mercoledì 25 maggio 2016

Progetti

Progetti

  Sono passati alcuni mesi dall’inizio del nuovo corso della parrocchia e cose nuove se ne vedono. La chiesa parrocchiale ha nuovi colori. Abbiamo avuto tre turni di prime Comunioni, invece di quello unico dell’anno scorso. Ma c’è ancora molto da fare. E non si tratta di cose da poco. Occorre programmare una diversa impostazione culturale delle attività, e con cultura  intendo innanzi tutto gli stili di vita e di relazioni personali. Bisogna passare dalla clausura  all’apertura. Dall’autoritarismo  al dialogo. E, soprattutto, fare spazio ai giovani del quartiere, a prescindere dalla loro stirpe. La nostra fede non è un fatto tribale, di sangue. Però lo diviene se i giovani che  rimangono, quelli che si espongono alla formazione religiosa di secondo livello sono solo i figli nostri, vale a dire i figli dei più assidui.
   Si osserva che gli adolescenti ci sfuggono. La prima osservazione da fare è che probabilmente c’è qualcosa di sbagliato in ciò che proponiamo loro. Questo comporterebbe però un’autocritica. E chi comanda in religione, clero e laici, in genere è poco disposto a farla. Del resto si prende esempio dall’alto. Così l’emorragia di giovani finisce per essere considerato un fatto naturale, come le piogge in primavera e in autunno. Si aspetta che il ciclo si compia e che la gente torni, ad un certo punto: nell’estate della vita, quando le capita di volere farsi una famiglia e ha bisogno di aiuto in questo, o nell’autunno, da più anziani. Ma così qualcosa si perde. Certe esperienze vanno fatte a tempo debito, e se non le si fa in quel momento non si radicano o si radicano male. A quel punto la religione può diventare una sorta di sortilegio, nell’attesa di miracolose svolte nella propria vita, o di supporto etico, la ciliegina sulla torta di una vita costruita su altri presupposti.
  E se cominciassimo a pensare che gli adolescenti fuggono perché non diamo loro quello di cui sentono il bisogno, per  natura?
    Gli anziani pensano che i più giovani puntino al divertimento facile, all’ebrezza, in tutti i sensi. Ma è una valutazione superficiale. Il lavoro dei giovani è quello di sempre: crescere, integrarsi nella società, trovare un posto, fare una famiglia. Non possono essere attratti da una proposta che li vuole fare entrare in clausura. Da un mondo che si separa dalla società intorno, che non conosce e che, soprattutto, non vuole conoscere. Che vive una fede reclusa in fantasie bibliche, invece che nella tanto sbandierata e poco praticata Parola.  Se fede e vita si separano, la vita fugge.
  Ci sono tanti bei progetti in corso in parrocchia.
  Quello che mi pare tra i più urgenti è la riforma della formazione religiosa e civile di secondo livello, per la Cresima e il post-Cresima. Occorre cambiare completamente la sua impostazione.  Occorrono nuovi animatori, un nuovo nucleo di induzione. Gente che non sia oltre i trent’anni e che non abbia partiti presi ideologici. Bisogna puntare a che, presto, quanto prima possibile, la formazione dei più giovani divenga anche auto-formazione, un po’ secondo il metodo scout inventato da Baden-Powell. L’etica deve avere un suo posto, perché lo ha nella vita degli umani, ma occorre dismettere ossessioni impraticabili di polizia sessuale. Certe cose vanno lasciate alla coscienza personale e al rapporto sacramentale con il sacerdote.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli