venerdì 22 aprile 2016

Critica sociale

Critica sociale

11 febbraio 1929: nel palazzo del Laterano, Benito Mussolini, Presidente del consiglio dei ministri, e il card. Pietro Gasparri, Segretario di stato, firmano i Patti Lateranensi


 La politica, il governo della società, può essere basata sulla forza o sull’amicizia. In entrambi i casi richiede alleanze per superare i limiti degli individui. La politica è sempre un fatto collettivo.
 Se uno pensa di occuparsi di politica solo come individuo, senza relazioni di amicizia con gli altri, finisce per soccombere alla politica basata sulla forza.
  L’idea di coalizzarsi per fare forza  sulla società è alla base della concezione fascista della politica. Da isolati, da individui, si può essere piegati, ma unendosi si può prevalere. In questa concezione, si può essere veramente uniti, per fare forza, solo sottomettendosi a un capo, che è molto più di un presidente, è un condottiero, insieme politico e militare, un duce. Il fascismo è una forma di politica centrata su una gerarchia che discende dall’alto. Ha una sua etica molto forte, perché il singolo deve essere disposto a sacrificarsi per il gruppo. La cultura fascista espresse addirittura una sua mistica, quindi una vera e propria spiritualità. Un popolo, sottomettendosi a un duce, può prevalere su altri popoli, esprimendo la sua forza. Il fascismo storico, quello che dominò l’Italia dal 1922 al 1945, originò nel clima di disordine morale e sociale che era seguito alla Prima Guerra Mondiale (1914-1918 per il mondo; 1915-1918 per l’Italia). Dopo i grandi sacrifici e le perdite della guerra il popolo si ritrovò con tutti i grandi problemi sociali di prima e con una politica che non sapeva risolverli. La rivoluzione sovietica che si era prodotta in Russia durante la guerra  spinse parte consistente dei socialisti a suscitare moti di popolo intesi ad imitarla. In questa situazione di insicurezza e di insoddisfazione sociale, diffusa in tutte le classi sociali, ma in particolare in quelle popolari, Benito Mussolini, proveniente dal Partito socialista, inventò la proposta fascista. Unirsi sotto la guida di un duce per prevalere  sul disordine interno e sulle nazioni vicine. Per conquistarsi un impero, come le altre nazioni europee. Per realizzare quindi una politica di espansione, innanzi tutto e prevalentemente militare. Mentre nell’Italia di oggi si teme l’invasione degli africani, il Mussolini pensò all’espansione in Africa. Questa politica di espansione, si pensava, avrebbe dato casa e lavoro ai proletari italiani, al popolo minuto, travagliato da una secolare povertà e costretto all’emigrazione, nelle Americhe innanzi tutto, ma anche in Australia. Questa politica espansionista venne presentata come un’opera di civilizzazione. Questo in un’Italia in cui la grande maggioranza della gente era analfabeta. Fu proposto un patto al popolo: rinunciare alla libertà politica, quindi alla democrazia, per unirsi e fare forza. La democrazia venne presentata come un prodotto di un liberalismo egoista, corrotto e imbelle. Gli italiani, in grande maggioranza, credettero al Mussolini e accettarono quel patto. Non erano acculturati alla politica democratica. Non vi credevano le masse socialiste e quelle cattoliche, alle quali era stata vietata per cinquant'anni, e non vi credeva la gerarchia cattolica, che appunto l’aveva vietata ai cattolici solo fino a pochi anni prima. Il fascismo fece ordine in Italia, prendendo anche provvedimenti legislativi in favore delle masse, di cui aveva necessità come forza militare. Ma privò gli italiani della libertà politica democratica. Del resto era proprio questo il contenuto del patto. La gerarchia cattolica, impaurita dagli eccessi della rivoluzione sovietica, finì per aderire a quel patto, con l’intesa di riservarsi uno spazio proprio di dominio spirituale  sui fedeli: concluse con il Mussolini i Patti Lateranensi, nel 1929, che le restituirono anche un piccolo simulacro di stato in Roma e le fruttarono ingenti versamenti di denaro pubblico a titolo di risarcimento per l’abolizione del regno pontificio, nel 1870.  Dal 1929 il Papa fu per gli italiani uno straniero, e il vertice della nostra Chiesa come uno stato estero. La politica della nostra gerarchia religiosa, da sempre uno dei principali attori politici italiani, iniziò ad essere condotta con i metodi della  diplomazia. Con il senno del poi fu un errore politico gravissimo addebitabile interamente al papa Achille Ratti e, in misura minore, al papa Eugenio Pacelli. La politica della forza condusse, come del resto era prevedibile, a una guerra mondiale e al disastro nazionale. Troppo tardi, in uno storico radiomessaggio natalizio del 1944 che potete trovare sul Web all’indirizzo
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Eugenio Pacelli riconobbe che la democrazia avrebbe potuto evitare la catastrofe.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli