Progetti
Sono passati alcuni mesi dall’inizio del nuovo corso della parrocchia e
cose nuove se ne vedono. La chiesa parrocchiale ha nuovi colori. Abbiamo avuto
tre turni di prime Comunioni, invece di quello unico dell’anno scorso. Ma c’è
ancora molto da fare. E non si tratta di cose da poco. Occorre programmare una
diversa impostazione culturale delle attività, e con cultura intendo innanzi
tutto gli stili di vita e di relazioni personali. Bisogna passare dalla clausura all’apertura.
Dall’autoritarismo al dialogo.
E, soprattutto, fare spazio ai giovani del quartiere, a prescindere dalla loro
stirpe. La nostra fede non è un fatto tribale, di sangue. Però lo diviene se i
giovani che rimangono, quelli che si espongono alla
formazione religiosa di secondo livello sono solo i figli nostri, vale a dire i figli dei più assidui.
Si osserva che gli adolescenti ci sfuggono. La prima osservazione da
fare è che probabilmente c’è qualcosa di sbagliato in ciò che proponiamo loro. Questo
comporterebbe però un’autocritica. E chi comanda in religione, clero e laici,
in genere è poco disposto a farla. Del resto si prende esempio dall’alto. Così
l’emorragia di giovani finisce per essere considerato un fatto naturale, come le piogge in primavera e
in autunno. Si aspetta che il ciclo si compia e che la gente torni, ad un certo
punto: nell’estate della vita, quando le capita di volere farsi una famiglia e
ha bisogno di aiuto in questo, o nell’autunno, da più anziani. Ma così qualcosa
si perde. Certe esperienze vanno fatte a tempo debito, e se non le si fa in
quel momento non si radicano o si radicano male. A quel punto la religione può
diventare una sorta di sortilegio, nell’attesa di miracolose svolte nella
propria vita, o di supporto etico, la ciliegina sulla torta di una vita
costruita su altri presupposti.
E se cominciassimo a pensare che gli adolescenti fuggono perché non
diamo loro quello di cui sentono il bisogno, per natura?
Gli anziani pensano che i più giovani
puntino al divertimento facile, all’ebrezza,
in tutti i sensi. Ma è una valutazione superficiale. Il lavoro dei giovani è
quello di sempre: crescere, integrarsi nella società, trovare un posto, fare
una famiglia. Non possono essere attratti da una proposta che li vuole fare
entrare in clausura. Da un mondo che
si separa dalla società intorno, che non conosce e che, soprattutto, non vuole conoscere. Che vive una fede
reclusa in fantasie bibliche, invece che nella tanto sbandierata e poco
praticata Parola. Se fede e vita si separano, la vita fugge.
Ci sono tanti bei progetti in corso in parrocchia.
Quello che mi pare tra i più urgenti è la riforma della formazione
religiosa e civile di secondo livello, per la Cresima e il post-Cresima.
Occorre cambiare completamente la sua impostazione. Occorrono nuovi animatori, un nuovo nucleo di induzione. Gente che non sia
oltre i trent’anni e che non abbia partiti presi ideologici. Bisogna puntare a
che, presto, quanto prima possibile, la formazione dei più giovani divenga
anche auto-formazione, un po’ secondo
il metodo scout inventato da Baden-Powell. L’etica deve avere un suo posto,
perché lo ha nella vita degli umani, ma occorre dismettere ossessioni
impraticabili di polizia sessuale. Certe cose vanno lasciate alla coscienza
personale e al rapporto sacramentale con il sacerdote.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli