lunedì 4 aprile 2016

Interessi

Interessi

 Dietro ad ogni politica, intesa come progetto di governo di una società, vi sono degli interessi che corrispondono agli scopi che con quella politica si vogliono ottenere. Uno dei principali apporti della gente della nostra fede al pensiero politico democratico è stato storicamente quello di individuare nel bene comune uno dei principali scopi della politica, uno degli interessi supremi. Questo principio, elaborato in teologia all’inizio del secondo millennio della nostra era, è stato molto arricchito nel corso del Novecento con il contributo determinante dei nostri laici di fede.
 Bene comune non è qualsiasi composizione di interessi particolare, raggiunta mediante dei compromessi tra chi vuole una cosa e chi un’altra. Significa individuare il vero  bene, vale a dire ciò che è conforme alla dignità che si attribuisce alla persona umana e realizza la possibilità della sua felicità. Entrambe, la dignità e la possibilità della felicità, sono fortemente dipendenti dal contesto sociale. La democrazia contemporanea  si propone di estenderle a tutti in un sistema di relazioni pacificato, che renda impraticabile la sopraffazione e la violenza. Solo questo rende possibile di  far sopravvivere un mondo di sette miliardi di individui, potenzialmente in conflitto per i beni della vita. La democrazia è pertanto un sistema virtuoso perché si propone il  vero bene  di tutti: dignità, felicità, pace.  L’estensione a tutti  di questo bene richiede infatti benevolenza e amicizia universali. Questo fu ben chiaro alle origini del pensiero cattolico democratico,  che, in Italia, si situano in un preciso momento storico, vale a dire tra il 1797 e il 1799, “… quando gli Stati della penisola uno dopo l’altro (qualcuno, come quello della Serenissima, per pochi mesi del 1797 e quello toscano per poche settimane del 1799) furono «democratizzati»; ebbero cioè, dei regimi costituzionali, sotto la tutela degli occupanti [i francesi rivoluzionari, impegnati nella Campagna d’Italia sotto la guida di Napoleone Bonaparte, all’epoca solo un generale sottoposto al Direttorio, il governo rivoluzionario], e un rimaneggiamento dei territori per la soppressione dei ducati e l’annessione di essi, delle Legazioni e di una porzione dello Stato della Chiesa alla Repubblica Cisalpina” [da Vittorio E. Giuntella, La religione amica della democrazia Edizione Studium, 1990, testo in commercio; richiede una cultura post-universitaria].  La stessa espressione cattolico democratico  risale a quell’epoca. I primi cattolici democratici videro le significative assonanze tra le virtù democratiche e quelle religiose. Si legge, ad esempio, nella rivista genovese Annali politico-ecclesiastici, fondata da Eustachio Degola,  nel numero dell’8 luglio 1797:
La Democrazia, per cui tanto ci rallegriamo, non è poi in ultima analisi fuorché l’unione concorde, amorosa e spontanea di tutti i cittadini. Come dunque potrà un Cristiano democratico  indebolire od attaccare il gran precetto dell’amore di Dio e del prossimo senza tendere alla rovina della Democrazia?” [citato in V.E.Giuntella, opera menzionata].
  Per i cristiano democratici la riforma della società in senso democratico doveva comportare anche una riforma della Chiesa. Questi duplici intenti  riformistici sono rimasti sempre un tratto caratteristico, in particolare, del cattolicesimo democratico, ed anche la ragione per cui esso fu a lungo inviso (e per certi versi lo è ancora) alla gerarchia del clero.
 Che posto hanno nel vero  bene  di tutti, sia in senso democratico che in senso religioso, cose come la Città del Vaticano, il patrimonio degli enti ecclesiastici in Italia, la parte del gettito fiscale italiano e le altre sovvenzioni che affluiscono nella casse degli enti ecclesiastici italiani, la giurisdizione ecclesiastica sulla validità dei matrimoni con effetti civili, l’esistenza di un corpo di insegnanti statali di religione autorizzati dai vescovi ma retribuiti dallo stato, le sovvenzioni alle scuole private gestite da enti ecclesiastici? Deciderlo è importante. Infatti la gerarchia ne fa dei propri obiettivi politici, addirittura per molti versi non negoziabili, che nel gergo ecclesiastico significa non riformabili se non in meglio  dal suo punto di vista, e chiede in modo ricorrente l’appoggio politico della massa dei  fedeli, quando non riesce a fare da sé trattando con quelli che definisce “governanti”. Ma, appunto, su quelle questioni non ammette interferenze dalle masse. Decide completamente da sé i propri obiettivi e non ammette obiezioni. Questo rende quei temi poco interessanti dal punto di vista di un cristiano democratico, perché dove non c’è confronto, dialogo e soprattutto partecipazione non c’è democrazia.
 La democrazia è governo della società, e governo virtuoso e partecipato. La possibilità per tutti di partecipare al governo democratico della società è parte della dignità delle persone.
  I cattolici democratici italiani del Settecento ritenevano che dalle Scritture venisse confermata la bontà del sistema democratico, ma non è così. Nelle Scritture la democrazia, come noi la intendiamo ai nostri tempi, semplicemente non c’è. E’ stata una conquista culturale recente, che è maturata nel corso del Settecento. Essa fin dall’inizio ha compreso anche l’idea di riforma religiosa sia perché nei due secoli precedenti, e in particolare nel Seicento, le controversie religiose erano state causa di gravissimi e prolungati conflitti politici e militari, sia perché in Europa la religione si era fortemente legata ai regimi assolutistici che le democrazie si proponevano di contrastare e rivoluzionare. Nelle nostre Scritture, in particolare nei documenti risalenti alle nostre prime comunità di fede, troviamo invece l’aspirazione ad un’amicizia universale e il riconoscimento universale di una dignità filiale come valore assoluto. Questo consentì ai rivoluzionari nord-americani di fine Settecento, che realizzarono la prima democrazia come oggi la intendiamo, di esprimere in termini religiosi i loro propositi riformatori, nella Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1976:
 Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.
Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire.
Il testo integrale è disponibile su WEB in italiano su molti siti.
  Nel corso del Novecento il pensiero sociale cristiano si è arricchito degli elementi forniti dalle scienze economiche, antropologiche e sociologiche, delle quali sono pieni i documenti della dottrina sociale degli ultimi sessant’anni. Questo gli ha consentito di costituire una efficace base ideologica di un disegno di riforma della società, non solo su basi solamente moralistiche, ma propriamente politiche. Questo ha portato principi fondamentali di quel pensiero nella costituzione della nostra nuova Europa e mi riferisco in particolare al principio di  sussidiarietà, derivato direttamente dalla dottrina sociale, che integra quello democratico e che significa che i poteri più elevati e a livelli più generali devono astenersi dall’intervenire dove quelli posti ad un ordine inferiore e/o in un ambito locale più ristretto sono in grado, nella loro autonomia, di realizzare efficacemente gli scopi democratici di governo della società.
 L’attuale dottrina sociale della Chiesa è un sistema integrato, vale a dire reso coerente mediante un lavoro redazionale (che rende poco avvertibili i processi storici di mutamento di quel pensiero), che riassume in un quadro ideologico definito tutte le conquiste culturali che il pensiero sociale cristiano ha raggiunto da fine Ottocento: esso consente al fedele che voglia immischiarsi  di politica di portarsi molto rapidamente al livello di consapevolezza dei vari problemi che serve per poter iniziare a ragionare di politica anche in un’ottica di fede. Non esiste, ai tempi nostri, qualcosa di analogo in ambito non religioso. Questo il suo grande valore, anche al di fuori dell’ambito strettamente religioso. Vi si trovano compendiate, infatti, conquiste culturali dell’umanità intera.  Va considerato, però, solo un punto di partenza. Ogni  dottrina sociale  è infatti, per sua natura, suscettibile di rapidi e profondi mutamenti secondo l’esperienza storica delle genti di fede. La dottrina sociale, per così dire, tira le somme di quell'esperienza, ed è quindi sempre un po' in ritardo sulle novità tempi: essa è preceduta dal pensiero  sociale delle persone di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli