venerdì 27 maggio 2016

Il partito - Chiesa

Il partito - Chiesa

  Sotto un certo punto di vista le nostre collettività religiose nazionali, nel complesso, sono l’unico partito politico  solido, con una struttura e un’ideologia definite, con un personale proprio stipendiato, con centri di formazione culturale e operativa di alto livello, con sezioni  locali disposte capillarmente sul territorio, con un numero consistente di membri eletti in organi di rappresentanza politica, con fonti di finanziamento pubblico in costante espansione, che è rimasto in un contesto di partiti politici  liquidi, evanescenti, basati su strategie mediatiche di comunicazione e fascinazione di massa, centrati prevalentemente su certe figure personali di capi, sempre a corto di quattrini, senza più luoghi di formazione alla politica, senza ideologia propria. La natura di partito politico di un'organizzazione dipende dall’azione collettiva svolta in società e noi in religione la svolgiamo certamente: cerchiamo ad esempio di promuovere l’approvazione di certe leggi e contestiamo quella di altre, siamo stati sostanzialmente parte di coalizioni di governo, cerchiamo di orientare gli elettori al momento debito, prendiamo posizione sul prossimo referendum costituzionale, abbiamo promosso e ci proponiamo di proporre referendum. Da quando non c’è più la mediazione di un partito cristiano, quali furono prima e a lungo la Democrazia Cristiana e poi, in misura minore e per un tempo molto più breve, il Partito Popolare e il CCD, agiamo in presa diretta, come collettività e istituzioni religiose. Di questa realtà, in passato, si riteneva fosse sconveniente parlare in termini espliciti. Ora non più. Bergoglio ha detto francamente che è un dovere religioso immischiarsi  in politica. Ma ha semplicemente reso esplicita una situazione già da tempo in atto. La nostra gerarchia del clero, in particolare in persona dei papi, è stata dalla metà del primo millennio della nostra era uno degli attori politici più importanti in Italia. La democrazia non si è potuta affermare veramente da noi fino a che essa non ha dato il via libera, nel secondo dopoguerra, e, anche allora, attraverso il partito cristiano ne è stata sostanzialmente arbitra.  Dopo la fine di quel partito ha continuato a svolgere un ruolo importantissimo, tanto che un intervento del presidente dei vescovi italiani, a fine 2011, ha addirittura segnato la fine di un ciclo politico che durava dal 1994. Si è parlato, a quel proposito, di un governo terminato per decreto di un arcivescovo. E si è segnalato che se una coalizione di governo era caduta per decreto di un arcivescovo, ciò poteva essere interpretato nel senso che il partito  dell’arcivescovo ne facesse parte.
  Nonostante questa realtà, nelle nostre parrocchie in genere si discute pochissimo,  o per nulla, di politica. La si respira nell’aria, però. Arriva per vie di pronunce dei nostri capi religiosi. Ma le scelte politiche appaiono, vengono presentate, come conseguenze necessarie  di una certa teologia, per cui potrebbero quasi essere dedotte razionalmente dai testi sacri. Il dialogo viene confuso con le  discussioni e queste ultime con la confusione. Inoltre si ritiene sconveniente discutere  su pronunce dei nostri capi religiosi. C’è qualcuno che se la sente veramente di discutere  di un’enciclica? Al più si cerca di capirla, e non sempre può essere facile farlo per il gergo teologico in cui è scritta, e poi ci si propone di metterla in pratica. Su questo punto la teologia del Bergoglio ha portato delle novità. Proprio per il ruolo più attivo che ci si aspetta dai laici in questi campi. Ma esso richiede una formazione. Non si tratta di formare delle élite, un corpo qualificato di capi, ma di fare istruzione popolare. Le élite tra noi già ci sono e, in fondo, stanno deve devono, vale a dire ai vertici della società. L’immagine delle nostre collettività come di gente esclusa o emarginata dal potere è veramente irrealistica. Il problema riguarda le altre persone, che ora sono considerate un po’ solo come massa di manovra  nei grandi eventi organizzati dalla nostra gerarchia del clero, persone a cui si insegna che fare e che dire, in piazza o alle urne. Occorre ricostituire e diffondere una cultura popolare della politica in modo che questo popolo sovrano possa esserlo veramente, in modo da elevare la gente alla sovranità. Ma che ne sarà, così, della sovranità  della Chiesa, vale a dire dei nostri capi religiosi, di cui si parla anche nella nostra Costituzione, all’art.7. Un bel problema. Una  Chiesa può essere sovrana  in un regime di democrazia di popolo? E in che cosa si può esprimere questa sovranità senza recare una grave lesione all’organizzazione politica democratica?  C’è chi ha visto in quella norma costituzionale una stonatura, tanto che è tra le poche in cui si parla di Stato, invece che di Repubblica (“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”). Fu il risultato di un compromesso. Ci guadagnammo l’appoggio dei papi alla democrazia italiana, che non era scontato dati i precedenti. Ma qualcosa si perse, sicuramente.
  Non è un problema, in democrazia, l’azione politica ispirata dalla fede. Lo è quando la si sviluppa prevalentemente per obbedienza e non per convinzione basata su un dialogo. Quando, insomma, vi è una carenza di cultura politica democratica. Essa, del resto, è un problema comune in Italia, I cattolici democratici hanno storicamente considerato riforma in senso democratico dello stato e della società e riforma della Chiesa come strettamente collegate, proprio per il ruolo politico svolto dalla Chiesa in Italia, in particolare agli albori dei processi democratici.
 Il problema è quando una Chiesa si organizza e agisce come un (uno e uno solo) partito politico e non come sede del dialogo, alla luce della fede, fra diverse scelte politiche. I più giovani non ne hanno fatto esperienza diretta, si tratta di cose che forse hanno letto sui libri di storia, ma il pluralismo in politica è stata una difficile conquista culturale nelle nostre collettività di fede. Esso però non è mai entrato nelle nostre parrocchie, nelle quali in genere si è preferito evitare discussioni e lasciare fuori  la politica. Ora però i fedeli sono spinti ad immischiarsi  in politica, ma mancano di centri di orientamento  democratico alla luce della loro fede, se non a livello universitario, nelle università religiose, ambienti che però sono inaccessibili ai più. E il manualetto del Compendio della dottrina sociale, per quanto molto utile ad una prima presa di contatto con questi problemi, non basta.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli