martedì 5 aprile 2016

Dalla dottrina sociale alla politica

Dalla dottrina sociale alla politica

   La serie di eventi Immìschiati  organizzati in parrocchia propone di avvicinare la dottrina sociale della Chiesa in vista di un impegno politico. Nella locandina di presentazione degli incontri si cita una recente affermazione del papa Bergoglio secondo la quel un buon cattolico deve immischiarsi in politica.
  Ma il passaggio dalla dottrina sociale alla politica è più problematico, in Italia, di quello che si può pensare. C’è un peso del passato che è un ostacolo ad affrontare serenamente questo tipo di impegno. Ma se il passato è, appunto, passato, vale a dire che non c’è più, se ne ha solo memoria, come può essere di impedimento?
  Ecco, una cosa importante di cui acquisire consapevolezza è proprio questa: in politica occorre sempre fare i conti con il passato, perché non si parte mai da zero, ma ci si inserisce in un processo preesistente che è fatto di azioni di collettività, cultura, interessi e interazioni, assetti giuridici e sociali, istituzioni, e che condiziona ogni  disegno riformatore. E' come se si salisse su un treno, ma non a capolinea: ad una delle stazioni intermedie. Ogni progetto si inserisce, così, in una storia, e le civiltà umane, quelle che rendono possibile progettare il futuro e non semplicemente subirlo, iniziarono quando dalle culture umane emerse la capacità di fare memoria di una storia, capendo il senso degli eventi collettivi. Questo spiega perché per fare  politica occorre conoscere la storia. 
 In Italia i vari modi pensati e attuati per conciliare fede e politica sono stati fortemente condizionati, in particolare dall’inizio del secondo millennio della nostra era, dal ruolo politico svolto dal Papato romano. Dal Settecento esso ha influito negativamente in Italia sull’interiorizzazione della mentalità democratica e sulla pratica della democrazia nelle nostre collettività di fede.
  Di solito i nostri capi religiosi obiettano che, in realtà, i loro interventi si sono posti sul piano essenzialmente morale. Ed è vero che i loro insegnamenti sociali presentano una forte componente di riflessione etica. Ma è difficile negare che abbiano avuto anche intenti e, soprattutto, effetti politici.
 Dal 1796, la campagna d’Italia del generale francese rivoluzionario Napoleone Bonaparte produsse rapidi cambiamenti politici e culturali nella Penisola.  A quell’epoca il Papato governava un regno nell’Italia centrale e si trovò nelle condizioni degli altri monarchi italiani il cui potere era minacciato dai francesi rivoluzionari. Attorno ad esso si coalizzarono presto  moti controrivoluzionari la cui ideologia politica corrispondeva a quella diffusa dal Papato. Questa impostazione reazionaria si manifestò anche nell’opposizione al processo di unificazione nazionale italiana. Gli irredentisti italiani furono colpiti anche dalla giustizia pontificia. Quindi poi l’unità nazionale si fece anche  contro  il Papato. Quest’ultimo sviluppò un’avversione profonda ai processi democratici, visti come fonte di disordine sociale, pensiero irreligioso, indisciplina ecclesiastica, dissolutezza nelle istituzioni della società, innanzi tutto con riferimento al matrimonio, minaccia ai beni e alle istituzioni del clero e, infine, minaccia al suo potere sulle masse. A ciò si aggiunge, dalla metà dell’Ottocento, l’avversione al socialismo visto anch’esso come origine di “scompiglio sociale”.  La prima dottrina sociale  dei tempi moderni, quella che fa iniziare con l’enciclica Le novità,  del 1891, dal papa Gioacchino Pecci, risentiva molto di questo orientamento. Essa non lasciava margini di autonomia ai fedeli laici, voleva essere obbedita prontamente, integralmente, fin nei dettagli, in particolare nei divieti che imponeva all’attività di partecipazione politica. Pretendeva di fornire un progetto politico alternativo a quelli proposti dal liberalismo e dal socialismo. Negava il conflitto di classe, basato sulla divergenza di interessi nei processi produttivi, e consigliava la composizione delle controversie tra datori di lavoro e lavoratori mediante l’instaurazione di un ordinamento corporativo sul modello di quello medievale. Proponeva un ritorno ad un lontano passato. L’esposizione dettagliata di questo pensiero corporativo si rinviene nell’enciclica Il Quarantennale, del 1931, diffusa dal papa Achille Ratti in occasione dei quarant'anni  dall’enciclica Le Novità. Essa fu pubblicata quando in Italia si stava attuando una riorganizzazione dello stato su basi corporative ispirate all’ideologia fascista e in essa, non senza ragioni, furono viste significative assonanze con il corporativismo fascista, in un epoca che seguiva di poco il cedimento al fascismo attuato con i Patti Lateranensi del 1929.
  Nel primo dopoguerra, profittando della sostanziale obsolescenza del divieto canonico alla partecipazione democratica alle istituzioni del Regno d’Italia, si era avuto l’inizio di un’attività politica autonoma di persone di fede, in particolare nel quadro delle attività del Partito popolare italiano (fondato nel 1919), del quale fu primo segretario politico il prete Luigi Sturzo. Anche a motivo del divieto fatto con l’enciclica Gravi discussioni del 1901, quel partito non fece riferimento all’ideologia di democrazia cristiana,  del prete Romolo Murri e di altri, a cui pure si ispirava. Quel partito subì la sorte degli altri, in Italia, sciolti  d’autorità dallo stato fascista nel 1926. Ma già dal 1924 lo Sturzo espatriò alla volta dell’Inghilterra: in genere si ritiene che lo abbia dovuto fare perché ritenuto un elemento di disturbo nella trattativa politica tra il Papato e il Regno d'Italia, sostanzialmente tra gli emissari del Papa Achille Ratti e quelli di Benito Mussolini,  che avrebbe portato alla stipula dei Patti Lateranensi nel 1929.
 Dal primo dopoguerra,  a seguito della rivoluzione russa, il Papato accentuò molto la sua linea antisocialista, che poi sarebbe stata quella assolutamente prevalente dal secondo dopoguerra, condizionando fortemente le vicende della politica italiana.
 Nel corso della Seconda Guerra Mondiale i cattolico-democratici furono un elemento importante della coalizione politica che, dal 1943, si oppose anche militarmente al fascismo. Il Papato, nel momento del suo massimo discredito a causa del precedente cedimento al fascismo, riconobbe, con un radiomessaggio pontificio in occasione del Natale del 1944 il valore della democrazia. Riconobbe in particolare, ma troppo tardi, che processi democratici di massa avrebbero potuto evitare all’Europa l’esperienza dei fascismi. Da questa apertura poté svilupparsi l’azione politica del nuovo partito di ispirazione cattolica denominato Democrazia Cristiana,  fondato a Milano nel 1942 in forma ancora clandestina. Molti dei suoi principali esponenti più giovani avevano fatto tirocinio di democrazia in clandestinità in Azione Cattolica, in particolare tra gli universitari della FUCI e tra gli intellettuali del Movimento Laureati. Nella guerra al fascismo si sperimentarono le alleanze, in particolare con le componenti socialiste, comuniste e liberali, che furono poi all'origine del patto fondativo della nostra nuova Repubblica. Gli ultimi giorni della repubblica fascista istituita dal Mussolini nell'Italia settentrionale videro il dispiegarsi di un'importante azione politica, come mediatore della resa, dell'arcivescovo di Milano Alfonso Ildebrando Schuster.
 Dal Secondo dopoguerra l’azione politica del Papato condizionò fortemente quella della Democrazia Cristiana, con fasi di massima tensione al tempo in cui fu progettata un’alleanza politica includente anche il Partito Socialista Italiano, dalla fine degli anni Cinquanta.
 Una parte dei vescovi italiani, delusi dagli sviluppi della democrazia italiana, guardava con favore al regime politico instaurato in Spagna dal capo di stato Francisco Franco, di tipo sostanzialmente fascista ma sopravvissuto al crollo dei fascismi europei perché mantenutosi neutrale durante l'ultima guerra mondiale. Mentre i democristiani italiani guardavano  verso sinistra, per integrare pienamente socialisti e poi anche i comunisti nella nuova democrazia italiana, parte dei nostri capi religiosi avrebbero preferito, negli anni '50, un'apertura verso la destra fondata da esponenti del vecchio regime fascista. In quel momento la linea politica del Papato non coincideva con quella del partito cristiano,  la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e di Giuseppe Dossetti.
 Una maggiore autonomia del laicato in politica fu conseguita a seguito delle decisioni del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Essa ebbe un'eclatante sviluppo ecclesiale nel primo Convegno Ecclesiale Nazionale Evangelizzazione e Promozione umana, svoltosi a Roma nel 1976. Ma dalla fine degli anni Settanta, con il papato del Wojtyla, durato fino al 2005, riprese fortissima l’iniziativa politica del Papato, questa volta a livello internazionale. Essa sovrastò, riducendola progressivamente ai minimi termini, quella laicale. Wojtyla va considerato uno dei massimi artefici della dottrina sociale contemporanea: a lui si deve la piena accettazione della democrazia come regime politico preferibile, secondo le antiche aspirazioni dei cattolico-democratici italiani di fine Settecento. Tuttavia il suo interventismo politico lasciò poco spazio al popolo di fede, e in particolare al laicato, e quindi alla democrazia. Egli promosse la democrazia da monarca assoluto, questa la sua insanabile contraddizione,  e pertanto poi non seppe e non volle innescare veri processi democratici, tanto meno all’interno delle nostre collettività religiose. I processi di integrazione del socialismo italiano nel contesto democratico ne risentirono, per il vivissimo anticomunismo del Wojtyla, maturato tuttavia in una realtà comunista, quella polacca, completamente diversa da quella creata dai comunisti italiani, artefici della Costituzioni repubblicana democratica unitamente ai cattolico-democratici.
  Quando allora, nel marzo 2005, negli ultimi giorni del regno del Wojtyla, i vescovi italiani, con la lettera ai fedeli laici Fare di Cristo in cuore del mondo, esortarono i  laici italiani anche a un rinnovato impegno politico
 […]la mediazione della politica appare come una forma alta e irrinunciabile di servizio alla persona umana e di promozione del bene comune. La società ha oggi bisogno di una rinnovata dedizione cristiana alla politica, che sappia porsi in ascolto della dottrina sociale della Chiesa, levando la sua voce – in modo realmente libero e profetico – in difesa della partecipazione e delle istituzioni democratiche, e progettando nuove forme di incontro fra etica ed economia, per sconfiggere la grande tentazione dell’individualismo.
[visualizzabile su https://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2005-07/18-16/letterafedelilaici.pdf]
 ormai una tradizione culturale di impegno politico con autonomia e responsabilità laicale si era andata perdendo: ci si era assuefatti ad essere, come laici di fede in politica, una sorta di partito guelfo alle dipendenze del Papato e degli altri vescovi italiani. Massa di manovra per rafforzare le posizioni dei capi del clero nelle loro trattative con quelli che nel gergo della dottrina sociale vengono indicati come  i governanti.  E, per certi versi, sembra che proprio questo i nostri vescovi si attendano ancora che siamo, noi fedeli laici. In quest’ottica il passaggio dalla dottrina sociale alla politica si attuerebbe necessariamente attraverso di loro, senza alcun margine di autonomia da parte nostra o con margini molto ridotti. Si è portati a pensare che, come alle origini, dalla dottrina sociale debba conseguire una e una sola politica. Ma in realtà non è così. Questo perché, anche tenendo conto delle esigenze di etica religiosa, sono pensabili e attuabili diversi modelli di società. C’è nei fatti un pluralismo di opzioni politiche che riguarda anche il popolo di fede, il quale, in particolare dopo il Concilio Vaticano 2°, non è tenuto all’unità politica, né tanto meno a considerare preponderanti le esigenze politiche della gerarchia del clero, le quali fino ad epoca recente in gran parte si riferivano essenzialmente a suoi fabbisogni economici, alla tutela del suo patrimonio e del suo personale e della giurisdizione ecclesiastica sui matrimoni con effetti civili, oltre che alle questioni attinenti alla disciplina civile delle unioni coniugali e di  quelle riproduttive e di fine vita nelle quali vorrebbe fosse seguita la sua impostazione, materie tutte a cui si riferiva come relative a  valori non negoziabili. In politica, infatti, c'è molto altro. E' in questione innanzi tutto la stabilità economica e sociale nell'era della globalizzazione, caratterizzata da un accentuato pluralismo sociale e culturale. Sono pensabili molte vie che vanno poste a confronto per raggiungere deliberazioni condivise.  Questo pluralismo, secondo il modello proposto dai saggi dell’ultimo Concilio, non deve essere tenuto fuori delle nostre collettività religiose, ma deve poter entrare in dialogo democratico anche in esse, cosa che in genere non avviene. Non si dialoga perché si sa di non poter raggiungere una piena concordanza di opinioni, in particolare in merito alla linea politica proposta dalla gerarchia. Ma non dialogando non si fa tirocinio di democrazia e quindi poi diventa sempre più difficile per un fedele immischiarsi  in politica. La sfida è quella di mantenere l’unità su alcuni valori politici fondamentali, quali quello della comune dignità della persona umana, pur nella diversità di scelte politiche particolari. Ma anche quella di recuperare un ampio margine di autonomia dalla politica della gerarchia del clero  e quindi quella laicità che ci consenta di intavolare un dialogo democratico con le altre componenti della società politica italiana. Purtroppo il fedele che si impegna in politica è attualmente visto come una specie di papa-boy, specialmente per avere quasi sempre in bocca solo parole della dottrina sociale e mai qualcosa come un autonomo pensiero sociale.  Tra la dottrina sociale e la politica non ci deve essere la gerarchia, con le sue pretese di obbedienza canonica, ma noi stessi cittadini di fede nella nostra capacità di riflessione e dialogo con gli altri. Non possiamo interagire democraticamente con le altre componenti della società presentandoci come partito guelfo, papisti politici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli