Critica
sociale
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| 11 febbraio 1929: nel palazzo del Laterano, Benito Mussolini, Presidente del consiglio dei ministri, e il card. Pietro Gasparri, Segretario di stato, firmano i Patti Lateranensi |
La politica, il governo della società, può
essere basata sulla forza o sull’amicizia. In entrambi i casi richiede alleanze per superare i limiti degli individui. La politica è sempre un fatto
collettivo.
Se uno pensa di occuparsi di politica solo
come individuo, senza relazioni di amicizia con gli altri, finisce per soccombere alla politica basata sulla forza.
L’idea di coalizzarsi per fare forza sulla società è alla base della concezione
fascista della politica. Da isolati, da individui, si può essere piegati, ma unendosi si può
prevalere. In questa concezione, si può essere veramente uniti, per fare forza, solo sottomettendosi a un
capo, che è molto più di un presidente,
è un condottiero, insieme politico e
militare, un duce. Il fascismo è una
forma di politica centrata su una gerarchia che discende dall’alto. Ha una sua
etica molto forte, perché il singolo deve essere disposto a sacrificarsi per il
gruppo. La cultura fascista espresse addirittura una sua mistica, quindi una vera e propria spiritualità. Un popolo, sottomettendosi a un duce, può prevalere
su altri popoli, esprimendo la sua forza.
Il fascismo storico, quello che dominò l’Italia dal 1922 al 1945, originò nel
clima di disordine morale e sociale che era seguito alla Prima Guerra Mondiale
(1914-1918 per il mondo; 1915-1918 per l’Italia). Dopo i grandi sacrifici e le
perdite della guerra il popolo si ritrovò con tutti i grandi problemi sociali
di prima e con una politica che non sapeva risolverli. La rivoluzione sovietica
che si era prodotta in Russia durante la guerra
spinse parte consistente dei socialisti a suscitare moti di popolo intesi
ad imitarla. In questa situazione di insicurezza e di insoddisfazione sociale,
diffusa in tutte le classi sociali, ma in particolare in quelle popolari,
Benito Mussolini, proveniente dal Partito socialista, inventò la proposta
fascista. Unirsi sotto la guida di un
duce per prevalere sul disordine interno e sulle nazioni vicine.
Per conquistarsi un impero, come le
altre nazioni europee. Per realizzare quindi una politica di espansione,
innanzi tutto e prevalentemente militare. Mentre nell’Italia di oggi si teme l’invasione
degli africani, il Mussolini pensò all’espansione in Africa. Questa politica di
espansione, si pensava, avrebbe dato casa e lavoro ai proletari italiani, al
popolo minuto, travagliato da una secolare povertà e costretto all’emigrazione,
nelle Americhe innanzi tutto, ma anche in Australia. Questa politica
espansionista venne presentata come un’opera di civilizzazione. Questo in un’Italia in cui la grande maggioranza
della gente era analfabeta. Fu proposto un patto al popolo: rinunciare alla
libertà politica, quindi alla democrazia, per unirsi e fare forza. La democrazia venne presentata come un prodotto di un
liberalismo egoista, corrotto e imbelle. Gli italiani, in grande maggioranza,
credettero al Mussolini e accettarono quel patto. Non erano acculturati alla
politica democratica. Non vi credevano le masse socialiste e quelle cattoliche, alle quali era stata vietata per cinquant'anni, e non vi credeva la gerarchia
cattolica, che appunto l’aveva vietata ai cattolici solo fino a pochi anni prima. Il
fascismo fece ordine in Italia,
prendendo anche provvedimenti legislativi in favore delle masse, di cui aveva
necessità come forza militare. Ma privò gli italiani della libertà politica
democratica. Del resto era proprio questo il contenuto del patto. La gerarchia
cattolica, impaurita dagli eccessi della rivoluzione sovietica, finì per
aderire a quel patto, con l’intesa di riservarsi uno spazio proprio di dominio spirituale sui fedeli: concluse con il Mussolini i Patti
Lateranensi, nel 1929, che le restituirono anche un piccolo simulacro di stato
in Roma e le fruttarono ingenti versamenti di denaro pubblico a titolo di risarcimento per l’abolizione del regno
pontificio, nel 1870. Dal 1929 il Papa
fu per gli italiani uno straniero, e
il vertice della nostra Chiesa come uno stato
estero. La politica della nostra
gerarchia religiosa, da sempre uno dei principali attori politici italiani,
iniziò ad essere condotta con i metodi della diplomazia. Con il senno del
poi fu un errore politico gravissimo addebitabile interamente al papa Achille
Ratti e, in misura minore, al papa Eugenio Pacelli. La politica della forza
condusse, come del resto era prevedibile, a una guerra mondiale e al disastro
nazionale. Troppo tardi, in uno storico radiomessaggio natalizio del 1944 che
potete trovare sul Web all’indirizzo
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Eugenio Pacelli riconobbe che la
democrazia avrebbe potuto evitare la catastrofe.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
