Interessi
Dietro ad ogni politica, intesa come progetto
di governo di una società, vi sono degli interessi che corrispondono agli scopi
che con quella politica si vogliono ottenere. Uno dei principali apporti della
gente della nostra fede al pensiero politico democratico è stato storicamente
quello di individuare nel bene comune
uno dei principali scopi della politica, uno degli interessi supremi. Questo principio, elaborato in teologia all’inizio del secondo
millennio della nostra era, è stato molto arricchito nel corso del Novecento
con il contributo determinante dei nostri laici di fede.
Bene
comune non è qualsiasi composizione di interessi particolare, raggiunta
mediante dei compromessi tra chi vuole una cosa e chi un’altra. Significa
individuare il vero bene, vale a dire ciò che è conforme alla
dignità che si attribuisce alla persona umana e realizza la possibilità della
sua felicità. Entrambe, la dignità e la possibilità della felicità, sono
fortemente dipendenti dal contesto sociale. La democrazia contemporanea si propone di estenderle a tutti in un sistema
di relazioni pacificato, che renda impraticabile la sopraffazione e la
violenza. Solo questo rende possibile di far sopravvivere un mondo di sette miliardi di
individui, potenzialmente in conflitto per i beni della vita. La democrazia è
pertanto un sistema virtuoso perché si propone il vero bene di tutti:
dignità, felicità, pace. L’estensione a tutti di questo bene richiede infatti benevolenza e
amicizia universali. Questo fu ben chiaro alle origini del pensiero cattolico democratico, che, in Italia, si situano in un preciso momento
storico, vale a dire tra il 1797 e il 1799, “…
quando gli Stati della penisola uno dopo l’altro (qualcuno, come quello della
Serenissima, per pochi mesi del 1797 e quello toscano per poche settimane del
1799) furono «democratizzati»; ebbero cioè, dei
regimi costituzionali, sotto la tutela degli occupanti [i francesi rivoluzionari, impegnati
nella Campagna d’Italia sotto la
guida di Napoleone Bonaparte, all’epoca solo un generale sottoposto al Direttorio, il governo rivoluzionario], e un rimaneggiamento dei territori per la
soppressione dei ducati e l’annessione di essi, delle Legazioni e di una
porzione dello Stato della Chiesa alla Repubblica Cisalpina” [da Vittorio
E. Giuntella, La religione amica della
democrazia Edizione Studium, 1990, testo in commercio; richiede una cultura
post-universitaria]. La stessa espressione cattolico democratico risale
a quell’epoca. I primi cattolici democratici videro le significative assonanze tra le virtù democratiche e quelle religiose. Si legge, ad esempio, nella rivista
genovese Annali politico-ecclesiastici,
fondata da Eustachio Degola, nel numero dell’8 luglio 1797:
La Democrazia, per cui tanto ci
rallegriamo, non è poi in ultima analisi fuorché l’unione concorde, amorosa e
spontanea di tutti i cittadini. Come dunque potrà un Cristiano democratico indebolire od attaccare il gran precetto dell’amore
di Dio e del prossimo senza tendere alla rovina della Democrazia?” [citato in V.E.Giuntella, opera
menzionata].
Per i cristiano democratici la riforma della
società in senso democratico doveva comportare anche una riforma della Chiesa.
Questi duplici intenti riformistici sono
rimasti sempre un tratto caratteristico, in particolare, del cattolicesimo
democratico, ed anche la ragione per cui esso fu a lungo inviso (e per certi versi lo è ancora) alla gerarchia
del clero.
Che posto hanno nel vero bene di
tutti, sia in senso democratico che in senso religioso, cose come la Città
del Vaticano, il patrimonio degli enti ecclesiastici in Italia, la parte del
gettito fiscale italiano e le altre sovvenzioni che affluiscono nella casse
degli enti ecclesiastici italiani, la giurisdizione ecclesiastica sulla
validità dei matrimoni con effetti civili, l’esistenza di un corpo di insegnanti
statali di religione autorizzati dai vescovi ma retribuiti dallo stato, le
sovvenzioni alle scuole private gestite da enti ecclesiastici? Deciderlo è
importante. Infatti la gerarchia ne fa dei propri obiettivi politici,
addirittura per molti versi non
negoziabili, che nel gergo ecclesiastico significa non
riformabili se non in meglio dal suo
punto di vista, e chiede in modo ricorrente l’appoggio politico della massa
dei fedeli, quando non riesce a fare da sé
trattando con quelli che definisce “governanti”.
