Competenza come
esercizio di fede
Negli anni ’30, con la fondazione del Movimento dei laureati cattolici
nell’ambito dell’Azione Cattolica, si pensò a una via della fede che passasse
per il miglioramento della competenza professionale e si manifestasse come tale
nella società. L’idea venne a Giovanni Battista Montini, sulla base dell’esperienza
da lui fatta tra gli universitari cattolici della FUCI. Era un’esperienza
specificamente laicale, anche se comportava il costante contatto con un clero
colto, e quindi con la sua teologia, la disciplina che all’epoca, ma anche
oggi, costituiva la parte principale della sua cultura. In Italia si viveva l’epoca
della quasi totale compromissione dei cattolici con il regime fascista, il
quale stava profondamente rimodellando secondo i suoi principi la società
italiana. In quel clima, negli ambienti degli universitari cattolici, si formò
una buona parte della classe dirigente politica del futuro dopoguerra, quella
che progettò e attuò la nuova democrazia di popolo nella quale ancora viviamo.
Il discorso partì dalla critica dell’idea che la cultura fosse solo fattore di
divisione e che si potessero solo trovare accordi precari su questioni di
interesse, concludendo accordi contrattuali.
Nel libretto “Coscienza universitaria”, del
1930, Montini stigmatizza questo ragionamento che sentiva fare all’epoca:
“E’ questione
di principi: ciascuno ha i suoi; è impossibile andare d’accordo sui principi.
Ciascuno conserva le sue idee. Piuttosto possiamo andare d’accordo per via di
fatto; non in teoria, ma in pratica; nel campo degli affari. Questi sì, sono di
tutti, perché non sono opinioni”.
Per il Montini, invece, è proprio sui principi
che poteva avvenire l’accordo, per “vincere
i dissidi inevitabili nella pratica, e
di tollerare, anzi di promuovere le
libere esplicazioni esteriori”. “E’ così” - scriveva in quel testo - “che avere
un pensiero, una dottrina, un’ideologia non è ostacolo alle formazioni
collettive, ma diventa una necessità, e costituisce allo stesso tempo la
garanzia più stabile degli organismi sociali e la semplificazione più benefica
e liberatrice delle pesantezze burocratiche e autoritarie. E’ così che viene
creandosi nel desiderio universale, e formulandosi nel sapere dei maestri un
concetto uniforme della vita umana,
della civiltà, del mondo, e di conseguenza le finalità dell’operare umano
cessano di essere contraddittorie ed avversarie, e che il faticato travaglio
dei popoli evita la disillusione e la decadenza finale del progresso troppo
maturo e cosciente”.
Secondo Montini, è perché, nella
fede, “crediamo al fondamento oggettivo della verità che abbiamo fiducia d’incontrare
in essa, come in un punto unico di riferimento, le menti che vanno cercandola o
che l’hanno trovata”.
“Dialogare sui principi per
trovare unità di pensiero e di azione”, questa la via proposta in un’epoca
in cui, invece, l’unità veniva ricercata mediante la sottomissione acritica ad
un capo politico assoluto.
Occorreva però uno sforzo, un impegno, per “vincere tutte le indolenze, i
dilettantismi, gli estetismi” per “riprendere
fiducia nella scienza, nella competenza, nella elaborazione dura, lenta,
riflessiva dei materiali della cultura”.
Bisogna considerare che a
quei tempi in religione si diffidava profondamente della cultura diversa da
quella della teologia ortodossa. Si veniva dalla persecuzione anti-modernista
di inizio secolo. I modernisti
proponevano di aggiornare per via di
ragionamento e dialogo la teologia cattolica. Uno dei campi di riflessione era
quello della conciliazione tra fede e democrazia. Sotto il regime
mussoliniano, il nostro sovrano religioso dell’epoca preferì, in Italia, un
altro tipo di conciliazione, sacrificando
la democrazia. E il discutere di democrazia,
che all’epoca era addirittura un reato per gli italiani, venne a lungo
sospettato di eresia.
La
situazione dei tempi nostri è molto diversa da quella dell’Italia degli anni ’30.
Ma il fascismo storico ha lasciato un’impronta profonda nel nostro popolo di
fede, anche se i più non ne hanno consapevolezza. Si produsse una intensa
contaminazione culturale tra fede e ideologia politica. E’ qualcosa che si è
trasmessa di genitori in figli, si tratta di stili di vita. Idee tipicamente
fasciste, come quelle della necessità di gerarchie sociali rigide in ogni
ambiente sociale, a partire da quello familiare, sono ampiamente diffuse e
praticate. O come quella di un ordine sociale presidiato nel popolo da un’unica
fede, sulla quale non si deve discutere, ma solo obbedire. Tutte le volte che
si fa del credere un semplice obbedire, ci si richiama, in genere senza capirlo bene, all’ideologia
fascista.
E di questi tempi, di fronte ai problemi causati dalle intense
migrazioni dall’Asia e dall’Africa, certi atteggiamenti fascisti secondo i
quali l’Italia è portatrice di una civiltà superiore che va imposta agli altri
popoli si fanno sentire potentemente.
Di solito la formazione religiosa non si occupa di quei problemi: è
ridotta all’essenziale. I giovani, allora, non vi trovano quello che veramente
serve loro in società. E finiscono per abbandonare la fede, come ad un certo
punto abbandonano altre fantasie infantili e i loro giochi di bimbi. La
recuperano, talvolta, in una versione fascistizzata, come ideologia di
discriminazione sociale.
Negli anni ’30 la formazione scolastica della gente italiana era
incomparabilmente inferiore a quella di oggi: la gran parte della popolazione
era semi-analfabeta. La nuova democrazia italiana fu consolidata anche per via
di istruzione.
Ai tempi nostri è possibile a tutti estendere
la proposta che Montini fece agli universitari degli anni 30. Una formazione
insieme civile e religiosa basata sul tirocinio al dialogo e sull’impegno ad
approfondire le questioni. E’ cosa che
riguarda anche l’esercizio del potere,
che in democrazia è diffuso. L’obbedienza,
in democrazia, non è un virtù, ma la più subdola delle tentazioni, come scrisse
Lorenzo Milani. Lui educava i suoi ragazzi, figli di poveri montanari, all’esercizio
consapevole della democrazia e lo faceva da maestro di fede. Inizialmente
osteggiato dalle autorità religiose, come purtroppo è accaduto alla quasi totalità degli innovatori
nella nostra confessione, la sua scuola è divenuta poi un modello, anche in
religione. Oggi però non ci sono abbastanza preti per sostenerla: occorre
valersi della collaborazione dei laici. Ma quanti sono preparati per una cosa
del genere? Nella catechesi per gli adulti, in particolare, vedo riproposti
superficialmente dai laici modelli autoritari di impronta clericale. Ma i
catechisti non hanno in genere la preparazione dei preti. E’ possibile, poi,
utilizzare stili catechistici per insegnare dottrina
sociale e quindi anche l’impegno politico? Direi che è assolutamente
sconsigliato. Se si agisce in democrazia, bisogna innanzi tutto fare tirocinio
di democrazia. Altrimenti si va a cercare sempre qualcuno a cui obbedire e tutto presto degenera.
I nostri giovani devono inserirsi e lavorare in un contesto democratico.
Se insegniamo a diffidarne, ci lasceranno, perché i nostri discorsi di fede
appariranno loro inutili. Un giovane
non ha tempo da perdere. Forse qualcuno ritornerà, ma allora, sotto certi punti
di vista, ci apparirà come irriconoscibile. Bisognava non perderlo, prima.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli