Collaborazione
tra parrocchie
Quando ci fu la Messa di insediamento del
nuovo parroco, vennero i preti della Nona Prefettura, che raggruppa diverse
parrocchie tra cui la nostra, e molti scoprirono, o ricordarono, che non siamo
un’isola, ma una parte di un tutto più vasto.
Di solito si vive in parrocchia come in un
mondo chiuso, collegato con il resto dell’universo tramite i detti e i fatti
del Papa. Questo porta a contare solo sulle proprie forze.
Quest’anno, ad esempio, non abbiamo trovato
forze giovani sufficienti per organizzare il campo scuola per i ragazzi
in formazione di secondo livello. Può darsi però che altre parrocchie ci siano
riuscite. Perché non aggregarsi, collaborare, mettere insieme idee e risorse?
Sentiamo la necessità di una formazione dei
catechisti che li ponga in linea con gli orientamenti e i metodi della diocesi.
Anche in questo caso si potrebbero costituire delle classi interparrocchiali
mettendo in comune docenti e relatori, ed anche le verifiche sperimentali dell’efficacia
delle soluzioni attuate.
Infine c’è la questione della partecipazione
del popolo di fede. Da noi è scarsa. Si va in parrocchia più che altro come utenti dei suoi servizi. Com’è la situazione nelle
altre parrocchie? Uno scambio di idee potrebbe essere utile.
L’anno scorso avevo proposto un sinodo parrocchiale, un’esperienza attuata in molte
parrocchie italiane e, in particolare, in quella di San Giuseppe Sposo, a via
Bellinzona, a Bologna, la mia parrocchia di origine. Ma forse sarebbe meglio
pensare a un sinodo inter-parrocchiale,
perché la maggior parte dei problemi che ci troviamo ad affrontare sono comuni
alle altre parrocchie e anche le soluzioni dovrebbero esserlo.
Di solito quando si parla di queste cose, si
usa, in ecclesialese, il gergo degli
addetti ai lavori dei servizi religiosi, il termine pastorale. Ci sono agganci evangelici, naturalmente. Nei due
millenni della nostra grande e tragica storia religiosa, però, questa parola è
stata caricata di significati che non vanno più bene nel mondo di oggi.
La gente di fede non deve essere paragonata a
pecore e, soprattutto, non ci si deve attendere che si comporti come un vero
gregge. Si tratta infatti di esseri umani, non di animali.
Fin dalle origini le nostre collettività di
fede non si sono condotte come greggi di pecore. Hanno prodotto dei pastori e
orientamenti. Nei secoli, poi, si è attuata una certa dialettica tra popolo e
capi religiosi del clero, i pastori che
hanno preso a condursi come prìncipi medievali. Con l’avvio dei processi democratici europei
le cose sono cominciate a cambiare e, in particolare, dall’Ottocento. Ai tempi
nostri serve un ruolo molto più attivo di tutti, non solo di coloro che hanno
avuto il mandato di pastori. E’ il
senso di molti principi formulati dai nostri stessi capi religiosi a partire
dagli scorsi anni Sessanta. Ma come attuare questa corresponsabilità senza
introdurre processi democratici e, soprattutto, senza iniziare a farne
tirocinio su larga scala?
Un buon numero dei piccoli feudi parrocchiali si sono
progressivamente svuotati di senso a partire dagli anni Novanta del secolo
scorso e sono caduti in condizione di larve:
ad uno a uno sono stati poi conquistati da volenterosi riformatori, e così differenziandosi
molto tra loro per ideologie dominanti e metodi di vita proposti, rompendo
quell’ideale unità che è insita nel nostro discorso religioso, per cui si
vorrebbe fare addirittura di tutta l’umanità un’unica famiglia. Ora ricostituirla è difficile, soprattutto se si vuole
fare da sé, e in particolare in una parrocchia come la nostra in cui il
processo di differenziazione religiosa è stato molto intenso.
Scoprire di essere un mondo di umanità molto
più grande di quello che si sospettava, condurrebbe a pensare più in grande, e
quindi a confidare nel futuro, e anche a relativizzare, mettendolo in
discussione alla luce degli orientamenti della diocesi, il potere che di fatto
i capi dei piccoli gruppi particolari si sono arrogati in danno di quello
inteso come servizio comune alla gente della parrocchia, nel
periodo della crisi. Una volta che appaia chiaro che ci sono altre vie, altri
metodi, quanto credito avrebbero, veramente,
tra la gente quelle a lungo sperimentate da noi nel passato? Come stabilirlo se non con
processi democratici, che coinvolgano molte più persone di adesso? Verso una concezione della parrocchia come casa di tutti e non solo di quelli che ora vi
hanno voce.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.