sabato 2 aprile 2016

Libertà

Libertà

[Da: Hannah Arendt, Che cos’è la politica?, Einaudi, 2006, €21,00, attualmente in commercio; contiene una raccolta di scritti risalenti agli anni Cinquanta; un testo che richiede un livello di istruzione da diploma di scuola media superiore]

  Alla questione del senso della politica si può dare una risposta così semplice e convincente, da rendere in apparenza del tutto superflue ulteriori risposte. La risposta è: il senso della politica è la libertà. […] Ma oggi questa risposta non è né ovvia né immediatamente evidente. […] la nostra domanda odierna nasce da esperienze politiche molto reali: essa è suscitata da sciagure che la politica ha già provocato nel nostro secolo, e da quelle ancora più grandi che rischiano di scaturirne. La nostra domanda è dunque molto più radicale, molto più aggressiva, e anche molto più disperata: la politica ha ancora un senso?

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  La dottrina sociale  moderna, che si fa partire dall’enciclica Le novità, del 1891,  del papa Gioacchino Pecci, regnante in religione con il nome di Leone 13°, è stata politica fin dal principio, polemizzando principalmente con il socialismo, ma anche con il liberalismo, già condannato fin dagli inizi dell’Ottocento,  il liberismo in economia e gli interventi degli stati sul patrimonio e le particolari prerogative del clero e degli ordini religiosi frutto di posizioni di privilegio sociale del passato.
  Potete leggere l’enciclica Le Novità  in italiano sul Web all’indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum.html
 Le ragioni di tutte le pronunce dei Papi che rientrano nella dottrina sociale  sono state politiche. Perché allora non chiamarla dottrina politica? Perché si sarebbe dovuta prendere una posizione chiara in materia di libertà. Il senso della politica, infatti, è la libertà, come scrisse la Arendt. Chi poteva essere libero e come? Ed era ammissibile una libertà  per tutti? E questa libertà politica  di tutti, non aveva qualche assonanza con quella libertà filiale che è proclamata nella fede? Una materia difficile da trattare per dei sovrani assoluti quali i Papi storicamente furono e ancora sono. Per lungo tempo la libertà proclamata dalla dottrina sociale fu essenzialmente quella che significava poter liberamente  obbedire alle autorità religiose, senza ostacoli da parte degli stati, quindi delle autorità civili. Solo così una persona di fede avrebbe conciliato libertà e verità. Solo nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con il radiomessaggio natalizio del 1944 sulla democrazia del papa Eugenio Pacelli, regnante in religione con il nome di Pio 12°, la dottrina sociale cominciò a cambiare.
 Lo potete leggere sul WEB all’indirizzo:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
  E’ un documento importante perché è il primo della dottrina sociale che contiene una legittimazione della democrazia politica, in precedenza duramente contrastata come fonte di disordine morale, fin dall’inizio del Novecento, a partire dall’enciclica Le gravi dispute, diffusa nel 1901 dal papa Gioacchino Pecci, disponibile su <vatican.va> solo in inglese
http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/en/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18011901_graves-de-communi-re.html
e scaricabile in italiano all’indirizzo:
http://www.sanpiox.it/public/images/stories/PDF/Testi/Encicliche/Leone_XIII-Graves_de_communi_re.pdf
 Essa appare polemizzare direttamente con il pensiero del prete italiano Romolo Murri, uno tra i principali teorici del movimento della democrazia cristiana, a cavallo tra Ottocento e Novecento (fu tra i fondatori della FUCI e poi finì addirittura scomunicato durante la tragedia sociale della repressione religiosa del movimento riformatore denominato modernismo, a inizio Novecento) e i suoi seguaci.
Vi si legge:
  “Non può sorgere alcun dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà, e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del cristianesimo.
  Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece d’un’altra.”
  In questa visione, dalla fede non poteva discendere una politica  e meno che mai una politica democratica. Un’ottica molto diversa da quella del pensiero del papa Bergoglio, che ci ha invitati a immischiarsi nella politica, perché quest’ultima è una forma di carità  in senso religioso. E infatti, sul punto, la dottrina sociale è profondamente mutata, in un processo che ha visto l’accettazione piena della democrazia politica come regime più consono alla dignità della persona umana, idea esplicitata nell’enciclica Il Centenario, diffusa dal papa Wojtyla nel 1991 in occasione, appunto, dei cento anni dalla prima enciclica sociale  del papa Pecci.
 La potete leggere sul Web all’indirizzo:
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus.html
 Inizialmente la dottrina sociale era piuttosto pessimista sulla possibilità di realizzare democraticamente una qualche giustizia sociale. Si legge, ad esempio, nell’enciclica Le novità:
14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali.
  Mancava, in questo pensiero, la comprensione che l’uguaglianza a cui miravano i movimenti democratici sviluppatisi in Nord America ed Europa, e progressivamente in nazioni sorte dalla colonizzazione europea,  da fine Settecento era quella  in dignità, che appunto implica il diritto di partecipare al governo dello stato nel solo modo in cui lo si può fare tutti, vale a dire democraticamente.
Ancora oggi mancano nella dottrina sociale istruzioni su come partecipare alla politica democratica, anche se si è raggiunta la convinzione che
“La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia” [così si legge nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa al n.190].
  In genere i nostri sovrani religiosi si rivolgono, in politica, ai governanti, non alle masse. Fanno loro la morale, spiegando su che principi debbano essere organizzate le società da loro dominate. Gran parte di quei principi però, ai tempi nostri, sono derivati dall’esperienza storica delle democrazie di popolo, in particolare dei movimenti democratici cristiani. La nostra gerarchia è infatti una neofita in materia di democrazia politica, che richiede di coinvolgere  le masse. Un partito come la Democrazia Cristiana  italiana è stato, invece, veramente un partito di massa e i suoi dirigenti sapevano come rendere attive le masse. Ma non è stato l’unico partito democratico in cui le persone di fede sono state attive. Per certi versi la nostra gerarchia religiosa è stata loro discepola, anche se difficilmente lo riconoscerebbe. Dalle masse continua ad attendersi essenzialmente che votino secondo le sue indicazioni politiche senza tante storie. Non ha ancora sviluppato una dottrina in materia di sovranità popolare,  che implica anche il rifiuto di obbedienza acritica a qualsiasi autorità umana, civile o religiosa, e la collaborazione leale anche con chi ha diverse appartenenze religiose o anche nessuna appartenenza religiosa, tenendo fuori dal negoziato  gli assoluti incomponibili e concentrandosi sulle realtà concrete. Del resto, potrebbero dei sovrani assoluti istruire il popolo ad essere sovrano democratico? Il popolo, in questo deve quindi fare da sé e, innanzi tutto, istruirsi e fare tirocinio di politica democratica.
  Ho scritto “politica democratica” per distinguerla dalla politica come dominio sugli altri.
 Infatti, la prima cosa di cui convincersi è che non tutte le forme politiche sono uguali, così anche i politici.
 Fin dalle prime esperienze sociali fuori della famiglia, capiamo che ci si può porre in relazione con gli altri secondo due modalità: quella dell’amicizia e quella del dominio, della sopraffazione. Entrambe creano delle politiche, delle organizzazioni sociali. Pratichiamo quindi la politica sin da ragazzi, ad esempio organizzando dei giochi con gli altri. E’ fin da lì che si comincia a fare tirocinio della politica e, in quelle cose, ognuno comincia a dimostrare attitudini, tendenze, difetti.
  La democrazia politica è una forma di amicizia, in quanto civiltà di convivenza pacifica e pacificante. Richiede metodo, perché ripudia la violenza. La politica di violenza e dominio è più semplice, naturale, e per questo anche disordinata e disordinante, perché si rifà al nostro antico passato di belve, dal quale siamo emersi alla civiltà da circa diecimila anni, l'altro ieri della storia del mondo. Tuttavia la democrazia viene naturale agli esseri umani tanto quanto la politica basata sulla sopraffazione, perché l’amicizia è naturale, siamo infatti viventi sociali quindi capaci di amicizia per natura, però, a differenza della politica che sopraffà, quella basata sull’amicizia dà più gioia, perché consente di essere veramente liberi. Come scrisse la Arendt nel libro che ho sopra citato:
 Senza quegli altri, che sono i miei pari, non esiste libertà; per questo chi domina sugli altri,  e dunque per principio è diverso dagli altri, è certo più felice e invidiabile di quelli sui quali domina, ma non è affatto più libero. Anche lui si muove in uno spazio in cui la libertà non esiste.
  Ciò che spinge verso la politica democratica è la ricerca di un modo di vivere insieme agli altri liberi e felici. E' espressione di una civiltà superiore a quella che rimanda alla violenza di belve ed è quella che ha consentito la convivenza di sette miliardi di persone, una realtà sociale molto complessa, sul nostro piccolo pianeta, un mondo in cui sempre meno sono gli spazi vuoti tra le collettività umane e in cui quindi i rapporti sociali, ma anche le occasioni di scontro, sono più intensi.
  Gestire pacificamente, che significa democraticamente, l'attuale complessità sociale richiede uno sforzo, un impegno, innanzi tutto per capirla e capire gli altri. Non si può arrivare al confronto con un sistema di partiti presi non negoziabili, come talvolta sembra pretendano ancora i nostri capi religiosi e la loro dottrina.
 Poiché in materia di politica democratica gli autori più recenti della dottrina sociale della Chiesa, quelli che hanno finalmente accettato la democrazia politica, possono considerarsi dei neofiti, per agire nella politica democratica da persone di fede, per immischiarsi  in politica, la dottrina sociale non basta. Occorre farsi una piccola biblioteca di supporto. Un testo che consiglio anche ai più giovani, accessibile alle persone che fanno le superiori, è di Gustavo Zagrebelski, Imparare la democrazia, Einaudi, 2005, €11,50, attualmente in commercio.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli