Il partito - Chiesa
Sotto un certo punto di vista le nostre collettività religiose
nazionali, nel complesso, sono l’unico partito politico solido, con una struttura e
un’ideologia definite, con un personale proprio stipendiato, con centri di
formazione culturale e operativa di alto livello, con sezioni locali disposte
capillarmente sul territorio, con un numero consistente di membri eletti in
organi di rappresentanza politica, con fonti di finanziamento pubblico in
costante espansione, che è rimasto in un contesto di partiti politici liquidi, evanescenti, basati su strategie
mediatiche di comunicazione e fascinazione di massa, centrati prevalentemente
su certe figure personali di capi, sempre a corto di quattrini, senza più
luoghi di formazione alla politica, senza ideologia propria. La natura di
partito politico di un'organizzazione dipende dall’azione collettiva svolta in società e noi in
religione la svolgiamo certamente: cerchiamo ad esempio di promuovere
l’approvazione di certe leggi e contestiamo quella di altre, siamo stati
sostanzialmente parte di coalizioni di governo, cerchiamo di orientare gli
elettori al momento debito, prendiamo posizione sul prossimo referendum
costituzionale, abbiamo promosso e ci proponiamo di proporre referendum. Da
quando non c’è più la mediazione di un partito cristiano, quali furono prima e a lungo la Democrazia Cristiana e
poi, in misura minore e per un tempo molto più breve, il Partito Popolare e il
CCD, agiamo in presa diretta, come
collettività e istituzioni religiose. Di questa realtà, in passato, si riteneva
fosse sconveniente parlare in termini espliciti. Ora non più. Bergoglio ha
detto francamente che è un dovere religioso immischiarsi
in politica. Ma ha semplicemente reso esplicita una situazione già da tempo in atto. La nostra gerarchia del clero, in
particolare in persona dei papi, è stata dalla metà del primo millennio della
nostra era uno degli attori politici più importanti in Italia. La democrazia
non si è potuta affermare veramente da noi fino a che essa non ha dato il via
libera, nel secondo dopoguerra, e, anche allora, attraverso il partito cristiano ne è stata sostanzialmente
arbitra. Dopo la fine di quel partito ha
continuato a svolgere un ruolo importantissimo, tanto che un intervento del
presidente dei vescovi italiani, a fine 2011, ha addirittura segnato la fine di
un ciclo politico che durava dal 1994. Si è parlato, a quel proposito, di un
governo terminato per decreto di un
arcivescovo. E si è segnalato che se una coalizione di governo era caduta per
decreto di un arcivescovo, ciò poteva essere interpretato nel senso che il partito dell’arcivescovo ne facesse parte.
Nonostante questa realtà, nelle nostre parrocchie in genere si discute
pochissimo, o per nulla, di politica. La
si respira nell’aria, però. Arriva per vie di pronunce dei nostri capi religiosi. Ma
le scelte politiche appaiono, vengono presentate, come conseguenze necessarie di una certa teologia, per cui potrebbero
quasi essere dedotte razionalmente dai testi sacri. Il dialogo viene confuso
con le discussioni e queste ultime con la confusione. Inoltre si ritiene
sconveniente discutere su pronunce dei nostri capi religiosi. C’è
qualcuno che se la sente veramente di discutere
di un’enciclica? Al più si cerca di capirla, e non sempre può essere facile
farlo per il gergo teologico in cui è scritta, e poi ci si propone di metterla in pratica. Su questo punto la
teologia del Bergoglio ha portato delle novità. Proprio per il ruolo più attivo
che ci si aspetta dai laici in questi campi. Ma esso richiede una formazione. Non si tratta di formare
delle élite, un corpo qualificato di
capi, ma di fare istruzione popolare. Le élite
tra noi già ci sono e, in fondo, stanno deve devono, vale a dire ai vertici
della società. L’immagine delle nostre collettività come di gente esclusa o
emarginata dal potere è veramente irrealistica. Il problema riguarda le altre
persone, che ora sono considerate un po’ solo come massa di manovra nei grandi
eventi organizzati dalla nostra gerarchia del clero, persone a cui si insegna
che fare e che dire, in piazza o alle urne. Occorre ricostituire e diffondere
una cultura popolare della politica in modo che questo popolo sovrano possa esserlo veramente, in modo da elevare la gente
alla sovranità. Ma che ne sarà, così, della sovranità
della Chiesa, vale a dire dei nostri capi religiosi, di cui si parla
anche nella nostra Costituzione, all’art.7. Un bel problema. Una Chiesa può essere sovrana in un regime di
democrazia di popolo? E in che cosa si può esprimere questa sovranità senza
recare una grave lesione all’organizzazione politica democratica? C’è chi ha visto in quella norma
costituzionale una stonatura, tanto che è tra le poche in cui si parla di
Stato, invece che di Repubblica (“Lo
Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e
sovrani”). Fu il risultato di un compromesso. Ci guadagnammo l’appoggio dei
papi alla democrazia italiana, che non era scontato dati i precedenti. Ma
qualcosa si perse, sicuramente.
Non è un problema, in democrazia, l’azione politica ispirata dalla fede.
Lo è quando la si sviluppa prevalentemente per obbedienza e non per convinzione basata su un dialogo. Quando,
insomma, vi è una carenza di cultura politica democratica. Essa, del resto, è
un problema comune in Italia, I cattolici democratici hanno storicamente
considerato riforma in senso democratico dello stato e della società e riforma
della Chiesa come strettamente collegate, proprio per il ruolo politico svolto
dalla Chiesa in Italia, in particolare agli albori dei processi democratici.
Il problema è quando una Chiesa si organizza e
agisce come un (uno e uno solo)
partito politico e non come sede del dialogo, alla luce della fede, fra diverse
scelte politiche. I più giovani non ne hanno fatto esperienza diretta, si
tratta di cose che forse hanno letto sui libri di storia, ma il pluralismo in
politica è stata una difficile conquista culturale nelle nostre collettività di
fede. Esso però non è mai entrato nelle nostre parrocchie, nelle quali in
genere si è preferito evitare discussioni
e lasciare fuori la politica. Ora però i fedeli sono spinti ad immischiarsi in politica, ma mancano di centri di orientamento democratico alla luce della loro fede, se non
a livello universitario, nelle università religiose, ambienti che però sono
inaccessibili ai più. E il manualetto del Compendio
della dottrina sociale, per quanto molto utile ad una prima presa di
contatto con questi problemi, non basta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli