Resoconto
dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. TERZA PARTE
ll tema è stato Fame e sete di giustizia e il motto L’io
nel noi è cambiamento
Nota: le parole di don Ciotti
sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non stato rivisto dal
relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per
trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi
quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile,
il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra
parentesi quadre.
Dall’impegno per i drogati a
quello contro la mafia. “Osare trasformare in sofferenza personale quello che
accade al mondo e così riconoscere quale contributo ciascuno può portare”
GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo dopo gli omicidi dei
magistrati Giovanni Falcone (Capaci, 1992) e Paolo Borsellino (Palermo, 1992).
CIOTTI: Lei mi ha chiesto che cosa è successo [dopo la fondazione del
Gruppo Abele] dove io continuo a vivere. Guai se mi venisse meno quel
contatto!] Si perde il contatto con la vita delle persone: io continuo a vivere
lì.
Il tema della droga.
Due mesi prima della strage di Capaci
[Comune vicino a Palermo nel cui
territorio, sull’autostrada per Palermo, fu ucciso Giovanni Falcone. Nota
del trascrittore] io mi sono trovato con
Giovanni Falcone a Gorizia, a tenere un corso di formazione per la Polizia di
Stato su tema delle [tossicodipendenze]. Giovanni Falcone, per varie ragioni,
[era stato destinato al Ministero della Giustizia], qui a Roma. E io me lo
ricordo, a questo corso per la Polizia di Stato, a Gorizia, trattava gli
aspetti legislativi, ma non solo, anche la prevenzione, l’educazione,
[l’occuparsi delle famiglie] di questi ragazzi con il problema della droga.
Il giorno della strage di Capaci,
il 23 maggio 1992, io ero in Sicilia a tenere un corso di formazione per gli
insegnanti delle scuole, era un sabato, sul tema di come portare nel mondo
della scuola tutto questo. Cinquantasette giorni dopo, il 18 luglio, e il 19
luglio ci fu la strage di via D’Amelio [in
cui fu ucciso Paolo Borsellino. Nota del trascrittore], io ero a Palermo,
sempre per un lavoro, in questo caso [finanziato] dall’Unione Europea, sulla
scuola, sul tema della droga. Sono dei
segni, nella vita. Io li considero dei segni importanti. [E allora uno si
chiede, c’è il mercato della droga, lo sfruttamento di questi ragazzi, forme di
usura, chi c’è dietro?] Certamente ci sono delle connessioni. E quindi nasce il
desiderio, [dopo quelle stragi di Palermo in cui quei magistrati hanno speso la
loro vita], di prendere coscienza [dove siano le le radici della mafia], che è
nata al sud, ma gli affari li ha fatti al nord.
Primo anniversario della strage
di Capaci. […] Io sono a Palermo e succede un fatto che accelererà questo
percorso. Vicino a me c’era una donna che continuava disperata a piangere. Io
non la conoscevo. Avevo osservato le sue mani. Mani di una donna che certamente
andava in campagna a lavorare la terra. Vicino a le un’altra donna simile. C’erano
tutte le autorità. [Era un momento solenne in cui si ricordava la morte del
giudice Falcone]. Ad un certo punto questa donna, con due occhi pieni di
lacrime, mi punta, io ero imbarazzato lì vicino, con un filo di voce mi dice: “Ma
come mai non dicono il nome di mio figlio?”. Io ho capito. Perché c’è il
rischio, ieri ma anche oggi, che in tante cerimonie si ricordino i nomi delle
persone importanti e poi si senta dire “Ricordiamo i ragazzi della scorta”. Ma il primo diritto di ogni persona è di
essere chiamata per nome. […] Quella mamma voleva sentire il nome di suo
figlio! Non “I ragazzi della scorta”! Era la mamma di Antonio Montinaro, che
insieme a Rocco Dicillo e a Vito Schifani, aveva perso la vita per la stessa ragione
per cui l’aveva persa il magistrato. In momenti come quello, ti senti piccolo,
disarmato. Mi è nata l’idea di trovare un giorno per ricordarle tutte, le
vittime. Per non lasciare soli i familiari. Perché la memoria non divenisse
retorica, celebrazioni, ma diventi impegno. E allora ecco il 21 di marzo, il
primo giorno di primavera, quell’interminabile elenco, e ogni anno troviamo
situazioni [nuove], sono tanti, ma dobbiamo ricostruire questi percorsi, non
nella retorica, e [ così abbiamo dato vita, tra il 1994 e il 1995, ad un
coordinamento che di 1600 realtà italiane: dall’Azione Cattolica, agli scout
dell’AGESCI, al movimento degli scout
europei, a quelli laici della CNGEI, alla Lega Ambiente, alla Chiesa Valdese…
Oggi la Conferenza Episcopale Italiana si è fatta carico di questo.