Ma, appunto, su quelle questioni non ammette interferenze dalle masse. Decide
completamente da sé i propri obiettivi e non ammette obiezioni. Questo rende
quei temi poco interessanti dal punto di vista di un cristiano democratico,
perché dove non c’è confronto, dialogo e soprattutto partecipazione non c’è democrazia.
La democrazia è governo della società, e
governo virtuoso e partecipato. La possibilità per tutti di partecipare al
governo democratico della società è parte della dignità delle persone.
I cattolici democratici italiani del Settecento ritenevano che dalle
Scritture venisse confermata la bontà del sistema democratico, ma non è così.
Nelle Scritture la democrazia, come noi la intendiamo ai nostri tempi,
semplicemente non c’è. E’ stata una conquista culturale recente, che è maturata
nel corso del Settecento. Essa fin dall’inizio ha compreso anche l’idea di
riforma religiosa sia perché nei due secoli precedenti, e in particolare nel
Seicento, le controversie religiose erano state causa di gravissimi e
prolungati conflitti politici e militari, sia perché in Europa la religione si
era fortemente legata ai regimi assolutistici che le democrazie si proponevano
di contrastare e rivoluzionare. Nelle nostre Scritture, in particolare nei documenti risalenti
alle nostre prime comunità di fede, troviamo invece l’aspirazione ad un’amicizia
universale e il riconoscimento universale di una dignità filiale come valore assoluto. Questo consentì ai rivoluzionari nord-americani di fine
Settecento, che realizzarono la prima democrazia come oggi la intendiamo, di
esprimere in termini religiosi i loro propositi riformatori, nella Dichiarazione di
Indipendenza del 4 luglio 1976:
Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti
gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi
inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il
perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti
tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei
governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare
questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo
governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che
sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.
Certamente, prudenza vorrà che i governi di
antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza
l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare
gli effetti d’un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi
giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di
abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso
obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è
loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove
garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire.
Il testo
integrale è disponibile su WEB in italiano su molti siti.
Nel corso del Novecento il pensiero sociale
cristiano si è arricchito degli elementi forniti dalle scienze economiche,
antropologiche e sociologiche, delle quali sono pieni i documenti della
dottrina sociale degli ultimi sessant’anni. Questo gli ha consentito di
costituire una efficace base ideologica di un disegno di riforma della società,
non solo su basi solamente moralistiche, ma propriamente politiche. Questo ha
portato principi fondamentali di quel pensiero nella costituzione della nostra
nuova Europa e mi riferisco in particolare al principio di sussidiarietà, derivato direttamente
dalla dottrina sociale, che integra quello democratico e che significa che i
poteri più elevati e a livelli più generali devono astenersi dall’intervenire dove quelli posti ad un
ordine inferiore e/o in un ambito locale più ristretto sono in grado, nella loro autonomia, di realizzare
efficacemente gli scopi democratici di governo della società.
L’attuale dottrina
sociale della Chiesa è un sistema integrato, vale a dire reso coerente mediante un lavoro redazionale (che rende poco avvertibili i processi storici di mutamento di quel pensiero), che
riassume in un quadro ideologico definito tutte le conquiste culturali che il
pensiero sociale cristiano ha raggiunto da fine Ottocento: esso consente al
fedele che voglia immischiarsi di politica di portarsi molto rapidamente al
livello di consapevolezza dei vari problemi che serve per poter iniziare a
ragionare di politica anche in un’ottica di fede. Non esiste, ai tempi nostri,
qualcosa di analogo in ambito non religioso. Questo il suo grande valore, anche
al di fuori dell’ambito strettamente religioso. Vi si trovano compendiate,
infatti, conquiste culturali dell’umanità intera. Va considerato, però, solo un punto di
partenza. Ogni dottrina sociale è infatti, per sua natura, suscettibile di
rapidi e profondi mutamenti secondo l’esperienza storica delle genti di fede. La dottrina sociale, per così dire, tira le somme di quell'esperienza, ed è quindi sempre un po' in ritardo sulle novità tempi: essa è preceduta dal pensiero sociale delle persone di fede.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli