Politica e dottrina
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| Lelio Basso, politico socialista, membro dell'Assemblea Costituente e parlamentare |
Una parte delle nostre idee sulla politica sono molto antiche: risalgono
all’esperienza sociale dei greci tra il Quinto e il Quarto secolo dell’era
antica e, in particolare, al pensiero dei filosofi Platone, ateniese, e Aristotele,
nato nella regione greca della Macedonia e formatosi ad Atene alla scuola di
Platone. A quell’epoca non c’era lo stato-nazione come oggi lo viviamo, per cui
gli italiani, i francesi, i tedeschi ecc., hanno un loro stato. L’istituzione
politica fondamentale era la città ed essa non aveva nessun potere sopra di sé.
Nella città vivevano un certo numero di cittadini
liberi che facevano politica,
partecipando attivamente al governo innanzi tutto dialogando, quindi discutendo in società dei vari argomenti, e poi
prendendo decisioni collettive nei vari modi in cui era possibile farlo,
secondo le costituzioni delle loro
città. Solo una minoranza degli abitanti della città erano cittadini. La maggioranza era costituita da schiavi e da stranieri
residenti, i meteci, ai quali la
politica era vietata. I cittadini potevano dedicarsi alla politica perché gli
schiavi li liberavano dai lavori servili. Non dobbiamo pensare agli schiavi
dell’antica Grecia come a quelli che deportati dall’Africa costituirono a lungo
la base dell’economia americana dominata dagli Europei, quindi a persone in
misere condizioni di vita. Si trattava semplicemente di lavoratori subordinati a vita,
il cui rapporto di lavoro non era basato su un contratto, ma su una condizione
di vita per cui dovevano servire.
Questa idea della politica come attività per pochi, quelli che erano liberi dai
lavori servili perché altri li svolgevano per destino di vita, quei lavori che
sarebbero poi tutti quelli che consentono la vita quotidiana delle persone,
vestirsi, mangiare, pulire gli ambienti e farne la manutenzione ecc., è durata molto a lungo
in Europa e nel mondo ed è terminata sostanzialmente con l’affermarsi delle
concezioni del liberalismo, in un processo che è iniziato nel Seicento ed è
culminato nella Francia rivoluzionaria di fine Settecento. In Europa però si
visse qualcosa di simile all’esperienza politica moderna, ma in un contesto
cittadino simile a quello dell’antica Grecia, in alcune città del Medioevo nei
primi tre secoli del secondo millennio. Ad essa la prima dottrina sociale, da
fine Ottocento alla metà degli anni Quaranta del secolo scorso guardò come a un
modello, prima di aprirsi alla democrazia sociale contemporanea. E’ stato infine il socialismo, sviluppatosi nell’Europa dell’Ottocento, a proporsi di
elevare realmente tutti, in particolare tutti i lavoratori, alla politica, alla collaborazione per il governo
della società, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale dello stato. Scrivendo questo ho trascritto il secondo
comma dell’art.3 della nostra Costituzione, progettato dal socialista Lelio
Basso (1903-1978), membro dell’Assemblea Costituente, organo dello stato che
svolse i suoi lavori dal 1946 al gennaio 1948, elaborando e progettando la
nuova Costituzione repubblicana entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Il
socialismo è basato sull’idea di giustizia
sociale e, in primo luogo, su quella di liberazione
del lavoro dalla condizione servile.
E’ questo, la liberazione del lavoro,
che consente a tutti di partecipare attivamente alla vita dello
stato. Questa concezione è stata accolta nella nostra Costituzione, approvata
da una larghissima maggioranza di membri dell’Assemblea Costituente, che
infatti inizia con questa frase: “L’Italia
è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. I cristiani democratici
hanno imparato dai socialisti questa idea di democrazia dei lavoratori. E la dottrina
sociale, che è una teologia espressa dai nostri capi religiosi del clero, l’ha
imparata dai cattolici democratici, dopo aver duramente polemizzato con i
socialisti fin dal suo inizio, nell’era moderna, a fine Ottocento. I cristiani
democratici, di cui i cattolici democratici sono una parte, hanno però insegnato qualcosa anche ai
socialisti, facendo riferimento al loro caratteristico pensiero sociale orientato dalla fede, del quale la dottrina sociale della nostra Chiesa è espressione, vale a dire che l’essere umano non
è solo il suo lavoro, ma che vive in una rete di relazioni molto più
complessa che costituisce il suo mondo
vitale e che deve essere rispettata perché le persone siano felici. Per
impedire che sia distrutta è necessario accettare i principi del liberalismo
che i socialisti sottovalutavano sospettandoli di essere essenzialmente
strumenti del dominio della classe dei capitalisti su quella dei lavoratori. I cristiani democratici hanno rielaborato i
principi fondamentali del liberalismo tenendo conto delle esigenze di giustizia
sociale proposte dai socialisti, ma anche dell’esigenza di salvaguardare i mondi vitali delle persone: da questo è nata la nostra
nuova Europa, quindi dall’incontro tra liberalismo, socialismo e cristianesimo
democratico.
In questo percorso la dottrina sociale, l’insegnamento dei nostri capi
religiosi, è venuta sempre al seguito,
configurandosi come un insieme di tardive
autorizzazioni, precedute da iniziali
divieti (ad esempio l’interdizione
fatta ai cattolici italiani alla vita democratica dal 1864 al 1913). Si
potrebbe, dunque, dire in
ritardo. Ma è più giusto dire al seguito, perché, essendo una parte
della teologia, la dottrina sociale si basa sull’osservazione e la
considerazione critica di un’esperienza
che la precede, come sempre ha fatto la teologia, fin dalle origini. Qual è,
dunque, la sua bellezza? Consiste nel
fatto che evolve, che non rimane sempre la medesima, che appunto viene al seguito, finalmente. E in
questo sorprende. Uno si immagina di
trovarla sempre in ritardo, espressione di tempi passati, cosa da vegliardi reazionari, e invece, toh!, “guarda che scrivono!”, ci si scopre, infine, la libertà, la giustizia
sociale, la democrazia, la persona con i suoi mondi vitali, e tutto questo
perfettamente compatibile con una vita di fede religiosa, non in antitesi ad
essa come ribellione a un qualche comando divino, ma addirittura
come espressione di carità, vale a
dire di quella benevolenza universale animata dalla fede che è al centro della
nostra esperienza religiosa. Che bello!
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