Milleseicento realtà, insieme. Non
dimentichiamo che un sacerdote, don Luigi Sturzo, che poi darà vita al Partito
Popolare, da cui nascerà la Democrazia Cristiana, nel 1900 disse, lui era un
siciliano, di Caltagirone, quindi conosceva quella realtà, che aveva una passione
per quella politica che Paolo 6° definì la
più alta ed esigente forma di carità (perché la politica vera è quella al
servizio del bene comune), don Sturzo disse “La mafia ha i piedi in Sicilia, ma
la testa, forse, a Roma”. Era il 1900. E aggiunse questa drammatica profezia: “Diventerà
forte e disumana, dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per portarsi anche
al di là delle Alpi”. Quest’uomo aveva intuito. Non dimentichiamo che poi con
don Pino Puglisi e don Peppino Diana dei sacerdoti non si voltarono dall’altra
parte. E qui voglio ricordare il fenomeno di quegli altri sacerdoti uccisi
perché erano impegnati contro quei crimini: don Giorgio Gennaro, don Costantino
Stella, don Stefano Caronia, uccisi come don Puglisi e don Diana, chi li
ricorda? E pensare che nel 1877 il giornale della diocesi di Palermo, si
chiamava La Sicilia Cattolica ed era
l’organo ufficiale della Curia vescovile, denunciava la collusione tra la buona
società e il crimine organizzato. Cito due righe di quel giornale: “Che vale” è
scritto “essere avvocato, sindaco, proprietario, e perfino deputato, se delle
loro proprietà e titoli se ne servono per proteggere il malandrinaggio? Per
giungere ad alcunché di positivo bisogna non transigere con la mafia”. Com’è
possibile che da 400 anni parliamo della camorra, che da 150 anni continuiamo a
parlare di Cosa Nostra (il nome che i
mafiosi hanno dato alla loro organizzazione criminale. Nota del
trascrittore), come è possibile che da 120 anni parliamo della ‘ndrangheta
calabrese? Certo che dobbiamo parlarne e non possiamo dimenticare quanto
generosamente si impegnano nelle forze di polizia, nella magistratura, nelle
istituzioni, persone che ci credono e che ce la mettono tutta. Abbiamo il
dovere di far emergere le cose positive che vengono fatte. E ce ne sono. Il
nuovo codice degli appalti che è stato approvato in questi giorni, anche
quello è un passo in avanti. E un passo
in avanti nonostante altre deficienze, ma è un passo in avanti. Bisogna capire
l’importanza delle cose positive. […] Ma come mai corruzione e mafie sono nel
nostro paese due facce della stessa medaglia? E l’altro giorno, quindi non
cento anni fa, il presidente della Corte dei conti, qui a Roma, inaugurando l’anno
giudiziario, ha fatto questo passaggio, che mi fa piacere ripetere, ha detto: “Crisi
economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso nel quale
o ognuna è causa ed effetto dell’altra”. E’ il presidente della Corte dei
Conti, un uomo di grande valore. E uno dei suoi predecessori, Tullio Lazzaro, arrivò
al punto di affermare: “Il codice penale non basta più, ci vuole un ritorno all’etica
da parte di tutti”. Io non sono nessuno, sono venuto qui per amicizia e per
affetto, ma mi permetto di dire che il
cambiamento ha bisogno di ciascuno. Noi dobbiamo essere il cambiamento.
Dobbiamo assumere sulla nostra pelle una parte di responsabilità. Non si può
sempre delegare ad altri. Certo, ci sono la magistratura, le forze di polizia.
Ma qui c’è anche un impegno che ci chiama ad essere cittadini responsabili. E
mi fa piacere che papa Francesco, nella Laudato
Si’ [enciclica del 2015. Nota del trascrittore], in un passaggio
graffiante, scrive: “Bisogna prendere dolorosa coscienza e osare trasformare in
sofferenza personale quello che accade al mondo e così riconoscere quale
contributo ciascuno può portare”. Le parole hanno un loro peso, non possono
entrare di qui e uscire di lì. Papa Francesco ha il suo coraggio, la sua
sofferenza, la sua semplicità. E questo diventa molto importante per tutti.
Quando la dignità, la libertà, la vita delle persone vengono calpestate, noi
non possiamo e non dobbiamo tacere.
Trascrizione di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli
