Prendersi cura della
casa comune
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| Pieter Bruegel, La Torre di Babele, 1563 (immagine da WEB) |
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| Ricostruzione dei giardini pensili dell'antica Babilonia (foto da WEB) |
L’enciclica Laudato si’, dell’anno
scorso, ha come sottotitolo: “sulla cura
della casa comune”. Si tratta di un testo che non ha precedenti nella
dottrina sociale. Questo risulta in modo evidente in particolare dalle note di
citazione, che fanno pochi riferimenti a precedenti documenti analoghi. Vi sono
invece molte citazioni di documenti di conferenze episcopali. Vi sono citazioni
di documenti dei papi regnanti dagli anni ‘70, ma con molti testi diversi dalle encicliche, contenuti in
discorsi e messaggi. Di documenti conciliari vi sono tre citazioni e riferimenti tratti tutti dalla
Costituzione La gioia e la speranza,
del Concilio Vaticano 2° (nota 50, sull’autonomia delle realtà terrene; nota
100, sull’uomo quale autore, centro e fine di tutta la vita economico-sociale;
nota 122, sul concetto di bene comune come l’insieme delle condizioni delle
vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli di raggiungere la
propria perfezione più pienamente e più speditamente). Ma è la prospettiva che
viene proposta che è molto diversa da quella dei precedenti insegnamenti della
dottrina sociale e anche dalla teologia francescana, a cui pure si fa
riferimento come principio ispiratore. Non basta rispettare e contemplare la
natura, e riconoscervi l’opera del Creatore: occorre averne cura. Non si tratta solo di soggiogare e sfruttare senza inaridire le risorse, lasciando ciò che
serve alle generazioni successive: occorre anche mantenere, e ove occorre
ristabilire, l’armonia del creato, di cui gli stessi esseri umani sono parte.
Occorre un’azione comune, collettiva, che non è più riferita, come nei
precedenti documenti che trattavano il tema, solo ai governanti, ma a tutti.
Questo richiede una conversione
su larga scala, la giustizia sociale tra le generazioni, un nuovo spirito
civico e nuove politiche. E’ in questione uno stile di vita. Ma anche il
sistema economico che regge le società contemporanee. Si parla di ecologia, parola che significa studio dell’ambiente, ma l’ambiente a cui si fa riferimento non è solo quello
naturale, ma in primo luogo quello sociale. Perché sono gli esseri umani ad
essere chiamati a prendersi cura
della creazione. Si è chiamati ad una rivoluzione
culturale:
114. Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di
procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia
non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo
diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno
vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la
marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi
positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini
distrutti da una sfrenatezza megalomane.
Passare da una civiltà della crescita
illimitata e dello spreco ad una della sobrietà e della cura dell’ambiente
richiede un lavoro specificamente politico, che nella Laudato si’ è specificamente
indicato come compito di tutti.
178. Il dramma di una politica focalizzata sui
risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende
necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi
elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con
misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio
investimenti esteri. 179. […
] Poiché il diritto, a volte, si dimostra
insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto
la pressione della popolazione. La società, attraverso organismi non
governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare
normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non controllano il
potere politico - nazionale, regionale e municipale - neppure è possibile un
contrasto dei danni ambientali. 181. […]
Occorre dare maggior spazio a una sana politica, capace di riformare le
istituzioni e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e
inerzie viziose.
Una
politica in cui il popolo abbia parte è
una politica democratica. E’ la prima volta che in un’enciclica vi è un così
forte appello al popolo per una politica democratica. In passato appelli del
genere erano rivolti ai governanti.
Si tratta di un portato della difficile accettazione dei processi democratici
da parte della dottrina sociale, che si è avuta compiutamente piuttosto
recentemente, solo con l’enciclica Il
centenario, del 1991, di Karol Wojtyla. Questo documento fu pubblicato in
un anno in cui tutto iniziò a cambiare molto velocemente in Europa: fu l’anno
della dissoluzione del comunismo sovietico in Russia. In Europa il processo
politico era iniziato nel 1989. Si trattò di sviluppi che in Occidente non si
erano previsti e che, quindi, sorpresero non poco. Si produsse, nell’Europa Orientale dominata
dal comunismo sovietico, una rivoluzione di sistema. Molto più, quindi, di una
rivoluzione politica, che comporta un cambio di chi comanda in politica. A quell'epoca si volle fondare, progettare e stabilire un nuovo sistema sociale, economico e politico insieme. E allora il
Wojtyla condusse i fedeli verso la democrazia, nei confronti della quale, fino ad allora, vi
erano state sempre molte riserve, e ancora per certi versi vi sono, tanto che
essa viene poco praticata nell’organizzazione religiosa e viene riservata a
quella civile.
