Dalla dottrina
sociale alla politica
Ma il passaggio dalla dottrina sociale alla politica è più problematico,
in Italia, di quello che si può pensare. C’è un peso del passato che è un
ostacolo ad affrontare serenamente questo tipo di impegno. Ma se il passato è,
appunto, passato, vale a dire che non
c’è più, se ne ha solo memoria, come può essere di impedimento?
Ecco,
una cosa importante di cui acquisire consapevolezza è proprio questa: in
politica occorre sempre fare i conti con il passato, perché non si parte mai da
zero, ma ci si inserisce in un processo preesistente che è fatto di azioni di collettività,
cultura, interessi e interazioni, assetti giuridici e sociali, istituzioni, e
che condiziona ogni disegno riformatore. E' come se si salisse su un treno, ma non a capolinea: ad una delle stazioni intermedie. Ogni progetto si inserisce, così, in una storia, e le civiltà umane, quelle che
rendono possibile progettare il futuro e non semplicemente subirlo, iniziarono
quando dalle culture umane emerse la capacità di fare memoria di una storia,
capendo il senso degli eventi collettivi. Questo spiega perché per fare politica occorre conoscere la storia.
In Italia i vari modi pensati e attuati per conciliare
fede e politica sono stati fortemente condizionati, in particolare dall’inizio
del secondo millennio della nostra era, dal ruolo politico svolto dal Papato
romano. Dal Settecento esso ha influito negativamente in Italia sull’interiorizzazione
della mentalità democratica e sulla pratica della democrazia nelle nostre
collettività di fede.
Di solito i nostri capi religiosi obiettano che, in realtà, i loro
interventi si sono posti sul piano essenzialmente morale. Ed è vero che i loro
insegnamenti sociali presentano una forte componente di riflessione etica. Ma è
difficile negare che abbiano avuto anche intenti e, soprattutto, effetti
politici.
Dal 1796, la campagna d’Italia del generale francese
rivoluzionario Napoleone Bonaparte produsse rapidi cambiamenti politici e
culturali nella Penisola. A quell’epoca
il Papato governava un regno nell’Italia centrale e si trovò nelle condizioni
degli altri monarchi italiani il cui potere era minacciato dai francesi
rivoluzionari. Attorno ad esso si coalizzarono presto moti controrivoluzionari la cui ideologia
politica corrispondeva a quella diffusa dal Papato. Questa impostazione
reazionaria si manifestò anche nell’opposizione al processo di unificazione
nazionale italiana. Gli irredentisti italiani furono colpiti anche dalla
giustizia pontificia. Quindi poi l’unità nazionale si fece anche contro il Papato. Quest’ultimo sviluppò un’avversione
profonda ai processi democratici, visti come fonte di disordine sociale,
pensiero irreligioso, indisciplina ecclesiastica, dissolutezza nelle
istituzioni della società, innanzi tutto con riferimento al matrimonio, minaccia
ai beni e alle istituzioni del clero e, infine, minaccia al suo potere sulle
masse. A ciò si aggiunge, dalla metà dell’Ottocento, l’avversione al socialismo
visto anch’esso come origine di “scompiglio
sociale”. La prima dottrina sociale dei tempi moderni, quella che fa iniziare con
l’enciclica Le novità, del 1891, dal papa Gioacchino Pecci, risentiva
molto di questo orientamento. Essa non lasciava margini di autonomia ai fedeli
laici, voleva essere obbedita prontamente, integralmente, fin nei dettagli, in
particolare nei divieti che imponeva all’attività di partecipazione politica.
Pretendeva di fornire un progetto politico alternativo a quelli proposti dal
liberalismo e dal socialismo. Negava il conflitto di classe, basato sulla
divergenza di interessi nei processi produttivi, e consigliava la composizione
delle controversie tra datori di lavoro e lavoratori mediante l’instaurazione
di un ordinamento corporativo sul modello di quello medievale. Proponeva un
ritorno ad un lontano passato. L’esposizione dettagliata di questo pensiero
corporativo si rinviene nell’enciclica Il
Quarantennale, del 1931, diffusa dal papa Achille Ratti in occasione dei quarant'anni dall’enciclica Le Novità.
Essa fu pubblicata quando in Italia si stava attuando una riorganizzazione
dello stato su basi corporative ispirate all’ideologia fascista e in essa, non
senza ragioni, furono viste significative assonanze con il corporativismo
fascista, in un epoca che seguiva di poco il cedimento al fascismo attuato con
i Patti Lateranensi del 1929.
Nel primo dopoguerra, profittando della sostanziale obsolescenza del
divieto canonico alla partecipazione democratica alle istituzioni del Regno d’Italia,
si era avuto l’inizio di un’attività politica autonoma di persone di fede, in
particolare nel quadro delle attività del Partito popolare italiano (fondato
nel 1919), del quale fu primo segretario politico il prete Luigi Sturzo. Anche a
motivo del divieto fatto con l’enciclica Gravi
discussioni del 1901, quel partito non fece riferimento all’ideologia di democrazia cristiana, del prete Romolo Murri e di altri, a cui pure
si ispirava. Quel partito subì la sorte degli altri, in Italia, sciolti d’autorità dallo stato fascista nel 1926. Ma già
dal 1924 lo Sturzo espatriò alla volta dell’Inghilterra: in genere si ritiene
che lo abbia dovuto fare perché ritenuto un elemento di disturbo nella
trattativa politica tra il Papato e il Regno d'Italia, sostanzialmente tra gli emissari del Papa Achille Ratti e quelli di Benito Mussolini, che avrebbe portato alla stipula dei Patti Lateranensi nel 1929.
Dal primo dopoguerra, a seguito della rivoluzione russa, il Papato
accentuò molto la sua linea antisocialista, che poi sarebbe stata quella
assolutamente prevalente dal secondo dopoguerra, condizionando fortemente le
vicende della politica italiana.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale i
cattolico-democratici furono un elemento importante della coalizione politica
che, dal 1943, si oppose anche militarmente al fascismo. Il Papato, nel momento
del suo massimo discredito a causa del precedente cedimento al fascismo,
riconobbe, con un radiomessaggio pontificio in occasione del Natale del 1944 il
valore della democrazia. Riconobbe in particolare, ma troppo tardi, che
processi democratici di massa avrebbero potuto evitare all’Europa l’esperienza
dei fascismi. Da questa apertura poté svilupparsi l’azione politica del nuovo
partito di ispirazione cattolica denominato Democrazia
Cristiana, fondato a Milano nel 1942
in forma ancora clandestina. Molti dei suoi principali esponenti più giovani avevano fatto tirocinio di democrazia in clandestinità in Azione Cattolica, in particolare tra gli universitari della FUCI e tra gli intellettuali del Movimento Laureati. Nella guerra al fascismo si sperimentarono le alleanze, in particolare con le componenti socialiste, comuniste e liberali, che furono poi all'origine del patto fondativo della nostra nuova Repubblica. Gli ultimi giorni della repubblica fascista istituita dal Mussolini nell'Italia settentrionale videro il dispiegarsi di un'importante azione politica, come mediatore della resa, dell'arcivescovo di Milano Alfonso Ildebrando Schuster.
Dal Secondo dopoguerra l’azione politica del
Papato condizionò fortemente quella della Democrazia Cristiana, con fasi di
massima tensione al tempo in cui fu progettata un’alleanza politica includente
anche il Partito Socialista Italiano, dalla fine degli anni Cinquanta.
Una parte dei vescovi italiani, delusi dagli sviluppi della democrazia italiana, guardava con favore al regime politico instaurato in Spagna dal capo di stato Francisco Franco, di tipo sostanzialmente fascista ma sopravvissuto al crollo dei fascismi europei perché mantenutosi neutrale durante l'ultima guerra mondiale. Mentre i democristiani italiani guardavano verso sinistra, per integrare pienamente socialisti e poi anche i comunisti nella nuova democrazia italiana, parte dei nostri capi religiosi avrebbero preferito, negli anni '50, un'apertura verso la destra fondata da esponenti del vecchio regime fascista. In quel momento la linea politica del Papato non coincideva con quella del partito cristiano, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e di Giuseppe Dossetti.
Una parte dei vescovi italiani, delusi dagli sviluppi della democrazia italiana, guardava con favore al regime politico instaurato in Spagna dal capo di stato Francisco Franco, di tipo sostanzialmente fascista ma sopravvissuto al crollo dei fascismi europei perché mantenutosi neutrale durante l'ultima guerra mondiale. Mentre i democristiani italiani guardavano verso sinistra, per integrare pienamente socialisti e poi anche i comunisti nella nuova democrazia italiana, parte dei nostri capi religiosi avrebbero preferito, negli anni '50, un'apertura verso la destra fondata da esponenti del vecchio regime fascista. In quel momento la linea politica del Papato non coincideva con quella del partito cristiano, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e di Giuseppe Dossetti.
Una maggiore autonomia del laicato in politica
fu conseguita a seguito delle decisioni del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Essa ebbe un'eclatante sviluppo ecclesiale nel primo Convegno Ecclesiale Nazionale Evangelizzazione e Promozione umana, svoltosi a Roma nel 1976. Ma dalla fine degli anni Settanta, con il papato del Wojtyla, durato fino al
2005, riprese fortissima l’iniziativa politica del Papato, questa volta a
livello internazionale. Essa sovrastò, riducendola progressivamente ai minimi
termini, quella laicale. Wojtyla va considerato uno dei massimi artefici della
dottrina sociale contemporanea: a lui si deve la piena accettazione della
democrazia come regime politico preferibile, secondo le antiche aspirazioni dei
cattolico-democratici italiani di fine Settecento. Tuttavia il suo
interventismo politico lasciò poco spazio al popolo di fede, e in particolare
al laicato, e quindi alla democrazia. Egli promosse la democrazia da monarca
assoluto, questa la sua insanabile contraddizione, e pertanto poi non seppe e non volle innescare
veri processi democratici, tanto meno all’interno delle nostre collettività
religiose. I processi di integrazione del socialismo italiano nel contesto
democratico ne risentirono, per il vivissimo anticomunismo del Wojtyla,
maturato tuttavia in una realtà comunista, quella polacca, completamente
diversa da quella creata dai comunisti italiani, artefici della Costituzioni
repubblicana democratica unitamente ai cattolico-democratici.
Quando allora, nel marzo 2005, negli ultimi giorni del regno del
Wojtyla, i vescovi italiani, con la lettera ai fedeli laici Fare di Cristo in cuore del mondo,
esortarono i laici italiani anche a un
rinnovato impegno politico
[…]la mediazione della politica appare come una forma alta
e irrinunciabile di servizio alla persona umana e di promozione del bene
comune. La società ha oggi bisogno di una rinnovata dedizione cristiana alla
politica, che sappia porsi in ascolto della dottrina sociale della Chiesa,
levando la sua voce – in modo realmente libero e profetico – in difesa della
partecipazione e delle istituzioni democratiche, e progettando nuove forme di
incontro fra etica ed economia, per sconfiggere la grande tentazione
dell’individualismo.
[visualizzabile
su https://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2005-07/18-16/letterafedelilaici.pdf]
ormai una tradizione culturale di impegno
politico con autonomia e responsabilità laicale si era andata perdendo: ci si
era assuefatti ad essere, come laici di fede in politica, una sorta di partito guelfo alle dipendenze del
Papato e degli altri vescovi italiani. Massa di manovra per rafforzare le
posizioni dei capi del clero nelle loro trattative con quelli che nel gergo
della dottrina sociale vengono indicati come i governanti. E, per certi versi, sembra che proprio questo
i nostri vescovi si attendano ancora che siamo, noi fedeli laici. In quest’ottica
il passaggio dalla dottrina sociale alla politica si attuerebbe necessariamente
attraverso di loro, senza alcun margine di autonomia da parte nostra o con
margini molto ridotti. Si è portati a pensare che, come alle origini, dalla
dottrina sociale debba conseguire una e una sola politica. Ma in realtà non è
così. Questo perché, anche tenendo conto delle esigenze di etica religiosa,
sono pensabili e attuabili diversi modelli di società. C’è nei fatti un
pluralismo di opzioni politiche che riguarda anche il popolo di fede, il quale,
in particolare dopo il Concilio Vaticano 2°, non è tenuto all’unità politica,
né tanto meno a considerare preponderanti le esigenze politiche della gerarchia
del clero, le quali fino ad epoca recente in gran parte si riferivano essenzialmente a suoi fabbisogni economici, alla tutela del suo patrimonio e del suo personale e della giurisdizione ecclesiastica sui matrimoni con effetti civili, oltre che alle questioni attinenti alla disciplina civile delle unioni coniugali e di quelle riproduttive e di fine vita nelle quali vorrebbe fosse seguita la sua impostazione, materie tutte a cui si riferiva come relative a valori non negoziabili. In politica, infatti, c'è molto altro. E' in questione innanzi tutto la stabilità economica e sociale nell'era della globalizzazione, caratterizzata da un accentuato pluralismo sociale e culturale. Sono pensabili molte vie che vanno poste a confronto per raggiungere deliberazioni condivise. Questo pluralismo, secondo il modello proposto dai saggi dell’ultimo Concilio,
non deve essere tenuto fuori delle nostre collettività religiose, ma deve poter
entrare in dialogo democratico anche in esse, cosa che in genere non avviene.
Non si dialoga perché si sa di non poter raggiungere una piena concordanza di
opinioni, in particolare in merito alla linea politica proposta dalla
gerarchia. Ma non dialogando non si fa tirocinio di democrazia e quindi poi
diventa sempre più difficile per un fedele immischiarsi
in politica. La sfida è quella di mantenere
l’unità su alcuni valori politici fondamentali, quali quello della comune
dignità della persona umana, pur nella diversità di scelte politiche
particolari. Ma anche quella di recuperare un ampio margine di autonomia dalla
politica della gerarchia del clero e
quindi quella laicità che ci consenta
di intavolare un dialogo democratico con le altre componenti della società
politica italiana. Purtroppo il fedele che si impegna in politica è attualmente
visto come una specie di papa-boy,
specialmente per avere quasi sempre in bocca solo parole della dottrina sociale e mai qualcosa come un
autonomo pensiero sociale. Tra la dottrina sociale e la politica non ci
deve essere la gerarchia, con le sue pretese di obbedienza canonica, ma noi
stessi cittadini di fede nella nostra capacità di riflessione e dialogo con gli
altri. Non possiamo interagire democraticamente con le altre componenti della
società presentandoci come partito guelfo,
papisti politici.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli