Libertà
[Da:
Hannah Arendt, Che cos’è la politica?, Einaudi,
2006, €21,00, attualmente in commercio; contiene una raccolta di scritti
risalenti agli anni Cinquanta; un testo che richiede un livello di istruzione
da diploma di scuola media superiore]
Alla questione del senso della politica si
può dare una risposta così semplice e convincente, da rendere in apparenza del
tutto superflue ulteriori risposte. La risposta è: il senso della politica è la
libertà. […] Ma oggi questa risposta non è né ovvia né immediatamente evidente.
[…] la nostra domanda odierna nasce da esperienze politiche molto reali: essa è
suscitata da sciagure che la politica ha già provocato nel nostro secolo, e da
quelle ancora più grandi che rischiano di scaturirne. La nostra domanda è
dunque molto più radicale, molto più aggressiva, e anche molto più disperata:
la politica ha ancora un senso?
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La dottrina
sociale moderna, che si fa partire
dall’enciclica Le novità, del 1891, del papa Gioacchino Pecci, regnante in
religione con il nome di Leone 13°, è stata politica fin dal principio,
polemizzando principalmente con il socialismo, ma anche con il liberalismo, già
condannato fin dagli inizi dell’Ottocento, il liberismo in economia e gli interventi
degli stati sul patrimonio e le particolari prerogative del clero e degli
ordini religiosi frutto di posizioni di privilegio sociale del passato.
Potete
leggere l’enciclica Le Novità in italiano sul Web all’indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum.html
Le ragioni di tutte le pronunce dei Papi che
rientrano nella dottrina sociale sono state politiche. Perché allora non
chiamarla dottrina politica? Perché
si sarebbe dovuta prendere una posizione chiara in materia di libertà. Il senso
della politica, infatti, è la libertà, come scrisse la Arendt. Chi poteva
essere libero e come? Ed era ammissibile una libertà per tutti? E questa libertà politica di tutti, non aveva qualche assonanza con
quella libertà filiale che è proclamata
nella fede? Una materia difficile da trattare per dei sovrani assoluti quali i Papi storicamente
furono e ancora sono. Per lungo tempo la libertà proclamata dalla dottrina
sociale fu essenzialmente quella che significava poter liberamente obbedire alle
autorità religiose, senza ostacoli da parte degli stati, quindi delle autorità
civili. Solo così una persona di fede avrebbe conciliato libertà e verità. Solo
nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con il radiomessaggio natalizio del
1944 sulla democrazia del papa Eugenio Pacelli, regnante in religione con il
nome di Pio 12°, la dottrina sociale cominciò a cambiare.
Lo potete leggere sul WEB all’indirizzo:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
E’ un documento importante perché è il primo della dottrina sociale che
contiene una legittimazione della democrazia politica, in precedenza duramente
contrastata come fonte di disordine morale, fin dall’inizio del Novecento, a
partire dall’enciclica Le gravi dispute,
diffusa nel 1901 dal papa Gioacchino Pecci, disponibile su <vatican.va>
solo in inglese
http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/en/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18011901_graves-de-communi-re.html
e
scaricabile in italiano all’indirizzo:
http://www.sanpiox.it/public/images/stories/PDF/Testi/Encicliche/Leone_XIII-Graves_de_communi_re.pdf
Essa appare polemizzare direttamente con il
pensiero del prete italiano Romolo Murri, uno tra i principali teorici del movimento
della democrazia cristiana, a cavallo
tra Ottocento e Novecento (fu tra i fondatori della FUCI e poi finì addirittura
scomunicato durante la tragedia sociale della repressione religiosa del movimento
riformatore denominato modernismo, a
inizio Novecento) e i suoi seguaci.
Vi
si legge:
“Non può sorgere alcun dubbio intorno
agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri
la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai
medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun
conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e
terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale
godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché
livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo
all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà,
e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti
per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso
che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e
provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni
per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della
giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e
tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita;
esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel
temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la
democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal
differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del
cristianesimo.
Non
sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché,
sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei
filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso
nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione
cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto
trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da
alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso
che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano
fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque
modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi
precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il
prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così
gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento
e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve
punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece
d’un’altra.”
In
questa visione, dalla fede non poteva discendere una politica e meno che mai una
politica democratica. Un’ottica molto diversa da quella del pensiero del papa
Bergoglio, che ci ha invitati a immischiarsi
nella politica, perché quest’ultima è una forma di carità in senso religioso. E
infatti, sul punto, la dottrina sociale è profondamente mutata, in un processo
che ha visto l’accettazione piena della democrazia politica come regime più
consono alla dignità della persona umana, idea esplicitata nell’enciclica Il Centenario, diffusa dal papa Wojtyla nel 1991 in occasione, appunto, dei cento anni dalla prima enciclica sociale del papa Pecci.
La potete leggere sul Web all’indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus.html
Inizialmente la dottrina sociale era piuttosto
pessimista sulla possibilità di realizzare democraticamente una qualche
giustizia sociale. Si legge, ad esempio, nell’enciclica Le novità:
14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo
principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere
dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i
socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile.
Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti
posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze
in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la
differenza delle condizioni sociali.
Mancava,
in questo pensiero, la comprensione che l’uguaglianza a cui miravano i
movimenti democratici sviluppatisi in Nord America ed Europa, e
progressivamente in nazioni sorte dalla colonizzazione europea, da fine Settecento era quella in
dignità, che appunto implica il diritto di partecipare al governo dello
stato nel solo modo in cui lo si può fare tutti,
vale a dire democraticamente.
Ancora oggi mancano nella
dottrina sociale istruzioni su come partecipare alla politica democratica,
anche se si è raggiunta la convinzione che
“La
partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori
aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e
responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma
anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una
delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia” [così si legge nel Compendio della dottrina sociale della
Chiesa al n.190].
In genere i nostri sovrani religiosi si
rivolgono, in politica, ai governanti,
non alle masse. Fanno loro la morale, spiegando su che principi debbano essere
organizzate le società da loro dominate. Gran parte di quei principi però, ai tempi nostri, sono
derivati dall’esperienza storica delle democrazie di popolo, in particolare dei
movimenti democratici cristiani. La nostra gerarchia è infatti una neofita in
materia di democrazia politica, che richiede di coinvolgere le masse. Un
partito come la Democrazia Cristiana italiana è stato, invece, veramente un partito
di massa e i suoi dirigenti sapevano come rendere attive le masse. Ma non è
stato l’unico partito democratico in cui le persone di fede sono state attive. Per
certi versi la nostra gerarchia religiosa è stata loro discepola, anche se
difficilmente lo riconoscerebbe. Dalle masse continua ad attendersi
essenzialmente che votino secondo le sue indicazioni politiche senza tante
storie. Non ha ancora sviluppato una dottrina in materia di sovranità popolare, che implica anche il rifiuto di obbedienza
acritica a qualsiasi autorità umana, civile o religiosa, e la collaborazione
leale anche con chi ha diverse appartenenze religiose o anche nessuna
appartenenza religiosa, tenendo fuori dal negoziato
gli assoluti incomponibili e
concentrandosi sulle realtà concrete. Del resto, potrebbero dei sovrani
assoluti istruire il popolo ad essere sovrano democratico? Il popolo, in questo
deve quindi fare da sé e, innanzi tutto, istruirsi e fare tirocinio di politica
democratica.
Ho scritto “politica democratica” per
distinguerla dalla politica come dominio sugli altri.
Infatti, la prima cosa di cui convincersi è
che non tutte le forme politiche sono uguali, così anche i politici.
Fin dalle prime esperienze sociali fuori della
famiglia, capiamo che ci si può porre in relazione con gli altri secondo due
modalità: quella dell’amicizia e quella del dominio, della sopraffazione.
Entrambe creano delle politiche, delle organizzazioni sociali. Pratichiamo
quindi la politica sin da ragazzi, ad esempio organizzando dei giochi con gli
altri. E’ fin da lì che si comincia a fare tirocinio della politica e, in
quelle cose, ognuno comincia a dimostrare attitudini, tendenze, difetti.
La democrazia politica è una forma di amicizia,
in quanto civiltà di convivenza pacifica e pacificante. Richiede metodo, perché
ripudia la violenza. La politica di violenza e dominio è più semplice, naturale, e per questo anche disordinata e disordinante, perché si rifà al nostro antico passato di belve, dal quale siamo emersi alla civiltà da circa diecimila anni, l'altro ieri della storia del mondo. Tuttavia la democrazia viene naturale agli esseri umani tanto quanto la politica basata sulla
sopraffazione, perché l’amicizia è naturale, siamo infatti viventi sociali quindi capaci di amicizia per natura, però, a differenza della politica che sopraffà, quella basata sull’amicizia dà
più gioia, perché consente di essere veramente liberi. Come scrisse la Arendt
nel libro che ho sopra citato:
Senza quegli altri, che sono i miei pari, non
esiste libertà; per questo chi domina sugli altri, e dunque per principio è diverso dagli altri,
è certo più felice e invidiabile di quelli sui quali domina, ma non è affatto
più libero. Anche lui si muove in uno spazio in cui la libertà non esiste.
Ciò che
spinge verso la politica democratica è la ricerca di un modo di vivere insieme
agli altri liberi e felici. E' espressione di una civiltà superiore a quella che rimanda alla violenza di belve ed è quella che ha consentito la convivenza di sette miliardi di persone, una realtà sociale molto complessa, sul nostro piccolo pianeta, un mondo in cui sempre meno sono gli spazi vuoti tra le collettività umane e in cui quindi i rapporti sociali, ma anche le occasioni di scontro, sono più intensi.
Gestire pacificamente, che significa democraticamente, l'attuale complessità sociale richiede uno sforzo, un impegno, innanzi tutto per capirla e capire gli altri. Non si può arrivare al confronto con un sistema di partiti presi non negoziabili, come talvolta sembra pretendano ancora i nostri capi religiosi e la loro dottrina.
Gestire pacificamente, che significa democraticamente, l'attuale complessità sociale richiede uno sforzo, un impegno, innanzi tutto per capirla e capire gli altri. Non si può arrivare al confronto con un sistema di partiti presi non negoziabili, come talvolta sembra pretendano ancora i nostri capi religiosi e la loro dottrina.
Poiché in materia di politica democratica gli
autori più recenti della dottrina sociale della Chiesa, quelli che hanno
finalmente accettato la democrazia politica, possono considerarsi dei neofiti,
per agire nella politica democratica da persone di fede, per immischiarsi in politica, la dottrina sociale non basta.
Occorre farsi una piccola biblioteca di supporto. Un testo che consiglio anche
ai più giovani, accessibile alle persone che fanno le superiori, è di Gustavo
Zagrebelski, Imparare la democrazia, Einaudi,
2005, €11,50, attualmente in commercio.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli