giovedì 30 giugno 2016

Collaborazione tra parrocchie

Collaborazione tra parrocchie

  Quando ci fu la Messa di insediamento del nuovo parroco, vennero i preti della Nona Prefettura, che raggruppa diverse parrocchie tra cui la nostra, e molti scoprirono, o ricordarono, che non siamo un’isola, ma una parte di un tutto più vasto.
  Di solito si vive in parrocchia come in un mondo chiuso, collegato con il resto dell’universo tramite i detti e i fatti del Papa. Questo porta a contare solo sulle proprie forze.
 Quest’anno, ad esempio, non abbiamo trovato forze giovani sufficienti per organizzare il campo scuola  per i ragazzi in formazione di secondo livello. Può darsi però che altre parrocchie ci siano riuscite. Perché non aggregarsi, collaborare, mettere insieme idee e risorse?
 Sentiamo la necessità di una formazione dei catechisti che li ponga in linea con gli orientamenti e i metodi della diocesi. Anche in questo caso si potrebbero costituire delle classi  interparrocchiali mettendo in comune docenti e relatori, ed anche le verifiche sperimentali dell’efficacia delle soluzioni attuate.
 Infine c’è la questione della partecipazione del popolo di fede. Da noi è scarsa. Si va in parrocchia più che altro come utenti  dei suoi servizi. Com’è la situazione nelle altre parrocchie? Uno scambio di idee potrebbe essere utile.
 L’anno scorso avevo proposto un sinodo  parrocchiale, un’esperienza attuata in molte parrocchie italiane e, in particolare, in quella di San Giuseppe Sposo, a via Bellinzona, a Bologna, la mia parrocchia di origine. Ma forse sarebbe meglio pensare a un sinodo inter-parrocchiale, perché la maggior parte dei problemi che ci troviamo ad affrontare sono comuni alle altre parrocchie e anche le soluzioni dovrebbero esserlo.
 Di solito quando si parla di queste cose, si usa, in ecclesialese, il gergo degli addetti ai lavori dei servizi religiosi, il termine pastorale. Ci sono agganci evangelici, naturalmente. Nei due millenni della nostra grande e tragica storia religiosa, però, questa parola è stata caricata di significati che non vanno più bene nel mondo di oggi.
 La gente di fede non deve essere paragonata a pecore e, soprattutto, non ci si deve attendere che si comporti come un vero gregge. Si tratta infatti di esseri umani, non di animali.
 Fin dalle origini le nostre collettività di fede non si sono condotte come greggi di pecore. Hanno prodotto dei pastori e orientamenti. Nei secoli, poi, si è attuata una certa dialettica tra popolo e capi religiosi del clero, i pastori che hanno preso a condursi come prìncipi medievali.  Con l’avvio dei processi democratici europei le cose sono cominciate a cambiare e, in particolare, dall’Ottocento. Ai tempi nostri serve un ruolo molto più attivo di tutti, non solo di coloro che hanno avuto il mandato di pastori. E’ il senso di molti principi formulati dai nostri stessi capi religiosi a partire dagli scorsi anni Sessanta. Ma come attuare questa corresponsabilità senza introdurre processi democratici e, soprattutto, senza iniziare a farne tirocinio su larga scala?
  Un buon numero dei piccoli feudi parrocchiali si sono progressivamente svuotati di senso a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e sono caduti in condizione di larve: ad uno a uno sono stati poi conquistati  da volenterosi riformatori, e così differenziandosi molto tra loro per ideologie dominanti e metodi di vita proposti, rompendo quell’ideale unità che è insita nel nostro discorso religioso, per cui si vorrebbe fare addirittura di tutta  l’umanità un’unica famiglia. Ora ricostituirla è difficile, soprattutto se si vuole fare da sé, e in particolare in una parrocchia come la nostra in cui il processo di differenziazione  religiosa è stato molto intenso.
  Scoprire di essere un mondo di umanità molto più grande di quello che si sospettava, condurrebbe a pensare più in grande, e quindi a confidare nel futuro, e anche a relativizzare, mettendolo in discussione alla luce degli orientamenti della diocesi, il potere che di fatto i capi dei piccoli gruppi particolari si sono arrogati in danno di quello inteso come  servizio  comune alla gente della parrocchia, nel periodo della crisi. Una volta che appaia chiaro che ci sono altre vie, altri metodi, quanto credito avrebbero, veramente, tra la gente quelle a lungo sperimentate da noi  nel passato? Come stabilirlo se non con processi democratici, che coinvolgano molte più persone di adesso?  Verso una concezione della parrocchia come casa di tutti  e non solo di quelli che ora  vi hanno voce.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.