La
vita di fede come esperienza civile
![]() |
| Il prete barnabita emiliano Ugo Bassi (1841-1849), patriota risorgimentale, fucilato a Bologna dagli austriaci per la sua azione politica |
La fede può essere alla base di un’esperienza
civile? In Italia a lungo si è pensato che fosse possibile. Questo ha
caratterizzato molto la nostra religiosità. Una storia analoga si è vissuta in
Germania. In altre regioni europee la
fede è stata integrata nel nazionalismo: ma questa è un’altra cosa. Mi
riferisco, ad esempio, alla Spagna e alla Polonia. In Italia al centro di tutto ci sono stati dei
valori e il coinvolgimento delle masse mediante processi democratici. Tutto ciò
è durato fino agli anni ’80, poi si è presa un’altra strada. A questo punto,
però, la fede e la vita religiosa possono apparire inutili.
Di tutto ciò si sono avuti riflessi anche in
parrocchia. Ne ho scritto molto in passato. Ho ricordato i fermenti degli anni ’70.
La situazione di oggi, a paragone con quell’epoca, appare piuttosto impoverita.
C’è meno gente, si fanno meno cose. In passato, e molto a lungo, si è pensato che oltre a catechismo e famiglia
ci fosse poco di buono. In sostanza si sono rifiutati quasi due secoli di
storia, in cui la nostra Azione Cattolica è stata protagonista.
Negli ultimi vent’anni c’è stato anche un
problema di formazione del clero. Sono venuti a collaborare molti sacerdoti
stranieri, che non erano stati parte di quella storia di esperienza civile di
cui dicevo e neanche la conoscevano; non conoscendola non l’apprezzavano
neanche. E i sacerdoti italiani, a parte molte eccezioni naturalmente, mi pare
abbiano avuto una formazione molto ritualistica, molto centrata sul sacro, sull’incenso
e sugli accessori liturgici ad esempio. Quando ho avuto occasione di avvicinare
questi ambienti di seminaristi, mi ha fatto impressione la grande quantità di
incenso utilizzata, per cui me li ricordo sempre circonfusi di questa nebbia
azzurrina e profumata. E con noi visitatori laici i futuri preti sembravano non
avere molta dimestichezza: certo, eravamo meno disciplinati di loro,
introducevamo un elemento di disturbo in qualche modo, ma, in fondo, non
eravamo il gregge, quelli a cui loro
erano destinati? E’ un po’ quello che accade nelle Messe per le Prime
comunioni, a cui partecipa molta gente che si vede bene non essere abituata a stare in chiesa. Ma non è proprio questo il nostro
popolo? Quando lo si idealizza nei bei documenti del nostro supremo magistero,
popolo qui, popolo lì … tutto va bene, ma quando il popolo
esce dalla carta e diventa carne e sangue non fa più quella buona impressione.
E’ perché manca un’esperienza civile, di contatto e consuetudine in cui ognuno
sia ammesso veramente con la propria vita, in spirito repubblicano di eguaglianza, rispetto, amicizia: così si entra in
chiesa da estranei. Ma la liturgia serve appunto anche a suscitare un popolo diverso,
per precorrere un’esperienza civile di quel tipo, per cambiare le cose intorno
a noi, per scoprirci più che fratelli, legati più che altro da una certa storia biologica per cui abbiamo
un po’ le stesse facce, ma anche e soprattutto amici; non
serve solo a deodorare gli ambienti
con questi nugoli di incenso.
Si è puntato molto al perfezionamento interiore,
cercandolo di sorreggerlo con strutture di gruppo forti, che mi pare abbiano vissuto un po’ una vicenda analoga a
quelle di alcuni ordini religiosi, le
quali da luoghi di libertà personale dove vivere a pieno l’amicizia della fede
si sono trasformati in cupe prigioni, in particolare per le donne. Ma la vita di fede non sta solo in questo.
Agli albori del cattolicesimo democratico,
nel 1797, scriveva il bolognese Nicolò Fava Ghisilieri, in Riflessioni politico-morali raccolte da un solitario ad uso della
gioventù libera d’Italia [citato in Vittorio E. Giuntella, La religione amica della democrazia - i
cattolici democratici del Triennio Rivoluzionario (1976-1799)]:
“Quand’è che l’uomo può dirsi un buon
cittadino? Allorché, rispettando le leggi, e i diritti de’ suoi fratelli, rende
dolce e amabile la società a suoi simili, e rendendola dolce a se stesso non
può non amarla. Come si ottiene ciò, se non co’ principi della morale? Ma dove
vi fu mai morale più precisa, più certa, più dettagliata, più stabile della
morale dell’Evangelo, non abbandonata però alle interpretazioni in spirito
privato de’ protestanti? Ciò si è già dimostrato. Il più dolce, e il più soave
processo, che c’imponga una simile religione, qual altro è mai, se non quello
della Carità? E non è forse nel sistema repubblicano, che più si cerca di
fraternizzare? Or qual religione vi è più opportuna di questa a un tal uopo, se
c’istruisce, e ci obbliga a riguardarci tutti come fratelli. Le dissensioni
civili, che son tanto nemiche della Libertà, non trovano forse ostacolo, ne’
suoi precetti, che ci rendono rei dinanzi al Giudice supremo persino dei
temerari giudizi e delle maldicenze, che lacerano l’altrui fama, non che degli
odi covati a lungo nel seno?”
Ad uno
spirito religioso può non bastare di distinguersi dalla società, di starsene da
parte in un mondo tutto suo che, man mano che ci si separa, finisce per
diventare tutto fantasia, sogno, o peggio gioco di ruolo. E’ per questo che
siamo stati mandati nel mondo? Da giovane non avrei sopportato questa
prospettiva, che per altro non mi fu mai proposta, ma neanche da anziano mi ci
adatto. Però ci sono pochi posti in cui vivere un’esperienza civile animata
dalla fede. Uno deve fare da sé. Certe cose non te le spiegano in parrocchia e
nemmeno altrove. Viene tra noi uno come don Ciotti e sembra un marziano, una
persona da un altro mondo. Eppure intorno a lui ci sono tante persone di fede
che condividono la sua esperienza civile.
Da dove ripartire?
Direi dai più giovani perché in genere hanno
più tempo per la formazione: è il loro lavoro. Il tempo degli adulti è
affollato di tanti altri doveri e ne rimane poco per qualcos’altro. Oggi i più
giovani ci sfuggono forse perché il modo in cui presentiamo la religione la fa
apparire inutile per loro, se non peggio. Il nucleo di spinta di ogni
organizzazione, quello che ne consente la costante rigenerazione, è costituito
dai ventenni/trentenni. Ma non basta che ci siano: occorre che sappiano
lavorare in società, che non la temano, che non ne diffidino, che arrivino
anche ad amarla. Spesso in religione prospettiamo loro le fosche visioni del
futuro che hanno i più anziani, e che anche i nostri ultimi sovrani religiosi
ebbero nella loro vecchiaia. L’immagine di una società in disfacimento,
corrotta, preda del peccato e di pulsioni di morte. Ma non c’è solo questo
intorno a noi.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
