giovedì 26 maggio 2016

Competenza come esercizio di fede

Competenza come esercizio di fede

  Negli anni ’30, con la fondazione del Movimento dei laureati cattolici nell’ambito dell’Azione Cattolica, si pensò a una via della fede che passasse per il miglioramento della competenza professionale e si manifestasse come tale nella società. L’idea venne a Giovanni Battista Montini, sulla base dell’esperienza da lui fatta tra gli universitari cattolici della FUCI. Era un’esperienza specificamente laicale, anche se comportava il costante contatto con un clero colto, e quindi con la sua teologia, la disciplina che all’epoca, ma anche oggi, costituiva la parte principale della sua cultura. In Italia si viveva l’epoca della quasi totale compromissione dei cattolici con il regime fascista, il quale stava profondamente rimodellando secondo i suoi principi la società italiana. In quel clima, negli ambienti degli universitari cattolici, si formò una buona parte della classe dirigente politica del futuro dopoguerra, quella che progettò e attuò la nuova democrazia di popolo nella quale ancora viviamo. Il discorso partì dalla critica dell’idea che la cultura fosse solo fattore di divisione e che si potessero solo trovare accordi precari su questioni di interesse, concludendo accordi contrattuali.
 Nel libretto “Coscienza universitaria”, del 1930, Montini stigmatizza questo ragionamento che sentiva fare all’epoca:
“E’ questione di principi: ciascuno ha i suoi; è impossibile andare d’accordo sui principi. Ciascuno conserva le sue idee. Piuttosto possiamo andare d’accordo per via di fatto; non in teoria, ma in pratica; nel campo degli affari. Questi sì, sono di tutti, perché non sono opinioni”.
 Per il Montini, invece, è proprio sui principi che poteva avvenire l’accordo, per “vincere i dissidi  inevitabili nella pratica, e di tollerare, anzi di promuovere  le libere esplicazioni esteriori”. “E’ così” - scriveva in quel testo - “che avere un pensiero, una dottrina, un’ideologia non è ostacolo alle formazioni collettive, ma diventa una necessità, e costituisce allo stesso tempo la garanzia più stabile degli organismi sociali e la semplificazione più benefica e liberatrice delle pesantezze burocratiche e autoritarie. E’ così che viene creandosi nel desiderio universale, e formulandosi nel sapere dei maestri un concetto uniforme  della vita umana, della civiltà, del mondo, e di conseguenza le finalità dell’operare umano cessano di essere contraddittorie ed avversarie, e che il faticato travaglio dei popoli evita la disillusione e la decadenza finale del progresso troppo maturo e cosciente”.
  Secondo Montini, è  perché, nella fede,  “crediamo al fondamento oggettivo della verità che abbiamo fiducia d’incontrare in essa, come in un punto unico di riferimento, le menti che vanno cercandola o che l’hanno trovata”.
  “Dialogare sui principi per trovare unità di pensiero e di azione”, questa la via proposta in un’epoca in cui, invece, l’unità veniva ricercata mediante la sottomissione acritica ad un capo  politico assoluto.
 Occorreva però uno sforzo, un impegno, per “vincere tutte le indolenze, i dilettantismi, gli estetismi” per “riprendere fiducia nella scienza, nella competenza, nella elaborazione dura, lenta, riflessiva dei materiali della cultura”.
 Bisogna considerare che a quei tempi in religione si diffidava profondamente della cultura diversa da quella della teologia ortodossa. Si veniva dalla persecuzione anti-modernista di inizio secolo. I modernisti proponevano di aggiornare per via di ragionamento e dialogo la teologia cattolica. Uno dei campi di riflessione era quello della  conciliazione  tra fede e democrazia. Sotto il regime mussoliniano, il nostro sovrano religioso dell’epoca preferì, in Italia, un altro tipo di conciliazione, sacrificando la democrazia. E il discutere di democrazia, che all’epoca era addirittura un reato per gli italiani, venne a lungo sospettato di eresia.
  La situazione dei tempi nostri è molto diversa da quella dell’Italia degli anni ’30. Ma il fascismo storico ha lasciato un’impronta profonda nel nostro popolo di fede, anche se i più non ne hanno consapevolezza. Si produsse una intensa contaminazione culturale tra fede e ideologia politica. E’ qualcosa che si è trasmessa di genitori in figli, si tratta di stili di vita. Idee tipicamente fasciste, come quelle della necessità di gerarchie sociali rigide in ogni ambiente sociale, a partire da quello familiare, sono ampiamente diffuse e praticate. O come quella di un ordine sociale presidiato nel popolo da un’unica fede, sulla quale non si deve discutere, ma solo obbedire. Tutte le volte che si fa del credere  un semplice obbedire, ci si richiama, in genere senza capirlo bene, all’ideologia fascista.
  E di questi tempi, di fronte ai problemi causati dalle intense migrazioni dall’Asia e dall’Africa, certi atteggiamenti fascisti secondo i quali l’Italia è portatrice di una civiltà superiore che va imposta agli altri popoli si fanno sentire potentemente.
  Di solito la formazione religiosa non si occupa di quei problemi: è ridotta all’essenziale. I giovani, allora, non vi trovano quello che veramente serve loro in società. E finiscono per abbandonare la fede, come ad un certo punto abbandonano altre fantasie infantili e i loro giochi di bimbi. La recuperano, talvolta, in una versione  fascistizzata, come ideologia di discriminazione sociale.
  Negli anni ’30 la formazione scolastica della gente italiana era incomparabilmente inferiore a quella di oggi: la gran parte della popolazione era semi-analfabeta. La nuova democrazia italiana fu consolidata anche per via di istruzione.
 Ai tempi nostri è possibile a tutti estendere la proposta che Montini fece agli universitari degli anni 30. Una formazione insieme civile e religiosa basata sul tirocinio al dialogo e sull’impegno ad approfondire le questioni.  E’ cosa che riguarda anche l’esercizio  del potere, che in democrazia è diffuso. L’obbedienza, in democrazia, non è un virtù, ma la più subdola delle tentazioni, come scrisse Lorenzo Milani. Lui educava i suoi ragazzi, figli di poveri montanari, all’esercizio consapevole della democrazia e lo faceva da maestro di fede. Inizialmente osteggiato dalle autorità religiose, come purtroppo  è accaduto alla quasi totalità degli innovatori nella nostra confessione, la sua scuola  è divenuta poi un modello, anche in religione. Oggi però non ci sono abbastanza preti per sostenerla: occorre valersi della collaborazione dei laici. Ma quanti sono preparati per una cosa del genere? Nella catechesi per gli adulti, in particolare, vedo riproposti superficialmente dai laici modelli autoritari di impronta clericale. Ma i catechisti non hanno in genere la preparazione dei preti. E’ possibile, poi, utilizzare stili catechistici per insegnare dottrina sociale e quindi anche l’impegno politico? Direi che è assolutamente sconsigliato. Se si agisce in democrazia, bisogna innanzi tutto fare tirocinio di democrazia. Altrimenti si va a cercare sempre qualcuno a cui  obbedire  e tutto presto degenera.
  I nostri giovani devono inserirsi e lavorare in un contesto democratico. Se insegniamo a diffidarne, ci lasceranno, perché i nostri discorsi di fede appariranno loro inutili. Un giovane non ha tempo da perdere. Forse qualcuno ritornerà, ma allora, sotto certi punti di vista, ci apparirà come irriconoscibile. Bisognava non perderlo, prima.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli