Aldo Moro (1916-1978. Esponente dell’Azione
Cattolica, professore di diritto, politico, membro dell’Assemblea Costituente,
a lungo parlamentare, ministro e presidente del Consiglio dei ministri,
assassinato dai banditi delle brigate rosse nel 1978) scrisse nel 1943, per i
suoi studenti dell’Università di Bari:
“Probabilmente,
malgrado tutto, l’evoluzione storica, di cui noi saremo stati determinatori,
non soddisferà le nostre ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra
contenuta nell’intrinseca forza e bellezza di quegli ideali, non sarà
mantenuta, Ciò vuol dire che gli uomini dovranno sempre restare di fronte al
diritto e allo stato in una posizione di più o meno acuto pessimismo. E il
dolore non sarà mai pienamente confortato. Ma questa insoddisfazione, ma questo
dolore sono la stessa insoddisfazione dell’uomo di fronte alla sua vita, troppo
spesso più angusta di quanto la sua ideale bellezza sembrerebbe fare
legittimamente sperare.
Il
dolore dell’uomo che trova di continuo ogni cosa più piccola di quanto
vorrebbe, la cui vita è tanto diversa dall’ideale vagheggiato nel sogno. E’ un
dolore che non si placa, se non un poco, quando sia confessato ad anime che
sappiano capire o cantato nell’arte o quando la forza di una fede o la bellezza
della natura dissolvano quell’ansia e ridonino la pace. Forse il destino dell’uomo
non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della
giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino.
[in: Aldo Moro, Lo Stato - Il Diritto, Cacucci Editore, 2006, €15,00, un testo che,
a parte alcuni capitoli di impostazione filosofica, è prettamente centrato
sulla dottrina giuridica in materia di diritto pubblico e, in questo, non è
aggiornato ai nostri tempi].
Leggendo l’enciclica Laudato si’,
dell’anno scorso, ritrovo lo stesso impegno verso un grande destino di cui scriveva Moro nel 1943. Ci sono degli ideali
e delle prospettive di azione collettive. Si lavora nel mondo, si cerca di
determinarne l’evoluzione storica, non si è indifferenti al dolore degli altri
e la forza della fede riesce talvolta a dissolvere l’ansia, a ridarci la pace,
a lenire l’insoddisfazione: perché lo vediamo bene che il dolore umano non sarà
mai pienamente confortato. Di quella pace, che significa giustizia, rendere a
ciascuno il suo, al Cielo e agli esseri umani, avremo sempre fame e sete: è il
nostro destino. Ma pensiamo ancora che sia un grande destino?
Uno può pensare a un proprio futuro felice. Ma
tutto passa e anche noi. Se si ragiona così, la vita è fatta di brevi felicità
e di molto dolore. E il dolore va preso sul serio, questo posso testimoniarlo,
perché non c’è che un limite alla capacità di soffrire, ed è la morte. Dicono che
ci viene assegnato solo il dolore che possiamo sopportare, ma io questo non l’ho
potuto constatare. Così, il destino personale è quello che è. E’ solo quando
pensiamo a un destino collettivo, ad
esempio che riguarda la nostra discendenza, che allora esso può essere grande. Questa contemplazione di un
destino grande dà poi una felicità
più duratura. “Occorre rendersi conto che
quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi
interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di
noi. E’ dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del
nostro passaggio su questa terra” [Laudato
si’, n.159]. E’ per partecipare a questo lavoro collettivo, convinti di
quel grande destino, che ci si
riunisce, si dialoga, si lavora insieme, anche in una collettività come quella
parrocchiale. E’ anche una via verso la vera felicità. Ed è una via con un
significato religioso, come ci ha spiegato il nostro vescovo nel documento che
ho citato. E’ una via che ci viene indicata, specialmente a noi laici di fede,
ma che qualche volta siamo esitanti a iniziare a percorrere. Trascuriamo di parlarne nella formazione alla
fede e, allora, guardate un po’!, sembra quasi che nemmeno si sappia più di che
parlare. E non ne parliamo neppure ai nostri giovani. Noi adulti siamo un po’
sfiduciati, come scriveva Moro: “in una
posizione di più o meno acuto pessimismo”. Ecco che allora il nostro
catechismo talvolta appare un po’ troppo miserello per chi sta aprendosi alla
società, per parteciparvi attivamente, e non è più soddisfatto dai discorsi per
bambini.
Ma
soprattutto, per il lavoro che c’è da fare non basta il catechismo! E infatti
di quella specie di rivoluzione culturale
invocata nella Laudato si’ non mi
sembra rimanga traccia nei discorsi che facciamo ai giovani. E forse ci siamo
già dimenticati di quel documento, che è qualcosa di più delle ricorrenti
produzioni clericali del passato, che una persona non faceva nemmeno tempo a
leggere, non dico a studiare e a capire, che già ne arrivava un’altra. O, quello che è ancora peggio, cerchiamo di
pasticciarne versioni riduttive, in modo che, in definitiva, confermi le nostre
opinioni di sempre. E’ quello che talvolta facciamo anche con le Scritture. Le
apriamo a caso, e, toh!, ci troviamo sempre confermato il nostro
pensiero. La scorsa domenica, alla Messa delle nove, il celebrante ha accennato
a Scritture esigenti, che mettono in crisi. E’ bello avere fra le mani le Scritture, ma
siamo consapevoli di ciò che veramente sono e dicono? Non sono il Libro delle Giovani Marmotte.
Ne
parlò, in un’omelia dell’8 giugno 2014, il vescovo di Palestrina, Domenico Sigalini:
«Non è scritto per nessun cristiano il Libro delle Giovani Marmotte. Non so se
avete letto Paperino. Quando mancava Paperino, non sapevano che fare quelle
oche lì; allora c'era un libro nel quale andavano a leggersi come fare un uovo
fritto, lo prendi così, lo spacchi cosà, come fanno i vostri mariti quando non
ci siete voi a casa. Telefonano "Come
faccio a fare questo?", eh? Il Libro delle Giovani Marmotte, dove c'è
scritto tutto quello che devi fare quando manca il capo. Non abbiamo il Libro delle Giovani Marmotte perché
manca Gesù, dove c'è scritto tutto, già definito, tutto quello che si deve
fare. Quante volte voi mamme e papà avete dovuto tribolare per decidere cosa
fare nella vostra famiglia, pur essendo cristiani, pur sapendo il Vangelo, pur
sapendo tutti i Comandamenti! Perché la nostra vita non è mai all'altezza del
Vangelo, se non c'è lo Spirito Santo che ci illumina. "Prendi questa
decisione!", "Prendi quest'altra". Siamo sempre aperti, non
abbiate in tasca nessuno la verità! La verità è sempre Gesù ed è lo Spirito
Santo, che ci aiuta ad essere più docili. C'è solo lo Spirito Santo. La nostra
docilità e la nostra umanità, affidata tutta a Dio e soltanto a Dio.»
Quanti saggi si sono amorevolmente dedicati a cercare di comprendere
tutti i sensi delle Scritture! Una letteratura sterminata e ancora inesauribile.
Perché, come si dice, sono Parola viva.
Ed ecco che invece talvolta pretendiamo che ci si appaghi di certi nostri
predicozzi incolti, e addirittura ci inquietiamo quando gli altri obiettano
insoddisfatti.
E che
succede se noi teniamo la Parola viva
in cassaforte senza farla scendere veramente nel nostro mondo? E’ parola
reclusa, prigioniera tra le nostre mani. E, invece, che potenza esprime quando
c’è chi se ne fa veramente mediatore, con l’antica sapienza che ci è stata
tramandata e con l’umiltà devota di chi ne riconosce la santità e la rispetta!
Come quando il celebrante, nella Messa delle nove di domenica scorsa ha iniziato
ad introdurci al senso di questo versetto della lettera ai Galati “28 Non
c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né
donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal
3,27-29). "Altro che bomba atomica!", ha concluso: ed è così! Vedete che cosa abbiamo tra le mani!
Dobbiamo fare reagire il nostro mondo con la
nostra fede: occorre che portiamo il nostro mondo nelle cose della fede. E’ il
metodo seguito nella Laudato si’. C’è
tutto un mondo in quel documento, alla lettera. C’è un’ecologia, un discorso sull’ambiente,
che va molto oltre la natura, ma
comprende anche le società umane. Di tutto dovremmo prenderci cura religiosamente. Ma come farlo se nessuno ce lo
insegna, in religione? E, in particolare, non ce lo insegna quando siamo più
disposti ad apprendere, nel corso dell’adolescenza. E' cosa che va molto oltre
il catechismo come lo si intende in genere, ma che riguarda anche il catechismo.
Ma che non molti catechisti mi pare sanno trattare. Dopo la Laudato si’ tutti quelli che si occupano
di formazione religiosa degli adolescenti e dei giovani dovrebbero fare un
esame di coscienza e dirsi se sono in grado o non sono in grado di fare quel
lavoro che ci si attende anche da loro. E se riconoscessero di non essere in
grado, con quale presunzione poi potrebbero voler monopolizzare il lavoro di
formazione dei più giovani riducendolo a catechismo immiserito? Lascino spazio
ad altre forze, in attesa di prepararsi adeguatamente. E, soprattutto, lascino spazio ai sacerdoti, si facciano guidare da loro.
I più giovani sono più generosi di noi adulti.
E’ perché sono aperti al nuovo. E lo sono perché devono farsi largo, progettare
un futuro in cui ci sia posto anche per loro e per quelli che amano. Non hanno
tempo da perdere: lo sanno per istinto naturale! Se noi riduciamo tutto a
catechesi miserelle, senza mettere in campo quel grande destino di cui parlano Moro e Bergoglio, poi li perdiamo.
Che se ne fanno di una religione così? E io non posso rimproverarli. Farei anch’io
come loro.
Di solito sono restio a citare discorsi di
papi. Siamo stati sommersi dal profluvio esorbitante della loro produzione
letteraria. Quasi non abbiamo avuto il tempo di occuparci d’altro (anche se
spesso lo abbiamo fatto distrattamente). Ma, per dare un’idea di quel grande destino che ho evocato, concludo
trascrivendo di seguito l’omelia pronunciata da papa Francesco a Lampedusa,
dopo fatti tragici, l’8 luglio 2013. L’ho
trovata citata nell’ultimo libro di Zygmunt Bauman che è stato pubblicato in
italiano: Stranieri alle porte (anche
in formato e-book - ve lo consiglio).
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«"Immigrati morti in mare, da
quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”.
Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa
notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato
continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho
sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza,
ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si
ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera
gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle
associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e
mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi
siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!
Grazie anche all’Arcivescovo
Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza
pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante
per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati
musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con
l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca
di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.
Questa mattina alla luce
della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che
soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a
cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima
domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è
un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di
diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si
rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che
non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia
vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo
fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di
essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a
versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi,
con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati,
non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo
quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci
gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del
mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è tuo fratello?», la
voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta
ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri
fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’
di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro
famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non
trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le
loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa,
ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli.
Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che
sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli
altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono
riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è
il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia
di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna
uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si
sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha
ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e
nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del
sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non
sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno
di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno
nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della
responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote
e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon
Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse
pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro;
e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del
benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida
degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono
nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza
verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo
mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione
dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci
riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura
dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti
“innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è
tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità
e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io
vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo
fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli
e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le
giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano
qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha
dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione
dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo
ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli…
perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere,
la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al
Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore;
domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di
piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che
nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a
drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.
Signore in questa Liturgia,
che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso
tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato,
si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti
chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno
creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che
sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo
fratello?».
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