Wojtyla fu tra i pochi, e il solo tra i grandi della Terra, a prevedere
il cambiamento dei sistemi politici integrati dell’Europa orientale, che
tenevano sostanzialmente prigioniere le Chiese di quelle regioni, e in
particolare la Chiesa polacca nella quale egli si era formato. Egli intuiva la
fragilità di quei governi nazionali. Ma, con il senno del poi, possiamo
riconoscere che non aveva veramente capito i moventi della rivoluzione in
corso. Egli si illudeva che fossero spirituali, che i popoli dell’Europa
orientale volessero rientrare nuovamente nel consesso delle genti della fede
che era alle radici della cultura civica europea.
Furono
strani moti rivoluzionari, quelli che cambiarono l’Europa in quegli anni. Ci fu
poca violenza. Non ci fu una classe contro l’altra. Non insorsero i ceti più poveri.
Si osservò che le piazze si riempirono di giovani e di professionisti, di gente
dei ceti più elevati della società. I governi, dinanzi a quelle piazze, e a
volte solo addirittura alla minaccia di raduni di piazza, mollarono tutto, come
convinti della propria inesistenza, come fu scritto. E’ stato osservato
(Zygmunt Bauman) che fu l’anelito al consumismo, alla libertà di creare e di
soddisfare sempre nuovi bisogni, che motivò gran parte delle folle che
manifestarono in piazza. Nella Germania orientale, dove, nel novembre 1989 si
produsse l’evento che viene denominato Crollo
del muro di Berlino, e che, in realtà, non comportò alcun crollo, ma solo l’apertura, su ordine
del Governo della Repubblica Democratica Tedesca, della frontiera che all’epoca
divideva in due la città di Berlino, non furono assaltati i palazzi della
politica, ma la gente si accalcò alla frontiera per andare in Occidente, vedere
che c’era, fare acquisti, incontrare parenti che da decenni non vedeva, però
poi facendo ritorno a casa attraverso la medesima frontiera.
Nei
sistemi economici e politici comunisti era vietato non lavorare e tutti avevano
una casa. Tutti potevano studiare e curarsi gratuitamente. Tutti avevano a
basso costo di che vivere. C’era tempo libero e venivano organizzati
gratuitamente svaghi e vacanze. Ma lo stato pretendeva di controllare i bisogni della gente, di decidere quali erano
meritevoli di soddisfazione e quali no. E
non riusciva neppure a soddisfare tutti i bisogni che riconosceva come degni.
Per cui nei negozi di stato c’era poca roba e, quando c’era, occorreva spesso
fare lunghe file per acquistarla. C’era il costume di comprare, ai bassi costi
che venivano praticati dallo stato, anche cose che non servivano al momento, ad
esempio scarpe di una taglia diversa da quella propria, per farne poi baratto.
Tutti i maggiori sforzi dello stato venivano dedicati all’industria pesante,
non a quella che produceva beni di consumo, per sorreggere i bisogni dell’apparato
militare. Infatti i governi di quel mondo vivevano in un perenne clima di
assedio, come agli esordi della rivoluzione bolscevica (quella che poi produsse
lo stato sovietico russo), nel 1917. E nell’industria si aveva di mira innanzi
tutto lo sviluppo sempre più rapido e imponente, non la sostenibilità
ambientale. Fu il desiderio di più beni di consumo la molla principale che
indusse le stesse classi dirigenti dei sistemi comunisti dell’Europa orientale
a cambiare politica, producendo una rivoluzione di sistema. A tutto ciò gli
strati meno ricchi, meno colti e più anziani delle popolazioni, infatti anche in quelle
società l’egualitarismo non era completo, rimasero sostanzialmente estranei. Furono
i più giovani e i ceti colti il motore
di quelle rivoluzioni.
Un
indizio significativo della dinamica che ho descritto può essere visto in un fatto
di cronaca avvenuto proprio a Roma. Nel 1991, venne in visita di stato in Italia il nuovo presidente della Russia,
Boris Eltsin. Sua moglie, mentre il marito si intratteneva in colloqui
politici, fu portata in visita per la città e, in particolare, nella Basilica
di Santa Maria Maggiore, che è in una zona della città non particolarmente
elegante, si tratta infatti di un quartiere popolare come il nostro, anche se
situato in centro. Uscendo dalla Basilica, la signora Eltsin vide lì di fronte
un supermercato popolare, che ancora c’è, volle entrare, lo girò tutto e fece
anche acquisti, sotto lo sguardo sbalordito delle commesse. Ne fu entusiasta.
Fu criticato e preso in giro questo suo ingenuo entusiasmo per un supermercato
popolare. Fu osservato che non aveva mostrato lo stesso entusiasmo durante la
visita allo storico chiesone. Era questo profluvio di merce che c’era nei
supermercati occidentali il sogno degli europei orientali.
[Cronaca dell'evento all'indirizzo WEB:
[Cronaca dell'evento all'indirizzo WEB:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/04/25/quella-prima-volta-di-eltsin-in-italia.html ]
Ora
tutta l’Europa sta di fronte alla sostenibilità del suo modello di sviluppo
consumistico, quello che è stato uno dei moventi più importanti delle
rivoluzioni nell’Europa orientale. Non ce n’è per tutti. L’induzione di sempre
nuovi bisogni genera spreco di risorse. Per cui mentre c’è chi non ha di che
vivere, ci sono quelli che consumano molto di più di ciò che ragionevolmente
sarebbe loro sufficiente per stare molto bene. Tutto è concentrato nella
soddisfazione dei bisogni individuali di chi
è riuscito a integrarsi nel sistema economico, mentre per i bisogni
sociali, ad esempio per i servizi pubblici e per le pensioni sembra che, nelle
nostre società straricche dell’Occidente, manchino sempre le risorse. Il
sistema economico non è stabile, perché, per sostenersi, ha necessità di crescere sempre. Ma può crescere solo soddisfacendo i
bisogni dei sempre meno che hanno di che pagare certi prezzi. Così, sembra che
più aumenta la capacità di soddisfare bisogni più diminuisca il numero di chi
può pagare e, dunque, più sia in pericolo la crescita
costante. Il lavoro diventa precario
perché la sua stabilità è uno di quei costi per i quali non si trovano mai le
risorse. Divenendo precario viene retribuito meno, e quindi diminuisce la
capacità di spesa delle masse. Quindi diminuiscono i consumi e la gente si
indebita per consumare. E’ stato osservato che il debito privato impone un
pesante servaggio alle persone, così come l’entità del debito pubblico ,ora che
la si vuole tenere sotto controllo, limita la spesa sociale con decremento del benessere collettivo. E’ un modello di
sviluppo squilibrato e fondamentalmente irrazionale, tanto che riesce difficile
anche ad istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea tenerlo sotto
controllo. Nelle crisi, poi, ognuno pensa che la soluzione sia di liberarsi
dall’onere della solidarietà verso gli altri. Ci si rinchiude nuovamente nei
confini nazionali, e, all’interno di essi, dentro quelli regionali o
comunali, e infine nel proprio privato. Ognuno vuole tenersi il suo. Spendere
ciò che produce. Il grido che sorge dalle masse è, in fondo: “Meno tasse!”. Chi oggi si adatterebbe ad
uno stile di vita più sobrio? Chi rinuncerebbe al miraggio della crescita costante?
Scrive Bergoglio nella Laudato si’:
222. La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di
intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e
contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal
consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse
tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che
“meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae
il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario,
rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa
essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione
personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una
capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di
fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre
la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non
possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera
accumulazione di piaceri.
Vedete come ragionando sulla Laudato si’ ci si è
messa di mezzo tanta storia recente? E come
sono venuti in primo piano argomenti politici? Siamo invitati a
costruire un nuovo modello di sviluppo, a realizzare nell’Europa finalmente (ma
per quanto ancora?) unita un nuovo modello di civiltà, una rivoluzione
sistemica analoga a quelle che cambiarono il nostro continente a cavallo tra
gli anni ’80 e ’90.
E' perché lo vuole, lo ordina, un papa?
Le
encicliche sociali sono state sempre un lavoro collettivo, anche se poi è il
sovrano religioso che le firma. Ci sono sempre stati molti redattori. Per la Laudato si’, per ciò che si è saputo, non è andata proprio
così. C’è effettivamente proprio il pensiero, e addirittura il lessico, del
Papa. Ma le idee che Bergoglio propone non sono in gran parte sue originali,
bensì sono state sviluppate in tutto il mondo da un movimento politico -
religioso molto vasto, come dimostrano le tante citazioni da testi di
Conferenze episcopali. C’è insomma, un popolo che reclama un nuovo modello di
sviluppo. Noi, da che parte stiamo?
Si
tratta, come è chiaro, di un lavoro che
coinvolge innanzi tutto la sfera di azione dei laici di fede. La cura della casa comune compete in primo luogo a loro.
Ecco dunque
l’esigenza di una specifica formazione, che va molto oltre quella catechistica
e che deve essere potenziata in particolare a partire da quella post Cresima. C’è necessità di studiare
e di fare esperienze. Di incontrare gente, anche al di fuori dell’Italia. Conoscere
per progettare il cambiamento. Di imparare a praticare il metodo democratico
nella discussione e nelle decisioni. Perché bisogna decidersi in masse e solo
la democrazia consente di farlo. Un’organizzazione che bisognerebbe creare
anche a livello parrocchiale: è da qui che la gente di fede deve essere educata ad
andare oltre, in particolare a ragionare su scala europea e mondiale. A essere
consapevole della prospettiva storica dei problemi.
Nella
nostra parrocchia siamo ancora ai primi passi e la dispersione della biblioteca
parrocchiale non aiuta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

