovrebbe essere il vero dialogo-confronto,
in cui ciascun dialogante tiene conto degli argomenti degli altri, ma è stato difficile coinvolgere i
presenti. Questo perché, nonostante
nella scorsa riunione avessimo approfondito in dettaglio una parte importante
della riforma, quella che riguarda il Senato, ancora c’era qualche incertezza
su alcuni argomenti, che però non avevano ancora trattato.
Si è sostenuto, ad esempio, che la Repubblica italiana è uno stato
federale, ma né nella Costituzione com’è ora, né in quella riformata in caso di
vittoria dei SI’ al prossimo referendum, è scritto che il nostro è uno stato
federale, anche se le Regioni hanno un’ampia autonomia, anche legislativa. La
ragione è nella nostra storia nazionale. Stati come gli Stati Uniti d’America e
la Germania si sono formati dall’aggregazione di stati preesistenti. La loro
autonomia è espressa anche a livello centrale, federale, in genere esprimendo
un Senato o Camera analoga. Lo stato italiano si è formato, invece, mediante conquista militare dei preesistenti regni, compreso quella dei
Papi nell’Italia centrale, da parte del Regno dei Savoia, che all’epoca di
chiamava Regno di Sardegna, quindi
mediante la soppressione delle autonomie statali che c’erano. Si prese a
modello, nella costruzione dello Stato, quello molto accentrato francese. E’
sono dagli scorsi anni ’80 che in politica si propose di fare dell’Italia uno
stato federale e tale orientamento nel 2005 generò una riforma costituzionale
che però venne respinta in un referendum costituzionale svoltosi nel 2006.
Nella riforma costituzionale di quest’anno l’autonomia delle regioni viene
ridotta a favore dello Stato, in quanto è stata introdotta la possibilità di
leggi statali nel campo delle materie attribuite all’autonomia legislativa
delle Regioni, se lo richieda l’interesse
nazionale ed è stata abolita la competenza legislativa esclusiva delle Regioni,
introdotta dalla riforma costituzionale approvata nel 2001. Il fatto che il
nuovo Senato sia composto da consiglieri regionali e sindaci non trasforma
l’Italia in uno stato federale, innanzi tutto perché, a differenza ad esempio
dei senatori tedeschi, i nuovi senatori lavoreranno senza vincolo di mandato, quindi non dovranno attenersi alle
decisioni dei Consigli regionali che li hanno eletti, e poi perché il Senato è
costruito come camera minore, con poteri ridotti rispetto a quelli della Camera
di deputati.
Nel corso del successivo dialogo-confronto
che io e mia moglie abbiano tentato
di inscenare, e di suscitare, ho cercato di spiegare, sulla base della
conversazione emersa, che gli autori della riforma hanno pensato di inserire
gli ex Presidenti della Repubblica ancora nel Senato, e non alla Camera dei
Deputati come prevedeva la riforma del 2005, perché si è pensato che con la
loro autorità morale, conquistata nel corso del loro mandato presidenziale,
potessero essere un fattore di coesione in una Camera i cui partecipanti non
rappresentano più la Nazione, è scritto espressamente nella legge di riforma
che solo i deputati la rappresentano, ma prospettive regionali. Ho poi fatto
notare che effettivamente, anche se le due Camere dovranno fare le
stesse cose su molti temi, quindi
continueranno a legiferare con il sistema bicamerale, in particolare in tema di
Costituzione, attuazione della normativa europea e autonomie locali,
effettivamente non sono più un doppione l’una dell’altra, entrambe elette dai
cittadini in una stessa tornata elettorale e con sistemi elettorali molto
simili, ma il Senato, che non avrà più scadenza quinquennale come la Camera dei
deputati e che non potrà più essere sciolto
dal Presidente della Repubblica,
sarà più legato a prospettive regionali, essendo composto di consiglieri
regionali e di sindaci, e, venendo rinnovato continuamente e parzialmente, man
mano che i senatori eletti da un Consiglio regionale decadranno a seguito dalla
scadenza del Consigli che li ha eletti, avrà anche verosimilmente orientamenti
politici diversi da quelli della Camera dei Deputati. Mia moglie, che
impersonava i contrari alla riforma, ha osservato che questo, che è uno dei
contenuti fondamentali della riforma, potrà creare problemi di coordinamento
tra le due Camere del Parlamento, in particolare nelle materie in cui dovrà
legiferarsi in forma bicamerale, come
avviene oggi. Con l’aggravante che il problema non potrà più essere risolto
chiamando gli elettori a nuove elezioni politiche, in quanto il Senato non
potrà più essere sciolto dal
Presidente della Repubblica. Io, che impersonavo i favorevoli alla riforma, ho risposto che in
questo modo, pur mantenendo la Repubblica italiano una e indivisibile, come
continuerà ad essere scritto nella Costituzione, si metterà al riparo da
arbitri delle maggioranze di governo le autonomie locali.
Ha inciso maggiormente, tra
i partecipanti alla riunione di ieri, il confronto-propaganda
o il dialogo-confronto? Temo che
sia stato il primo ad aver contato di più. Forse è perché siamo stati abituati
a quel modo di proporre gli argomenti della riforma, in un confronto che in realtà è
uno scontro, in cui ciascuno rimane
fermo sulle sue posizioni, su ciò che vuole propagandare,
senza tener conto degli argomenti delle persone con cui parla. Forse è perché, come
diceva per la preghiera il celebrante della Messa delle nove di domenica
scorsa, in realtà non si ha voglia di approfondire, perché farlo costa fatica.
Allora si dice che non si ha tempo o che non se ne è capaci. Fatto
sta che, quando affronto gli argomenti della riforma con la gente che incontro,
quasi tutti non ne sanno nulla di nulla, ma veramente nulla, salvo gli addetti
ai lavori, come esperti di diritto (avvocati, funzionari pubblici), e pochi
appassionati cultori della materia.
Osservo: per guidare un’automobile serve una
patente, che viene rilasciata dopo un periodo di formazione ed esami teorici e
pratici. Io ho la patente per guidare un’automobile, ma non potrei guidare un
autoarticolato. Presentarsi al seggio, il 4 dicembre, senza sapere nulla, o
sapendo troppo poco, della riforma è come pretendere di guidare un
autoarticolato senza aver preso la patente. Perché la Costituzione è molto
importante nella vita nazionale. Ne va della qualità della vita. Contribuisca
in modo rilevante a creare quell’ambiente
sociale di cui nell’enciclica Laudato si’ siamo stati chiamati a prenderci cura, come
dell’ambiente naturale. Hanno
ragione, allora, i critici della democrazia, fin dall’antichità, i quali
sostengono che il popolo, le masse, non hanno reale capacità di occuparsi degli
affari di Stato?
Una democrazia si costruisce, certe cose si
imparano. Quella che un tempo era la formazione dei principi reali dovrebbe
divenire la formazione di tutti, attraverso l’istruzione obbligatoria. In parte
questo si è realizzato. Ma, di fronte a scelte difficili come quella per la riforma
costituzionale, occorrerebbe un supplemento di formazione. Questo è, innanzi
tutto, il compito della classe politica e della radiotelevisione pubblica. Lo
stanno esercitando? Decidete voi? Avete potuto informarvi a sufficienza? C’è
stato il confronto/scontro/propaganda. C’è
stato il dialogo/confronto? E se ci
sono stati entrambi, quale ha prevalso?
Bisognerebbe diffidare, a mio avviso, di chi, in particolare tra i
politici e tra gli operatori dell’informazione, propone prevalentemente il confronto/scontro/propaganda, non
fornendo elementi conoscitivi sulla riforma, o fornendone un livello insufficiente.
Questo perché, spingendo ad una decisione per nulla o poco informata, in realtà
deprimono il confronto democratico e finiscono con il pretendere scelte
fideistiche, basate sulla fiducia e sulla fedeltà ad una certa parte politica.
E’ come quando fu attribuito il premio Nobel per la pace al presidente
statunitense Barak Obama all’inizio del suo mandato, senza aver ancora potuto
constatare il risultato delle sue politiche, ma solo sulla base delle
intenzioni dichiarate nei discorsi pubblici, in particolare durante visite di
stato nei Paesi del Vicino oriente. Ma quando si tratta di riforma
costituzionale che riguarda le istituzioni fondamentali dello stato, occorre
capire bene come si pensa di organizzare il loro funzionamento e prevedere
realisticamente i futuri scenari. Ad esempio: se si complicano le procedure
parlamentari, come obiettivamente avviene con la riforma costituzionale in
questione, è difficile prevedere che i tempi delle decisioni si abbrevino
effettivamente. O: se si riduce il numero dei parlamentari, ci sarà poi meno
gente a fare tirocinio parlamentare, quindi ad acquisire una formazione di alto
livello sugli affari di stato, e ci saranno quindi poi meno politici in grado di
fare, tra la gente, quel lavoro di informazione di formazione che è tanto
importante perché una democrazia sia vera democrazia e non solo democrazia
formale. Quella riduzione del numero dei
parlamentari potrebbe rivelarsi non tanto positiva, in particolare se posta in
relazione ai risparmi, piuttosto contenuti, che derivano alla riduzione ad un
terzo dei senatori e al fatto che essi non
percepiranno stipendi e pensioni. Il Senato, con i suoi costi di
gestione (amministrazione degli immobili, acquisto e manutenzione degli arredi
e apparecchiature, costo dei servizi e stipendi del personale amministrativo ed
ausiliario), rimarrà e le spese di gestione sono la parte preponderante dei
costi dell’attuale Senato.
Infine: quando si tratta di una riforma così
importante come quella in decisione nel prossimo referendum, con ripercussioni
anche sulla vita delle future generazioni, così come le ha avute la
Costituzione repubblicana approvata in Italia nel 1947 ed entrata in vigore nel
1948, bisognerebbe trovare il tempo e farsi venire la voglia di approfondire,
cercando le persone e le fonti informative per superare le difficoltà di
comprensione, in particolare della terminologia giuridica, che sempre ci sono
quando si tratta di testi di legge di quella rilevanza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli