Pecore smarrite
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| Il mosaico absidale della basilica di Sant'Apollinare in Classe, a Ravenna |
Le metafore teologiche pastorali mi mettono a disagio. Nelle questioni di fede,
infatti, non abbiamo a che fare con delle pecore, ma con persone umane. Ma qualche
volta fare ricorso ad un immagine funziona meglio di tanti discorsi, per
rendere l’idea.
Nella parabola c’è una sola pecora smarrita.
Che succederebbe se se ne fossero smarrite molte di più, diciamo novantacinque
su cento? Beh, ma come è successo?, ci chiederemmo. E al pastore, che a quel punto dovremmo ritenere piuttosto
distratto, consiglieremmo forse di lavorare anche sull’ovile. Perché, se anche
riuscisse a recuperare una parte delle pecore che sono fuori, poi,
riaccompagnatele dentro, si può prevedere che fuggirebbero di nuovo, prendendo
la via di prima.
E’ ciò che, come mi pare di capire, è successo nella nostra parrocchia.
Noi abbiamo la fortuna di avere un documento molto affidabile per capire
come la parrocchia era prima, in particolare nel corso di quegli anni ’70 che,
per taluni, sembrano l’inizio di una specie di grande apostasia, della fuga
dalla religione. E’ il saggio sociologico di Bruno Buonomo, Il Quartiere delle Valli - Costruire Roma
nel secondo dopoguerra, Franco Angeli editore, €21,00, tuttora in
commercio. Un tempo la nostra parrocchia fu l’anima del quartiere, era molto
più popolata di adesso, in particolare di giovani. La gente del quartiere ha
lottato a lungo per difendere il Pratone,
il grande spazio verde che confina con via Conca d’Oro e via Val d’Ala. Il
comitato per il Pratone nacque proprio in parrocchia.
Altre notizie affidabili su quei tempi possono
aversi da due sacerdoti che lavorarono nella parrocchia e che sono andati a
esercitare il loro ministero a Ostia, nella parrocchia di Santa Monica: mons.
Giovanni Falbo e don Francesco De Donno, “don
Franco”. Quest’ultimo l’anno scorso
è venuto a celebrare una Messa da noi.
Anch’io ho informazioni di prima mano perché
ho abitato per quasi tutta la mia vita nel quartiere e mia madre fu a lungo
catechista in parrocchia, l’iniziatrice dell’esperienza delle mamme catechiste (ne rimane ancora una
dei suoi tempi in servizio).
La situazione iniziò a cambiare all’inizio degli anni ’80 con l’arrivo
in parrocchia del Cammino Neocatecumenale.
Non mi interessa qui criticarne la spiritualità e i metodi. Non è la mia via,
ma è una via legittima perché ce lo dice il vescovo, a cui queste cose
competono. La crisi della parrocchia iniziò quando, di fatto, si tese a farne l’unica
via. Non lo è mai diventata. L’Azione Cattolica e altre esperienze sono
sopravvissute, ma, mi pare, solo come aggregazioni tendenzialmente ad
esaurimento, destinate a gente anziana e, perché anziana, irriducibile. In
particolare, per i giovani l’unica proposta è stata quella neocatecumenale, che
però non va bene per tutti e, soprattutto, da sola non è sufficiente a preparare il
laico di fede al compito che ci si aspetta da lui in società. Tutto, per
quanto riguarda la fascia d’età di preparazione alla Cresima e del post-Cresima è stato centrato sulla
catechesi secondo la scuola neocatecumenale, tralasciando in particolare la formazione non
specificamente catechistica, che è molto importante per il laico di fede.
Insomma, la gran parte dei temi trattati nella Gioia del Vangelo e nella Laudato si’ non sono stati sviluppati.
Si propone una via alla fede basata anzitutto su famiglie di impostazione, per
come mi pare di capire dall’esterno, piuttosto patriarcale e su piccole
neo-comunità di perfezionamento interiore secondo il metodo specifico neocatecumenale, che comprende anche proprie particolari liturgie e costumanze L’uomo
è visto come capo naturale e la donna come subordinata e dedita essenzialmente
alla cura dei figli: insomma, la famiglia
di una volta. Questa concezione, che è solo un portato culturale per altro
sorpassato in Occidente ed anche nella stessa dottrina, è vista come qualificante la vita di fede,
per cui, se non la si condivide, si è ripresi e invitati a pentirsi e a
seguirla. In generale si propone grande diffidenza per il mondo intorno, visto
come pagano. Mi pare che siano
considerate pagane anche molte persone di fede che invece non
pensano di esserlo, rientrando tra coloro che sono definiti praticanti.
In questo modo il post-Cresima sfocia
necessariamente in una piccola comunità neocatecumenale: di fatto, mi pare che
siamo riusciti a mantenere in parrocchia solo i ragazzi cresciuti in famiglie
neocatecumenali. E gli altri?
Si può dare la colpa alla società che è
diventata cattiva, pagana, vale a
dire irreligiosa, ostile al discorso di fede, come la si accusa di essere. Ma
lo è veramente? Com’è che nelle parrocchie vicine le cose vanno diversamente e
la società appare molto meno ostile? La nostra parrocchia è capitata in un
quartiere particolarmente pagano?
E’ la società ad essere pagana o siamo noi ad essere stati cattivi pastori?
E se fosse che le pecore hanno trovato
insopportabile l’ovile perché non c’è quello che loro occorre?
La via neocatecumenale può essere proposta
come via per tutti, in particolare
per tutti i più giovani?
Cambiare è molto difficile, ora che il
processo di neocatecumenalizzazione della parrocchia è così avanzato. Manca la
gente, in parrocchia. Quanti formatori laici non neocatecumenali sono rimasti?
E la catechesi e tutte le altre attività di formazione (se mai si fanno), in
particolare quelle per la preparazione alla Cresima e al post-Cresima, sono svolte
secondo gli indirizzi della Diocesi o secondo quelli del Cammino neocatecumenale? I sacerdoti possono dire di avere il
controllo della catechesi per la Cresima e il post-Cresima?
Che fare?
Nelle nostre collettività di fede c’è un lavoro che ci si aspetta
specificamente dal sacerdote. Nessun altro può farlo. Va in giro e chiama la
gente, lancia l’appello di fede alla missione, come fece alle origini il
Maestro. “Vieni e seguimi!”. E poi
governa l’ovile, in modo che le pecore lo trovino accogliente.
Io vorrei che, come collettività locale di
fede, ci proponessimo un obiettivo: non perdere nemmeno uno dei tanti ragazzi
che l’anno scorso hanno fatto la Prima Comunione da noi. Nemmeno uno.
Da anni c’erano sempre meno candidati alla Prima Comunione, al contrario
delle parrocchie vicine. Si avevano notizie di gente che aveva preferito far
iniziare alla fede i propri figli in quelle parrocchie. Perché? Ora però che
sono cominciati a ritornare ce li dobbiamo fare amici.
I più giovani devono avere un luogo
accogliente proprio dove riunirsi, uno spazio della parrocchia che sia
consentito loro di gestire in autonomia e responsabilità, iniziandoli al metodo
democratico delle decisioni, dividendosi le varie mansioni e designandone periodicamente
i responsabili, con un sacerdote che li segua da vicino. Tavoli,
sedie, scaffalature per libri, impianto wireless, articoli di cancelleria e libri,
audiovisivi (proiettore e impianto per sentire musica). Il tutto ben protetto
dietro porte solide, per evitare di perdere tutto in un momento per l’azione di
predatori che colgono le occasioni che trovano. Ma non è solo da loro che viene
il pericolo. Vedo la dispersione della ricca
biblioteca parrocchiale, che mi riesce ancora inspiegabile, come l’ultima
gravissima manifestazione della crisi della quale ora, con la guida del nuovo
parroco, si sta tentando di avviare il
superamento.
Il
vescovo, presentando il nuovo parroco,
gli ha dato nove anni. Basteranno? Ne è già passato uno, e
tante cose sono iniziate a cambiare, ma tante ancora rimangono da fare.
Il
compito che ora appare più arduo per i sacerdoti della parrocchia è quello di tirar
su un nuovo gruppo di formatori per i più giovani. Ma quando li si avrà, sarà il
momento del vero nuovo inizio. Ci vuole gente giovane per seguire i più
giovani. Ad esempio per portarli in giro per la città e per l’Italia, e, perché
no?, per l’Europa, a conoscere ciò che c’è da conoscere. A Roma, il centro
della nostra esperienza religiosa, ci sono tanti stimoli da cogliere, tanta
gente interessante da incontrare, tante cose da apprendere. Non dobbiamo vivere
a Roma, dico a Roma!, come se vivessimo nell’ultimo paesino sperduto di
periferia. In un certo senso siamo al centro di tutto, ma ci eravamo fatti
periferia. La nostra parrocchia sembrava proprio essere diventata una di quelle
periferie esistenziali che il nostro
vescovo vorrebbe risollevare.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
